Quella scatola dei sogni chiamata San Siro
Colombo e Monti raccontano i cent’anni dello stadio, storia di pallone, box, impresa, cultura e fede: il tracciato dell’elettrocardiogramma del Paese
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Certi stadi sono biblioteche di Storia e storie, di gol, quasi gol, lacrime e adrenalina. San Siro è la Magna Charta di queste biblioteche di erba e cemento, e qualcuno lo abbatterà (ci riuscirà?) per far spazio alla modernità, pur a scoppio ritardato. Chi ha firmato il rogito del 5 novembre 2025 con cui Milan e Inter verseranno al Comune di Milano 197,75 milioni di euro per l’acquisto dell’area che comprende il Meazza e le zone limitrofe con l’idea di erigere una nuova cattedrale al calcio milanese, prima avrebbe dovuto leggere Il secolo di San Siro in 100 date (più una) da ricordare, scritto da Claudio Colombo e Fabio Monti. La consuetudine dei due autori – giornalisti di vaglia, di fatti e di numeri – con l’essenzialità della cronaca (less is more sempre) rende ancora più grande una storia, quella di San Siro, che non è solo storia di pallone, ma di impresa e imprenditori, di cultura musicale e fede. È storia del Paese, è l’Italia. San Siro è il tracciato dell’elettrocardiogramma di un Merckx o di un Pantani e appartiene a tutti: «Questo libro vuole essere un omaggio a un capitolo importante del grande romanzo di Milano – scrivono Colombo e Monti –. Un omaggio che si snoda nei labirinti del tempo, con il racconto di cento giornate (più una) da ricordare, selezionate dagli autori in spirito di libero arbitrio e con molte scuse per le assenze. … Sono eventi che hanno consacrato San Siro come uno dei simboli più riconoscibili della città: la cattedrale laica della memoria e del cuore».
Le date sono cento come gli anni di vita dell’impianto: il 19 settembre 1926, Adalberto di Savoia, duca di Bergamo, inaugura lo stadio di San Siro (in onore non del vescovo di Pavia, ma della piccola chiesa di San Siro alla Vepra di via Masaccio 20, edificata a metà Quattrocento). L’aveva voluto – visionario e carismatico – Piero Pirelli, presidente del Milan, con una caratteristica distintiva: era uno stadio solo per il calcio, in stile inglese senza pista di atletica. E l’ingegnere Ulisse Stacchini, che firma il progetto con Alberto Cugini, lo interroga dopo il derby inaugurale Milan-Inter 3-6: «Se dovesse passare la moda del calcio, che cosa faremo?». Risponde serafico Pirelli: «Non succederà mai. Ormai il calcio ha sfondato nel mondo». Quell’impianto, da 26mila posti a sedere e 9mila in piedi, era stato costruito da 120 operai in 13 mesi, per un costo di 5 milioni di lire. All’inizio è solo la casa del Milan, mica la nobile Ambrosiana poteva lasciare la centralissima Arena. E già la semifinale mondiale fra Italia e Austria del 3 giugno 1934 segna il tutto esaurito. Pirelli aveva visto giusto: viene completato il perimetro delle tribune con le curve e la capienza sale a 55mila posti. È il 1939 e San Siro fa in tempo a vedere il gol di mano di Piola in Italia-Inghilterra. Ma i venti di guerra soffiano impetuosi e, durante il conflitto, lo stadio resta chiuso, l’energia è poca, i tram non circolano e anche il Milan gioca all’Arena.
Dopo la guerra, è la Nazionale azzurra a riaprire San Siro nel 1946, dove giocheranno molti degli Invincibili il 30 aprile 1949, quattro giorni prima della sciagura di Superga. L’Italia della ricostruzione ha tempo anche per lo sport e l’architetto Armando Ronca progetta il secondo anello a metà anni 50 sostenuto dalle rampe a forma di ellissi, quasi dei fusilli modernisti nel cielo di Milano, e i posti salgono a 85mila, con la prima notturna nel 1957 grazie a 180 proiettori. San Siro è una cavalcata di aspirazioni e concretezza, è specchio dell’Italia che rinasce. Nel 1980, è ristrutturato il primo anello per il Campionato Europeo e lo stadio, su iniziativa del quotidiano «La Notte», viene dedicato a Giuseppe Meazza. Ancora dieci anni, e per Italia 90, si costruisce il terzo anello.
In campo, è una sfilata di stelle: Piola, Skoglund, Liedholm, Angelillo, Lodetti, Rivera, Mazzola, Pelè, che nel 1963 fu fischiato dai loggionisti. È un album Panini di gare epiche: l’ultima partita italiana del Grande Torino (1949), il primo gol di Giacinto Facchetti (1961), le lacrime di Rocco per l’ottavo scudetto del Milan (1962), la Coppa dei Campioni dell’Inter contro il Benfica (1965), la prima moviola per un gol di Rivera (1967), il record imbattuto di gol (1972, Milan-Atalanta 9-3), la prima delle donne in Italia-Scozia del 1974 con 10mila tifosi e il «Corriere d’informazione» che scrive: «E allora accettiamo l’idea che le nostre sorelle, le nostre mogli, le nostre fidanzate, amichette, cugine, cognate, indossino braghette, magliette, scarpette (bullonate) e si mettano a giocare al pallone. Che c’è di male? Tanto è chiaro che il calcio femminile prima o poi in Italia sfonderà».
Poi, vennero il Milan di Berlusconi, Sacchi e degli olandesi, l’Inter del triplete con Mourinho, Zanetti e il presidente Moratti, e anche concerti memorabili (Bob Marley, Bob Dylan, Bruce Springsteen, gli Stones) e le folle oceaniche per il cardinal Martini, papa Benedetto XVI e papa Francesco. E c’è stato il tempo (e il tempio) di pugilato e rugby e, il 6 febbraio 2026, perfino i cinque cerchi con l’apertura dei Giochi Milano-Cortina, tanto che San Siro è diventato olimpico. Adesso che è stata aperta una scenografica passeggiata a 55 metri sopra il campo, il tempo pare sfocare via. Il calcio globale richiede stadi funzionali, macchine da business, fatte da skybox e fan zone: forse bastava agire come a Madrid o Barcellona, dove hanno ristrutturato Bernabéu e Camp Nou un pezzo per volta. Noi ci siamo trascinati fra beghe e carte bollate e il progetto è di costruire il nuovo San Siro per gli Europei del 2032 e di demolire il “vecchio” stadio, lasciando solo parte dell’attuale Curva Sud.








