Mind the Economy/Justice 164

Raimo Tuomela e la grammatica del “noi”

Una politica giusta non può limitarsi a generare appartenenza

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Due cittadini pagano la stessa imposta. Per l’amministrazione i loro comportamenti sono indistinguibili. Ma il primo lo fa perché teme un controllo, una multa, un danno alla reputazione. Il secondo, invece, considera l’imposta come la propria parte nel processo di finanziamento di un’impresa comune. Il gesto è identico ma la ragione che lo anima non lo è. Il primo ragiona da una prospettiva “privata”. Il secondo, al contrario, agisce come membro di un gruppo. È in questa distanza, invisibile a chi osservi soltanto le condotte esterne, che si colloca la distinzione fondamentale proposta dal filosofo finlandese Raimo Tuomela tra I-mode e we-mode. Nei Mind the Economy delle settimane scorse Margaret Gilbert ci ha mostrato come alcuni individui possano venire a costituire un soggetto plurale attraverso un impegno congiunto. Tuomela sposta ora la domanda. Una volta comparso un “noi”, che cosa significa ragionare e agire dal suo punto di vista? Che differenza passa tra fare qualcosa insieme agli altri e farla in quanto membri di un gruppo?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il soggetto nascosto della scelta

Non ogni forma di cooperazione presuppone una “modalità-noi” (we-mode). Due imprese possono collaborare perché ciascuna ne ricava un vantaggio. Due automobilisti scelgono di coordinarsi per evitare un incidente. Due vicini di casa spalano insieme la neve per dividere la fatica. Ciascuno tiene conto dell’altro, ne anticipa le mosse e adatta le proprie. Eppure, nonostante questa interdipendenza, le loro azioni possono restare come due linee parallele: vicine, coordinate, ma tracciate a partire da punti che rimangono. Il fatto di ragionare in maniera “privata”, in I-mode, non significa necessariamente – spiega Tuomela – ragionare spinti dall’egoismo. Si può essere generosi, leali e perfino disposti al sacrificio continuando a ragionare da un punto di vista del tutto individuale. Posso aiutare un estraneo per strada per senso di umanità o rinunciare a un vantaggio per non danneggiare un collega. Sono esempi di ciò che il filosofo definisce “pro-group I-mode”. Il bene del gruppo compare tra i miei fini, ma come un fine che possiedo personalmente. Il gruppo è l’oggetto della mia intenzione, non ancora il soggetto della deliberazione. Tuomela descrive questa posizione come quella di chi opera “come una persona ‘privata’ ma anche, almeno in parte, per il bene del gruppo” (Social Ontology: Collective Intentionality and Group Agents, Oxford University Press, 2013, p. 6).

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Se confondessimo il we-mode con l’altruismo, la distinzione riguarderebbe soltanto ciò che le persone desiderano: alcuni perseguirebbero il proprio vantaggio, altri il benessere altrui. Per Tuomela non è questo il punto centrale. Ciò che cambia davvero, invece, è la grammatica stessa della deliberazione. La domanda non riceve semplicemente una risposta più benevola. Cambia il pronome che la regge. “Il ragionamento in prima persona (I-reasoning) in una situazione decisionale si chiede: ‘Cosa dovrei fare?’, mentre il ragionamento collettivo (we-reasoning) si chiede fondamentalmente: ‘Cosa dovremmo fare come gruppo?’” (p. 7) – scrive ancora il filosofo. Solo dopo aver individuato ciò che dobbiamo fare “noi”, il singolo torna a chiedersi quale parte di quell’azione spetti a lui. È cambiato il soggetto al quale attribuiamo la scelta.

