Raimo Tuomela e la grammatica del “noi”
Una politica giusta non può limitarsi a generare appartenenza
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I punti chiave
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Due cittadini pagano la stessa imposta. Per l’amministrazione i loro comportamenti sono indistinguibili. Ma il primo lo fa perché teme un controllo, una multa, un danno alla reputazione. Il secondo, invece, considera l’imposta come la propria parte nel processo di finanziamento di un’impresa comune. Il gesto è identico ma la ragione che lo anima non lo è. Il primo ragiona da una prospettiva “privata”. Il secondo, al contrario, agisce come membro di un gruppo. È in questa distanza, invisibile a chi osservi soltanto le condotte esterne, che si colloca la distinzione fondamentale proposta dal filosofo finlandese Raimo Tuomela tra I-mode e we-mode. Nei Mind the Economy delle settimane scorse Margaret Gilbert ci ha mostrato come alcuni individui possano venire a costituire un soggetto plurale attraverso un impegno congiunto. Tuomela sposta ora la domanda. Una volta comparso un “noi”, che cosa significa ragionare e agire dal suo punto di vista? Che differenza passa tra fare qualcosa insieme agli altri e farla in quanto membri di un gruppo?
Chiedilo al Sole
Il soggetto nascosto della scelta
Non ogni forma di cooperazione presuppone una “modalità-noi” (we-mode). Due imprese possono collaborare perché ciascuna ne ricava un vantaggio. Due automobilisti scelgono di coordinarsi per evitare un incidente. Due vicini di casa spalano insieme la neve per dividere la fatica. Ciascuno tiene conto dell’altro, ne anticipa le mosse e adatta le proprie. Eppure, nonostante questa interdipendenza, le loro azioni possono restare come due linee parallele: vicine, coordinate, ma tracciate a partire da punti che rimangono. Il fatto di ragionare in maniera “privata”, in I-mode, non significa necessariamente – spiega Tuomela – ragionare spinti dall’egoismo. Si può essere generosi, leali e perfino disposti al sacrificio continuando a ragionare da un punto di vista del tutto individuale. Posso aiutare un estraneo per strada per senso di umanità o rinunciare a un vantaggio per non danneggiare un collega. Sono esempi di ciò che il filosofo definisce “pro-group I-mode”. Il bene del gruppo compare tra i miei fini, ma come un fine che possiedo personalmente. Il gruppo è l’oggetto della mia intenzione, non ancora il soggetto della deliberazione. Tuomela descrive questa posizione come quella di chi opera “come una persona ‘privata’ ma anche, almeno in parte, per il bene del gruppo” (Social Ontology: Collective Intentionality and Group Agents, Oxford University Press, 2013, p. 6).
Se confondessimo il we-mode con l’altruismo, la distinzione riguarderebbe soltanto ciò che le persone desiderano: alcuni perseguirebbero il proprio vantaggio, altri il benessere altrui. Per Tuomela non è questo il punto centrale. Ciò che cambia davvero, invece, è la grammatica stessa della deliberazione. La domanda non riceve semplicemente una risposta più benevola. Cambia il pronome che la regge. “Il ragionamento in prima persona (I-reasoning) in una situazione decisionale si chiede: ‘Cosa dovrei fare?’, mentre il ragionamento collettivo (we-reasoning) si chiede fondamentalmente: ‘Cosa dovremmo fare come gruppo?’” (p. 7) – scrive ancora il filosofo. Solo dopo aver individuato ciò che dobbiamo fare “noi”, il singolo torna a chiedersi quale parte di quell’azione spetti a lui. È cambiato il soggetto al quale attribuiamo la scelta.
Sulla stessa barca
Agire in we-mode significa assumere un fine come fine del gruppo e trattarlo come una ragione autorevole che motiva e giustifica le scelte dei membri. Se cento pendolari desiderano poter viaggiare su un treno puntuale, esiste una convergenza tra i loro desideri, ma non un’intenzione collettiva. Ognuno potrebbe continuare a volere la puntualità per ragioni del tutto private, senza riconoscere negli altri i partecipanti a un’impresa comune. Per entrare in “modalità-noi”, invece, occorre che le persone si comprendano come membri di un’unità pratica e che si dispongano a fare la propria parte per ciò che tale unità ha assunto come proprio fine. La “modalità-noi” presenta tre elementi costitutivi. Il primo è la “ragione di gruppo”, cioè il fine, il valore o la norma che il gruppo riconosce come propria e che autorizza le azioni compiute in suo nome. Il secondo è l’“impegno collettivo”. Significa che non basta approvare il fine ma occorre partecipare alla sua realizzazione e attendersi analoga disponibilità dagli altri. Il terzo è la “condizione di collettività”, resa da Tuomela con l’immagine dell’essere “necessariamente sulla stessa barca”. Un equipaggio non può dividersi in marinai che arrivano in porto e marinai che, sulla medesima nave, non vi arrivano. Il risultato si realizza interdipendentemente per tutti. E’ la squadra che vince e, attraverso essa, vincono anche i singoli giocatori. Questi tre elementi si sostengono a vicenda. La ragione di gruppo indica la rotta, l’impegno collettivo lega ciascuno alla propria parte e la condizione di collettività impedisce di scomporre il risultato in una somma di successi privati. Per questo cambia anche la direzione della giustificazione. Nell’I-mode si procede dal basso verso l’alto. Dalle ragioni individuali si cerca di ricostruire l’azione congiunta. Nel we-mode il movimento è inverso. Il fine del gruppo fornisce ai membri ragioni per svolgere le rispettive parti. Il gruppo non è una mente sospesa sopra le persone, una coscienza ulteriore che aleggia nella stanza. Esiste soltanto attraverso ciò che i membri credono, decidono e fanno. Eppure, una volta costituito, offre loro ragioni che non sono più descrivibili come una semplice aggregazione di motivi privati.
Le cose si fanno davvero interessanti, però, quando l’interesse personale e il fine comune divergono. Se collaboro perché mi conviene, una nuova struttura di incentivi potrebbe rendere razionale la defezione. Se agisco come membro, invece, il fine comune resta una ragione anche quando guadagnerei sottraendomi. Nel we-mode ideale, spiega Tuomela “le ragioni private contrarie vengono completamente messe da parte e, di conseguenza, non vi è alcun incentivo a comportarsi da free-rider” (p. 8). Ciò non rende ogni pretesa del gruppo prevalente. Significa solo che il membro non tratta la propria parte come un prezzo da pagare finché il calcolo resta favorevole.








