La denuncia

Medici ospedalieri: liste d’attesa, 20 milioni di visite da recuperare. Non bastano straordinari

Per Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed (medici ospedalieri) il decreto Schillaci varato dal Parlamento è monco

di Barbara Gobbi

Liste d'attesa, Schillaci: "Controllo delle Regioni? Stiamo lavorando"

3' di lettura

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«Il decreto Schillaci sulle liste d’attesa all’esame del Parlamento è monco perché, solo a guardare gli ultimi anni di sofferenza del Ssn, cerca di risolvere il problema enorme di quasi 20 milioni di prestazioni perse tra 2019 e 2021 con le ormai poche forze dell’ospedale, con risorse insufficienti e un personale già stremato a cui si continuano a chiedere straordinari. Intanto si punta il dito contro la libera professione intramuraria introducendo perfino interventi coercitivi: ma è chiaro che le ‘liste’ sono legate ad altre tematiche, che riguardano l’organizzazione delle aziende e del sistema nel suo complesso, inclusa l’assistenza sul territorio a cui incredibilmente non si chiede alcun contributo». Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed (medici ospedalieri), premia le buone intenzioni del ministro della Salute che prova a guarire la “piaga” liste d’attesa, sua priorità dichiarata da inizio mandato, ma boccia nel merito il provvedimento pronto per il via libera scontato della Camera dopo il sì del Senato il 18 luglio. «È vero – ammette - che il problema parte da lontano e che in tutti questi anni non si era fatto nulla, così come approvo misure come il Cup regionale. Ma mi aspettavo interventi strutturali che oggi non vedo».

Quali sono punti critici del decreto legge?

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«Innanzitutto andava sbloccato subito il tetto sul personale senza aspettare il 2025: ci auguriamo che il ministro lo faccia quanto prima con un suo decreto che consenta davvero di assumere. Perché è chiaro che va adottato un metodo correttivo rispetto alla proposta sui fabbisogni di medici e infermieri messa in campo da Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, che con un meccanismo molto complicato stima che di medici ne servano addirittura 10mila in meno. Un’ipotesi che cozza con l’evidenza delle corsie vuote, dei turni coperti a stento, delle file di pazienti in Pronto soccorso e con il fatto che la medicina è cambiata innalzando gli standard del fabbisogno di medici. Di tutto questo nel decreto liste d’attesa non c’è traccia. Senza contare che i camici bianchi, affinché cessi la fuga all’estero o nel privato, hanno bisogno di un incremento strutturale di risorse».

Gli unici denari messi dal decreto legge anti liste vanno agli straordinari…

«Continuare a dare qualche decina di euro in più l’ora agli stessi colleghi che già oggi sono oberati è un intervento tampone che non porta da nessuna parte. Bisognava agire prevedendo un’indennità di specificità adeguata, che restituisse appeal al Ssn. Non è solo un problema di Pronto soccorso: mancano anche chirurghi, anestesisti rianimatori, radioterapisti e così via. E difficilmente questa problematica sarà risolta dal nuovo contratto 2022-2024 che oggi prevede un incremento nettamente inferiore al tasso d’inflazione. In definitiva, non si prefigurano per il lavoro in più dei medici risorse aggiuntive strutturali ma solo qualche denaro per ulteriori straordinari e la flat tax al 15 per cento».

La domanda inappropriata di prestazioni da medicina difensiva, fenomeno che cuba 10 miliardi, contribuisce a gonfiare le liste d’attesa per effetto dell’iper prescrizione. Come si potrebbe intervenire? 

«Per quanto ne sappiamo il testo elaborato dalla commissione ad hoc istituita dal ministro della Giustizia Nordio non modificherà nella sostanza il problema della colpa medica ed è chiaro che quindi una grande quota di inappropriatezza resterà: il medico temendo le cause dei pazienti sarà sempre portato a chiedere più prestazioni del dovuto facendo lievitare costi e liste d’attesa. Ma soprattutto mi chiedo: davvero quei quasi 20 milioni di prestazioni specialistiche che secondo i dati dell’Annuario Ssn del ministero della Salute sono andate perse tra 2019 e 2021, negli anni del Covid, vanno tutte eseguite in ospedale?».

In che senso?

«Per la precisione parliamo di ben 19,8 milioni di prestazioni eseguite in meno tra 2019 e 2021, pari a -8,5%, negli anni della pandemia. Un calo notevole che denota il gap nell’offerta sanitaria derivante anche dall’assenza di prevenzione secondaria e terziaria e dall’inadeguatezza del territorio nel prendere in carico una buona parte della domanda. Basti pensare che il maggior calo nelle prestazioni ha riguardato voci gestibili fuori dalle mura ospedaliere come la psichiatria, con -37%, l’oculistica con -21,67% e la dermatologia con -19% di prestazioni fatte. In definitiva, non è possibile chiedere ulteriori sforzi ai medici ospedalieri che già fanno nel 43% dei casi 48 ore settimanali e che nel 20% vanno oltre le 48 ore di corsia. Le liste sono un tema da affrontare a 360 gradi, dal servizio sanitario nel suo complesso».

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