Sulla stessa barca

Agire in we-mode significa assumere un fine come fine del gruppo e trattarlo come una ragione autorevole che motiva e giustifica le scelte dei membri. Se cento pendolari desiderano poter viaggiare su un treno puntuale, esiste una convergenza tra i loro desideri, ma non un’intenzione collettiva. Ognuno potrebbe continuare a volere la puntualità per ragioni del tutto private, senza riconoscere negli altri i partecipanti a un’impresa comune. Per entrare in “modalità-noi”, invece, occorre che le persone si comprendano come membri di un’unità pratica e che si dispongano a fare la propria parte per ciò che tale unità ha assunto come proprio fine. La “modalità-noi” presenta tre elementi costitutivi. Il primo è la “ragione di gruppo”, cioè il fine, il valore o la norma che il gruppo riconosce come propria e che autorizza le azioni compiute in suo nome. Il secondo è l’“impegno collettivo”. Significa che non basta approvare il fine ma occorre partecipare alla sua realizzazione e attendersi analoga disponibilità dagli altri. Il terzo è la “condizione di collettività”, resa da Tuomela con l’immagine dell’essere “necessariamente sulla stessa barca”. Un equipaggio non può dividersi in marinai che arrivano in porto e marinai che, sulla medesima nave, non vi arrivano. Il risultato si realizza interdipendentemente per tutti. E’ la squadra che vince e, attraverso essa, vincono anche i singoli giocatori. Questi tre elementi si sostengono a vicenda. La ragione di gruppo indica la rotta, l’impegno collettivo lega ciascuno alla propria parte e la condizione di collettività impedisce di scomporre il risultato in una somma di successi privati. Per questo cambia anche la direzione della giustificazione. Nell’I-mode si procede dal basso verso l’alto. Dalle ragioni individuali si cerca di ricostruire l’azione congiunta. Nel we-mode il movimento è inverso. Il fine del gruppo fornisce ai membri ragioni per svolgere le rispettive parti. Il gruppo non è una mente sospesa sopra le persone, una coscienza ulteriore che aleggia nella stanza. Esiste soltanto attraverso ciò che i membri credono, decidono e fanno. Eppure, una volta costituito, offre loro ragioni che non sono più descrivibili come una semplice aggregazione di motivi privati.

Le cose si fanno davvero interessanti, però, quando l’interesse personale e il fine comune divergono. Se collaboro perché mi conviene, una nuova struttura di incentivi potrebbe rendere razionale la defezione. Se agisco come membro, invece, il fine comune resta una ragione anche quando guadagnerei sottraendomi. Nel we-mode ideale, spiega Tuomela “le ragioni private contrarie vengono completamente messe da parte e, di conseguenza, non vi è alcun incentivo a comportarsi da free-rider” (p. 8). Ciò non rende ogni pretesa del gruppo prevalente. Significa solo che il membro non tratta la propria parte come un prezzo da pagare finché il calcolo resta favorevole.

Quando nessuno guarda

Torniamo al caso dei due contribuenti. Sanzioni, controlli e reputazione favoriscono la fedeltà fiscale e nessuna istituzione può affidarsi, naturalmente, soltanto alla virtù. Ma, come mostra Tom Tyler, psicologo giuridico dei Yale, la paura della pena da una parte e l’interiorizzazione della norma, dall’altra, instaurano rapporti differenti con la regola. Nel primo caso la norma resta fuori dal soggetto ed entra nel calcolo come costo atteso: quanto è probabile il controllo? Quanto severa la multa? Quanto posso guadagnare violandola? L’obbedienza dura finché trasgredire resta sconveniente. Si può ottenere il comportamento richiesto, anche se non si riconosce validità alla norma.

Nel secondo caso, invece, la norma attraversa il confine tra il fuori e il dentro. Il cittadino riconosce una ragione per aderire che non dipende dalla presenza di un controllore. Tyler distingue qui due possibilità. Posso obbedire perché considero giusta quella specifica norma e questa è una forma di moralità personale. Oppure posso obbedire perché riconosco all’autorità il diritto di stabilire regole vincolanti. Questa è invece il riconoscimento della legittimità. Quando i cittadini giudicano appropriata l’adesione a una regola - scrive Tyler - “assumeranno volontariamente l’obbligo di rispettare le norme di legge” (Why People Obey the Law, Princeton University Press, 2006, p. 3). La differenza si manifesta soprattutto quando nessuno guarda, quando, cioè, la probabilità che una violazione venga scoperta e sanzionata è molto bassa. L’ordine fondato sulla minaccia, infatti, deve inseguire ogni comportamento con occhi, procedure e sanzioni. Quello fondato anche su norme interiorizzate, invece, può contare su cittadini che continuano a regolarsi anche quando il poliziotto si allontana, la telecamera è spenta e la probabilità di essere scoperti si avvicina a zero.

