Raccontare buone storie è l'unica cosa che conta
Il divo americano racconto il “suo” festival del cinema indipendente: «Adesso il Sundace è un successo, ma alla prima edizione io e mio figlio andavamo in strada per convincere le persone a entrare nel cinema»
di Alessandra Mattanza
5' di lettura
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Ci sono uomini che con il solo carisma riempiono una stanza. Robert Redford è uno di questi. Fisico ancora atletico a 83 anni di età, capelli tra il rossiccio e il biondo, macchiati da ciuffi grigi, occhi azzurri attenti e intensi, viso segnato dalle rughe e da un'espressività carica di emozione. E, più di tutto, quell’immutabile aria scanzonata che tanto ha contribuito a renderlo unico sul grande schermo. «Mi sento ancora elastico quando mi sveglio la mattina, per fortuna», confessa sorridendo. «Continuo ad aver voglia di camminare tra i boschi vicino a casa mia. Essere immerso completamente nella natura, per me, è una forma di meditazione vera e propria».
Dopo Old Man & the Gun, lo scorso anno, aveva detto di volersi ritirare dalle scene, almeno come attore, lasciando un piccolo spiraglio aperto per la regia. Quando lo solletico su questo punto, ammicca: «Per ora mi sono ritirato, ma mai dire mai…». Sorride in un modo che non lascia intendere se scherzi o meno. Siamo di nuovo in periodo di Sundance Film Festival: quest’anno si è svolto dal 23 gennaio al 2 febbraio.
Che cosa ricorda del suo primo Sundance Film Festival?
«Io e mio figlio Jamie andavamo per le strade per cercare di convincere le persone ad andare al cinema! (Ride, ndr). Oggi i biglietti vanno a ruba, allora quasi nessuno sembrava interessato. Ma ho sempre creduto nel potere delle storie. Proprio come in La mia Africa, uno dei film in cui ho amato recitare, dove la gente si incontra la sera attorno a un tavolo e si intrattiene raccontandosi storie. Lo stesso facevano i nativi americani, in passato è sempre stato così. Oltre ai film d’invenzione ho sempre amato i documentari, che considero nuove forme, e molto efficaci, di giornalismo autentico. Allora, quando tutto cominciò, erano ancora sottovalutati. Il successo del Sundance Institute, e poi del festival, nasce tutto dall'idealismo, dalla costanza nel credere in un sogno. In quel periodo Hollywood puntava sulla tecnologia, sui grandi effetti speciali, ma non era il mio mondo. Volevo ritrovare il potere di raccontare buone storie. È così che ho iniziato a dedicarmi al cinema indipendente, quando nessuno ancora ci credeva. È così che sono nati i primi labs, laboratori di sceneggiatura e regia, dove si collaborava insieme ad altri artisti, che poi hanno portato al festival».
Non ha mai avuto un grande rapporto con gli studios e con il glamour di Hollywood…
«È che in fondo ho l’animo di un cowboy. Per questo sono finito nello Utah: ho sempre odiato ogni forma di superficialità e ipocrisia e non riuscivo a fingere nemmeno quando si trattava di cercare un lavoro. Per Butch Cassidy and the Sundance Kid fu Paul Newman, che allora era già una star affermata, a volermi in quel ruolo, a insistere, perché credeva in me. Non l’ho mai dimenticato e ancora mi manca. Girando insieme diventammo grandi amici».
Che cosa pensa dei movimenti femministi come #MeToo?
«Sono da sempre molto legato a Jane Fonda, che è stata una pioniera in questo senso. E lei sa quanto abbia rispettato le donne. Del resto, anche al Sundance Film Festival abbiamo dedicato molto spazio alle registe e a panel di donne produttrici e imprenditrici. Sono felice che le cose stiano cambiando e penso che per noi uomini sia giunto il momento di stare seriamente ad ascoltare quello che le donne hanno da dire, di renderci conto dei nostri errori. È un processo che si sta sviluppando e che deve crescere, è importante che ci sia libertà e che tutti abbiano una voce».








