Spiega Cristiano Gori, responsabile scientifico dell'Alleanza contro la povertà: «Per quanto riguarda gli importi, si deve tener conto delle significative differenze nel costo della vita esistenti tra le aree del Paese. Se lo scopo è assicurare ad ogni famiglia in povertà le risorse economiche necessarie a raggiungere uno standard di vita decente, l’ammontare di queste risorse non potrà che essere differenziato tra le diverse aree del Paese».
Il problema è ben presente ai policy maker, che infatti stanno puntando su soglie di reddito differenziate. Oltre alle soglie Isee si terrà conto (scontando) delle spese per l’affitto e (contando) il fitto figurativo legato alla casa di proprietà. Si tratta di dimensioni importanti per due ragioni: perché il costo dell’abitare pesa molto nel paniere della spesa di una famiglia povera e perché quel costo varia molto nelle diverse aree geografiche.
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Ma potrebbe non bastare. In assenza di un reddito minimo da lavoro valido come soglia differenziata per aree geografiche (i nuovi voucher non bastano perché poco diffusi e assai poco rappresentativi) si dovrà tener conto dell’effetto disincentivo: quando un datore di lavoro in cerca di manodopera sarà spiazzato, nel suo distretto, dal Reddito di cittadinanza?
Il problema non è solo tra Sud e Centro-Nord (dove l’anno scorso viveva il 57% dei poveri assoluti). «Bisogna prendere atto del cambiamento epocale avvenuto nel profilo della popolazione povera in Italia» spiega ancora Cristiano Gori. A partire dal 2005 l’indigenza è cresciuta tra i gruppi sociali storicamente più colpiti (Sud, famiglie senza occupati, famiglie con tre figli), ma ha conosciuto anche una diffusione senza precedenti tra fasce di popolazione che, in precedenza, si sentivano al sicuro (Nord, famiglie con occupati, famiglie con uno o due figli). «La povertà – conclude Gori – ha «rotto gli argini» e ora riguarda trasversalmente l’intera società italiana: come mai prima, il rischio di cadervi è diffuso e percepito come una concreta minaccia».