Medio Oriente

Randa Masoud: «A Gaza la situazione non è migliorata»

La coordinatrice medica di Médecins Sans Frontières descrive una crisi gravissima. Tramballi: «È una guerra di vendetta. L’intento del governo è la cacciata dei palestinesi»

Roberto Bongiorni

Gaza e Cisgiordania da non dimenticare

Nella foto: Ugo Tramballi; Roberto Bongiorni; Randa Masoud (in videocollegamento)

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- «È imbarazzante e doloroso dover ammettere che, a sette mesi dal cosiddetto cessate il fuoco, la situazione non è migliorata affatto. Le condizioni sanitarie restano catastrofiche». Per qualche minuto la voce di Randa gracchia, arriva a singhiozzo, ma la sua immagine resta nitida. Quasi fosse a pochi chilometri di distanza, e non in una clinica nella Striscia di Gaza, nella città di Deir el-Balah. Randa Masoud è coordinatrice medica di Médecins Sans Frontières dal 2024, ma lavora da 14 anni nella pianificazione delle emergenze sanitarie nella Striscia. Il suo intervento al Festival dell’Economia di Trento, nel panel «Gaza e la Cisgiordania da non dimenticare», è la descrizione di una crisi ancora gravissima: il cessate il fuoco voluto dal presidente americano Trump non ha prodotto miglioramenti concreti. «Prima della tregua si contavano oltre 72mila morti e più di 172mila feriti. Pensavamo che almeno le uccisioni e i ferimenti sarebbero finiti, ma i palestinesi continuano a essere colpiti ogni giorno».

«L’11 maggio - prosegue l’operatrice - un bombardamento ha colpito un rifugio per sfollati pieno di donne e bambini, a 400 metri da una struttura di Médecins Sans Frontières. Pochi giorni dopo, il 17 maggio, un altro attacco ha centrato una cucina comunitaria che distribuiva cibo agli sfollati, causando tre morti e numerosi feriti».

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Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza e della World Health Organization, citati da Randa, il 50% delle forniture mediche essenziali è esaurito, compresi farmaci di base e chemioterapie. Solo il 53% degli ospedali e il 58% dei centri di assistenza primaria risultano ancora parzialmente operativi.

Masoud (MSF): nonostante il cessate il fuoco continuano attacchi a Gaza

I servizi, tutti i servizi, a Gaza versano in una situazione catastrofica. Il comitato di tecnici palestinesi scelti soprattutto dal Board of peace che avrebbe dovuto provvedere all’amministrazione delle emergenze, non è mai entrato nella Striscia. «L’accesso ad acqua potabile, servizi igienici e prodotti per l’igiene resta estremamente limitato. I rifiuti si accumulano ovunque. Lavoro da oltre 14 anni a Gaza, ma non avevo mai visto roditori mordere il volto di bambini e neonati».

C’è anche un’altra grande emergenza di cui si parla poco: i traumi mentali, le ferite dell’anima. «L’Oms e il Cluster Salute, prosegue Randa Masoud, hanno verificato che oltre un milione di persone a Gaza necessitano di supporto psicologico e psicosociale. Uno studio del 2025 sugli adolescenti della Striscia ha rilevato che circa l’80% presenta sintomi di disturbo post-traumatico da stress».

«Se questo problema non verrà affrontato rapidamente, i danni si trascineranno nel lungo termine, con il rischio di centinaia di migliaia di persone incapaci di provvedere a se stesse e alle proprie famiglie».

Una situazione destinata a non migliorare, almeno nel breve termine. La percezione nella società israeliana è che la convivenza con i palestinesi non sia più possibile. Lo spiega Ugo Tramballi, editorialista del Sole 24 Ore e consigliere scientifico dell’Ispi . «L’attacco del 7 ottobre per gli israeliani è stato un trauma dal quale ancora non si sono ripresi. Non si rendono conto che la guerra condotta da Israele, anche dopo il cessate il fuoco, non è solo una guerra per la sicurezza, ma anche di vendetta per quanto accaduto nei kibbutz al confine con Gaza».

L’attuale congiuntura non appare favorevole. Il governo israeliano guidato da Netanyahu continua a sostenere una linea durissima. «Secondo un importante think tank israeliano – precisa Tramballi – oltre il 67% degli israeliani ritiene che la nascita di uno Stato palestinese rappresenti un pericolo per la sicurezza nazionale. Questo significa che anche molti israeliani moderati e di sinistra, compresa una parte dell’opposizione al governo di estrema destra di Netanyahu, non vogliono uno Stato palestinese. Una posizione che renderà il futuro di Israele estremamente complicato».

E se Gaza è tornata sotto i riflettori internazionali, in Cisgiordania, quasi nel silenzio, continuano le violenze contro i palestinesi commesse dalle frange più estremiste dei coloni, insieme all’acquisizione di terre e alla costruzione di nuovi avamposti. La loro crescita procede a ritmi mai visti prima, così come gli atti di violenza. «Ormai non si può nemmeno più parlare di lenta e progressiva occupazione dei Territori palestinesi. L’intento è provocare la cacciata dei palestinesi. Ma questa non è soltanto la politica dei partiti di estrema destra presenti nel governo, quelli di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. È la posizione dell’intero governo Netanyahu».

I prossimi mesi potrebbero segnare una svolta. Non è ancora chiaro in quale direzione. «Paradossalmente la prossima elezione, prevista tra settembre e ottobre, non avrà al centro del dibattito la questione palestinese, nonostante sia proprio quella che definirà il futuro dello Stato di Israele», conclude Tramballi.

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