Legittimità, nel senso di Taylor e il we-mode di Tuomela, tuttavia, non sono sinonimi. Posso riconoscere il diritto di un’autorità a comandare senza, tuttavia, concepirmi come membro agente del gruppo. Posso rispettare una legge come individuo moralmente coscienzioso senza assumerla come espressione di una “noitudine”. Tyler chiarisce il passaggio dalle ragioni esterne alle ragioni interiorizzate. Tuomela introduce una distinzione ulteriore all’interno di queste ultime. Una cosa, infatti, è obbedire per una ragione che riconosco personalmente, un’altra è agire per una ragione che assumo in quanto membro e dal punto di vista del gruppo. Il secondo contribuente interpreta il pagamento come contributo a un’azione della comunità politica. Tuomela usa proprio questo esempio: “C’è un obiettivo comune che noi, in questo Paese, stiamo perseguendo o dovremmo perseguire, ed è per questo che dovremmo pagare le tasse” (p. 165). Non sta affermando che ogni imposta sia giusta o che il cittadino debba rinunciare al giudizio critico. Afferma che il dovere fiscale può essere compreso dall’interno di un fine congiunto e non soltanto come risposta alla coercizione.

Su questo punto si innesta un problema cruciale di progettazione istituzionale. Il tema di come incentivi, sanzioni e controlli possono in certi casi plasmare le motivazioni individuali. Assumere, per esempio, che in assenza di controlli e sanzioni, il cittadino si comporti certamente da opportunista può rafforzare proprio la forma di ragionamento che la norma vorrebbe scoraggiare. Samuel Bowles osserva che le persone possono agire “in modo più egoistico in presenza di incentivi che in loro assenza - e conclude che - gli incentivi da soli non possono costituire le basi di un buon governo” (The Moral Economy: Why Good Incentives Are No Substitute for Good Citizens, Yale University Press, 2016, p. 2). Nel celebre esperimento degli asili di Haifa condotto da Ury Gneezy e Aldo Rustichini e discusso a questo riguardo da Bowles, l’introduzione di una multa per i genitori che arrivavano tardi non ridusse i ritardi: li raddoppiò. Quello che prima poteva essere vissuto come un dovere morale verso insegnanti costretti ad aspettare viene reinterpretato come un servizio acquistabile. La sanzione non si limita, in questo caso, ad aggiungere un costo. Cambia la natura stessa della situazione. Dove prima poteva esserci la domanda “che cosa dobbiamo agli altri?”, l’introduzione della sanzione la trasforma in “quanto costa arrivare tardi?” (pp. 4-5).

Incentivi e sanzioni restano necessari perché chi sceglie di cooperare deve essere protetto dall’opportunismo dei free riders e nessuna comunità può presumere che tutti siano sempre mossi da ragioni civiche. Ma gli strumenti istituzionali non si limitano a modificare il prezzo delle azioni; segnalano anche alle persone quale genere di situazione abbiano davanti e quale genere di soggetti siano chiamate ad essere. Se ogni contributo viene rappresentato come il tributo strappato a un individuo recalcitrante, può restringersi lo spazio nel quale esso viene compreso come parte di un’attività collettiva.

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Qui emerge chiaramente il nesso con la posizione di Margaret Gilbert. L’impegno congiunto spiega le pretese reciproche. Tuomela illumina il lato deliberativo della stessa esperienza. Il cittadino assume il punto di vista dal quale la contribuzione appare come la sua parte di un’attività che è nostra. Obbligo relazionale e ragione di gruppo non coincidono, ma possono sostenersi reciprocamente.

Il lato oscuro del noi

Sarebbe pericoloso trasformare il we-mode in una virtù incondizionata. Anche un gruppo criminale o totalitario può produrre identificazione e sacrificio. La “razionalità del noi” spiega come un gruppo agisca unitariamente, non se i suoi fini siano moralmente giusti o sbagliati. Tuomela riconosce che il caso paradigmatico è quello di un gruppo “democratico e autonomo (libero dalla dominazione esterna)”, ma che esso può essere comunque “internamente non libero” (p. 17).

Una politica giusta non può limitarsi a generare appartenenza. Deve chiedersi chi abbia partecipato alla definizione del fine comune, chi possa contestarlo, chi sopporti i costi della cooperazione e chi ne riceva i benefici. Deve lasciare aperta la possibilità che un membro dica “noi” senza perdere la facoltà di dire “io dissento”. Altrimenti il punto di vista del gruppo si trasforma da fonte di ragioni comuni in strumento di dominio. Resta tuttavia il nucleo dell’intuizione di Tuomela. Una società non può essere spiegata, e forse neppure tenuta insieme, immaginando soltanto individui che reagiscono a premi e punizioni. Gli incentivi possono rendere conveniente la conformità ma non possono, da soli, rendere nostre le istituzioni. Tra obbedire a una regola e riconoscersi come coautori di una pratica comune esiste la stessa distanza che separa il procedere nella medesima direzione dall’andare da qualche parte insieme. È dentro questa distanza che l’io, senza scomparire, impara ad agire come parte di un noi più ampio.

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