È vero che in rapporto al Prodotto lordo del paese gli investimenti pubblici italiani sono gradualmente calati negli ultimi 20 anni, da circa il 3% del periodo 2001-05 al 2,3% per cento dello scorso anno. Non si tratta tuttavia di una tendenza molto diversa da quella media degli altri paesi europei. Il calo tendenziale degli investimenti pubblici, comune a molti paesi, non è sufficiente a spiegare la peggior performance di crescita italiana, prima e dopo la crisi.
Il livello degli investimenti pubblici italiano, pur essendo lievemente inferiore alla media europea, è peraltro più elevato di alcuni paesi, come la Spagna, il Portogallo e in alcuni periodi anche dell'Irlanda, del Belgio e della Germania, che sono cresciuti molto più di noi.
Questi dati confermano che non conta tanto la quantità di investimenti quanto il dinamismo sottostante del sistema economico nel quale tali investimenti vengono innestati e la capacità di far sbocciare nuova crescita e nuova occupazione. Ciò è in linea anche con l’esperienza di paesi non europei, come il Giappone, che negli ultimi trent'anni ha sprecato numerosi piani di investimento con pochissimo impatto economico.
Il motivo per cui l’economia italiana non è cresciuta negli ultimi 20 anni non è tanto l’assenza di investimenti quanto la mancanza di un terreno fertile affinché gli investimenti possano produrre effetti moltiplicatori positivi per lo sviluppo dell’intera economia. Pensare ora che un’accelerazione degli investimenti, anche per ammontari ingenti, sia sufficiente a rilanciare la crescita e colmare il divario con gli altri paesi è una illusione.
Tanto per fare un esempio, investire miliardi per ristrutturare le nostre scuole fatiscenti, dotare gli alunni di computer e i laboratori di macchinari sofisticati è utile ma rischia di non produrre nessun effetto significativo sul grado di preparazione degli studenti e sulla qualità della ricerca italiana se i professori e i ricercatori non vengono selezionati secondo criteri meritocratici. L’unico risultato rischia di essere quello di continuare a spingere i giovani migliori ad emigrare all’estero. Senza una profonda riforma dell’istruzione, investirvi è poco produttivo.