L’intervista

Rai Cinema, utile di 24 milioni «Creato valore per l’intera filiera»

L’ad di Rai Cinema Paolo Del Brocco: «Le finestre di esclusiva in sala sono da preservare per difendere il valore dei film. Sul tax credit servono certezze»

di Andrea Biondi

L’amministratore delegato di Rai Cinema, Paolo Del Brocco

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Mentre il dibattito sul futuro del cinema italiano si accende tra riforme del tax credit e nuove abitudini di consumo, Rai Cinema presenta un bilancio 2025 in crescita, con un utile netto che sfiora i 24 milioni. La società guidata da Paolo Del Brocco chiude il 2025 con 285 milioni di fatturato (comprensivo della vendita a Tv e piattaforme), 36 milioni di Ebit e un margine commerciale diretto, indicatore che misura la performance commerciale della società, a 18 milioni. La divisione 01 Distribution registra 46 milioni di box office e 6,5 milioni di biglietti, con il record di “Follemente”.

Spostando la visuale sul triennio che va a concludersi qual è il resoconto?

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L’azione della società ha creato un rilevante valore per l’industria. Abbiamo apportato oltre 50 milioni di margine commerciale diretto al bilancio Rai e generato 31 milioni di margini per i produttori indipendenti, dopo aver coperto 55 milioni di costi di promozione. Sono 200 i film coprodotti, 96 documentari con 240 milioni di investimento sul cinema e 191 società partner a conferma della centralità del pluralismo produttivo. C’è poi l’affermazione sul mercato della nuova struttura dedicata alla distribuzione internazionale: Rai Cinema International Distribution. E ancora 3 importanti premi vinti ai festival di Venezia, un film nominato agli Oscar, un film in short list e 45 David di Donatello. Tutto rende ancora più evidente il risultato principale ottenuto dalla società negli ultimi anni.

Quale?

Essere diventati un indispensabile punto d’equilibrio tra politica industriale, produzione culturale e pluralismo produttivo, con una responsabilità di sistema più ampia del solo risultato economico immediato: sostenere una filiera, accompagnare autori e produttori, presidiare generi e linguaggi diversi, dare continuità e sviluppo industriale. E poi il fatto che il marchio Rai Cinema oggi sia conosciuto e apprezzato nel mondo come sinonimo di qualità dei contenuti.

Certo è che il cinema italiano vive però un momento caratterizzato da grande incertezza regolatoria, specialmente sul fronte degli incentivi pubblici e in particolare del tax credit.

Il tax credit non è un accessorio, ma una delle architetture portanti dell’audiovisivo mondiale. È uno strumento di politica industriale e culturale che ha consentito al settore di crescere, strutturarsi, attrarre investimenti e rafforzare la filiera. Un sistema che però deve poter essere verificato, corretto, affinato. Il Mic ha lavorato in questi mesi alla qualità della regolazione per un sistema meno esposto a usi impropri e con regole chiare e controlli efficaci. Serve arrivare a una tempistica certa perché in un settore con pianificazioni pluriennali e strutture finanziarie complesse l’incertezza rischia di pesare più della stessa riduzione delle risorse. Peraltro, il fondo, che è alimentato da una quota del gettito fiscale generato dal comparto audiovisivo, può contare su almeno 626 milioni. Una riduzione non enorme rispetto al passato e che deve favorire un’accurata selezione dei progetti e delle realtà produttive.

Come si pone Rai Cinema rispetto allo strapotere delle piattaforme globali?

Le piattaforme hanno avuto un impatto economico rilevante ma anche un ruolo disruptive nel mercato. Ultimamente c’è una maggiore integrazione con la filiera cinema e una collaborazione più proficua avendo compreso il vantaggio che deriva dalla sala per gli sfruttamenti successivi. In ogni caso non possiamo lasciare ad aziende globali il compito di raccontare l’identità e la cultura italiana, i nostri valori e la composizione semantica della nostra narrazione condivisa.

Il modello finestra sala-tv ha ancora senso?

La sala rimane centrale. Il tema è in questi giorni al centro del dibattito e dal CinemaCon di Las Vegas, principale convention theatrical a livello mondiale, sono stati proprio gli Studios, a partire da Sony e Paramount, a fare un passo indietro e valutare finestre più lunghe. Rimaniamo dell’idea che in Italia debba esserci una finestra uguale per tutti i film in modo tale da comunicare agli spettatori una regola chiara.

Pressioni politiche nella selezione dei progetti?

In tanti anni non abbiamo mai subito pressioni di alcun tipo. E Rai ci ha sempre assicurato la totale libertà editoriale. Insieme alla stabilità manageriale nel tempo, l’autonomia è stato uno dei principali fattori critici di successo. Nel bene e nel male le scelte sono di nostra responsabilità. Proprio per questo è ancora più importante che la selezione avvenga secondo criteri editoriali, industriali e professionali chiari, ma mai burocratici. Va tenuto conto che arrivano mediamente 800 progetti l’anno e che ne contribuiamo a realizzare a vario titolo mediamente 60-70. Questo numero ci rende il primo produttore europeo per film coprodotti. Non un lavoro semplicissimo. E i “no” non vengono digeriti facilmente.

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