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Questo premio, un chiodo per la mia carriera

di Alessandra Tedesco

3' di lettura

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La follia e i deliri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita di Ferdinando Palasciano, medico vissuto alla fine dell’800, sono al centro del romanzo “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza) di Wanda Marasco. L’autrice racconta in un mix di realtà e fantasia la vita di Palasciano, una vita ossessionata dall’idea della cura: voleva curare tutti anche i poveri e i nemici in guerra (per questo fu condannato a morte e poi graziato dal re). Il racconto parte dal 2 novembre 1887 quando, dopo l’ennesimo delirio, la moglie Olga, arrivata a Napoli dalla Russia dove aveva vissuto un’infanzia durissima con la madre affetta da disturbi psichici, fece internare Ferdinando.

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Cosa rappresenta la vittoria del Premio Campiello?

Sono molto contenta, è come se mettessi un chiodo duro e morbido alla mia storia. Dedico questo premio a tutto ciò che nella vita e in letteratura mi ha consegnato amore e conoscenza.

Ferdinando Palasciano era un uomo della cura. Che eredità ha lasciato?

Ha il senso dell’umano, perché se non esiste cura per l’altro, non c’è più l’umano, c’è il trionfo del disumano. Basta vedere quello che sta accadendo nel mondo.

Accanto alla cura, in questo romanzo emerge con forza il tema della follia. Quella di Palasciano alla fine della sua vita, ma anche quella della madre di Olga che aveva influenzato la sua infanzia. Cosa rappresenta la follia?

La follia è stata paradossalmente un metodo di conoscenza per Palasciano, è come se Ferdinando dicesse “io questo dolore forse non potrò mai cancellarlo, ma posso superarlo e conservarlo come una sapienza in più”. Quello che mi ha veramente appassionata è la volontà etica di quest’uomo: un eroe che non gridava, un eroe dell’intelligenza e del cuore. Ferdinando Palasciano è stato un Gino Strada. Mi ha colpita questo rigore professionale continuamente collegato al gesto morale.

Che idea si è fatta del dolore psichico di Ferdinando?

Per raccontarlo ho tratto spunto anche dalla mia di vita. Si può intuire che l’esperienza della frattura psichica in qualche modo l’ho avuta vicina. Poi ho studiato e venendo dal teatro, avendo una forte istintualità poetica, questo mi ha permesso un processo di immedesimazione fortissimo.

Che uomo è Ferdinando nel momento in cui viene ricoverato in manicomio?

Si tratta di un uomo che per anni ha costretto dentro di sé il dolore e la delusione, provati tanto nel suo esercizio di medico, quanto nella sua attività di politico, senatore militante nella sinistra liberale. Lo scontro con le iniquità della Storia e con le invidie del mondo medico e accademico pesò su questa anima sensibile. Sembra proprio che ci sia qualcosa che si spezzi dentro di lui.

A proposito delle delusioni professionali, nel romanzo si racconta che Palasciano si era opposto alla creazione di un ospedale in cui il reparto delle malattie infettive sarebbe stato accanto a quello delle puerpere, quindi con il rischio di infezioni gravissime. Per questo subì ritorsioni, come lo smantellamento della sua sala operatoria. C'era un meccanismo di abuso di potere?

Assolutamente sì, sono giochi dichiaratamente politici e di grande grande invidia perché si trattava di un medico straordinario, la cui fama non era solo italiana, ma europea. Lui aveva curato i nemici in battaglia, non esisteva ancora la convenzione di Ginevra, era stato un precursore. Nel momento in cui viene internato uno dei medici, un amico, gli dice che deve restare giusto il tempo necessario per indagare il dolore. Ecco, ho trovato questa frase molto efficace perché dà l’idea di una possibilità di guarigione, di uscita dal disastro emotivo e mentale in cui si trova.

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