Quotazioni responsabili: arriva dall’Italia il modello di Ipo sostenibile
Un pool tutto al femminile ha teorizzato i principi per entrare in Borsa prevedendo le richieste dei finanziatori votati al green. E un’azienda napoletana è la prima a quotarsi.
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Come può la sostenibilità diventare un fattore così competitivo da uscire dal perimetro noto di report e prospetti per i consumatori con lunghi elenchi di quanta CO2 è stata risparmiata e come si faccia la differenziata in azienda, e diventare una leva strategica, davvero appealing e di ingaggio, anche per gli stakeholder? È attorno a questa domanda e al concetto di finanza sostenibile che circa tre anni fa a un pool di professioniste è venuta l’idea di teorizzare alcune linee guida per quotare le aziende secondo fattori Esg (ambientali, sociali, di governance), intercettando un vuoto normativo: non esistono al momento leggi o regolamenti che indichino alle aziende come quotarsi secondo standard di sostenibilità, benché poi, una volta in Borsa, la pressione di investitori e banche per il rispetto di criteri sostenibili sia elevatissimo e nei percorsi di crescita nel mercato a un certo punto si arrivi a doversi adeguare a rating di sostenibilità. «Tanto vale quindi giocare in anticipo, presentandosi con una situazione virtuosa fin da subito: per questo abbiamo dato forma all’idea delle Ipo sostenibili», spiega Milena Prisco, avvocata partner e head of Esg dello studio legale Pavia e Ansaldo, che insieme ad Anna Lambiase, ceo di IrTop Consulting e presidente di CDP Venture Capital, e Mia Rinetti, equity partner del capital market italiano, ha teorizzato questo modello, che è diventato un libro, il primo al mondo sul tema: Ipo sostenibile. Linee guida per la raccolta di capitali delle Pmi.
Ma perché alle aziende converrebbe intraprendere questo percorso? «Per loro significa procedere, ancora prima di arrivare in Borsa, con una riorganizzazione interna, strutturarsi attraverso principi di responsabilità che sono di governance, sociali e ambientali». I fattori Esg in questi anni sono stati dei pilastri che hanno aiutato la finanza a capire che gli investimenti che tengono conto delle ricadute sull’ambiente, sull’aspetto sociale e di governance, ove condotti secondo precise logiche, sono più remunerativi di altri. «Facciamo un esempio concreto: una Pmi che vuole quotarsi secondo queste direttive, dovrebbe rivolgersi in primis a un advisor finanziario che fa una vera radiografia dello stato dell’arte, per capire dal punto di vista economico/finanziario a che punto è l’azienda; poi un esame di fattibilità giuridico, e anche una fotografia Esg. A questo punto inizia a ritarare il proprio modello di business e business plan sul rispetto dei 3 fattori Esg, e quindi ad esempio a implementare una governance improntata all’inclusione e all’indipendenza, pratiche anticorruzione, antiriciclaggio, attente alla parità di genere e al green, stilando una scaletta delle priorità d’azione, una road map di impegni da assumersi e portare a termine prima e dopo la quotazione, in modo ben definito. Nel documento di ammissione alla Borsa che si presenta agli investitori, si racconta che cosa si è fatto e si farà anche in politiche di investimenti sostenibili, garantendo trasparenza al mercato». Il percorso non è standard, ma su misura a seconda della natura dell’azienda e del suo livello di partenza.
«Sia ben chiaro, non tutte le aziende possono scegliere un’Ipo sostenibile: ne sono interessate quelle che hanno un dna che non ricade nella black list di attività legate a business controversi, che foraggiano certe industries, come le armi. In termini di dimensioni invece ci siamo sempre indirizzate alle Pmi, perché in teoria le big dovrebbero essere più forti su questi temi, e con una struttura interna più matura».
Una case history arriva dalla napoletana Tecno Spa Società Benefit, sustaintech attiva nella twin transition, vale a dire digitalizzazione e IA al servizio dell’efficientamento energetico e primissima azienda italiana a conoscere e voler adottare il modello di Ipo sostenibile: qualche settimana fa si è quotata in Borsa rispettando le linee guida teorizzate da Prisco, Rinetti e Lambiase. «Predisporre questo tipo di percorso è fin dagli inizi un investimento: per l’azienda si tratta di una voce di spesa in più, almeno inizialmente, ma se il costo lo hai su base volontaria – al tuo passo, con i tuoi tempi – ha un impatto diverso che non se sei costretto ad affrontarlo quando entri nella normativa obbligatoria, che ti impone i suoi vincoli e termini. E i risultati sono immediati, ci potrebbero essere investitori interessati che si muovono già con approccio Esg: se sanno che un’azienda è Esg-oriented, la avvicinano subito, ne riconoscono il valore. Anche perché scegliere un’Ipo sostenibile implica una propensione alla prevenzione del rischio: non solo etico, ma anche economico e finanziario. In tempi come questi, di grande attenzione alla reputazione, è fondamentale». Senza contare che le ricadute sono anche interne, perché – per esempio – se un’azienda decide di efficientarsi energeticamente, non solo ha più appeal per gli investitori, ma ha un risparmio di spesa interno immediato. O ancora: «Se, avendo bisogno di liquidità, ci si rivolge a una banca, questa si sentirà più sicura, perché in presenza di qualcuno che ha un sistema di monitoraggio che riduce il rischio di insolvenza sul credito: questo potrebbe portare a ridurre i tassi di interesse o a condizioni più vantaggiose».
Che si tratti di aziende di moda, design, nautica, o di società di consulenza, tutte sono potenzialmente interessate. E dopo l’esperienza virtuosa di Tecno Spa, l’attenzione sul tema è in crescita e diverse Pmi si avvicinano a questa ipotesi.








