Quella bellezza non si cancella
Il 24 luglio a Tokyo avrebbero dovuto aprirsi le XXXII Olimpiadi. Per non rinunciare a quel sogno il magazine del Sole 24 Ore ha chiesto a cinque grandi scrittori di narrarci cinque atleti: sono le nostre Olimpiadi per l'estate 2020. Dopo Sandro Veronesi e Paolo Cognetti questa è la terza puntata
di Walter Siti
3' di lettura
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Quel sabato 24 settembre 1988 la finale dei cento maschili a Seoul era prevista per le cinque e mezza del mattino (nostre, maledetti i fusi orari), ma avevo puntato la sveglia alle cinque per godermi i preparativi. Che sarebbero stati seguiti per intero, ne ero sicuro, dalla regia internazionale, data l'importanza dell'evento. La sfida tra Carl Lewis e Ben Johnson aveva la forza dell'epica, rappresentando il duello tra due tipi umani universali: Carl elegante, leggero, signorile, versatile, le origini semi-divine testimoniate dall'epiteto formulare “figlio del vento” – Ben tarchiato, esplosivo, figlio di emigranti, rozzo nel viso e nei modi, la massa muscolare unico pregio riconosciuto dall'appellativo “Big Ben”.
La mia preferenza era istintiva, ancestrale: ma si era fatta sessualmente imperativa nell'estate dell'anno precedente, quando ai Mondiali di Roma ero riuscito a intrufolarmi negli spogliatoi dell'Olimpico avendo trafugato una pettorina da addetto alle pulizie. Torrenti di montagna sotto la doccia, bronzo definitivo e tenero durato ahimè troppo poco per il mio cuore in gola. Avevo quarant'anni che sembravano diciotto. Ora, a quarantuno, stavo sdraiato sul letto davanti alla tivù, tifoso innamorato.
L'antipatia per Lewis già profetizzava la foto di Annie Leibovitz che l'avrebbe ritratto in scarpe rosse femminili col tacco a spillo. Ai blocchi di partenza tre statunitensi, tre giamaicani, un antillano e un brasiliano: otto atleti neri, fibre muscolari adatte allo scatto e indipendenti dalla nazione per cui corrono (due ufficialmente canadesi, uno inglese).
Si sistemano con calma nervosa, ecco Johnson nella famosa posizione “a rana”, con le braccia molto aperte. Lewis compostissimo, manco a dire. Lo speaker ricorda che il suo obiettivo sarebbe di uguagliare le quattro medaglie d'oro di Jesse Owens a Berlino, ma sulla sua strada c'è l'ostacolo Big Ben, che già lo ha battuto a Roma. Johnson schizza via allo sparo insieme all'altro canadese, ma si sa che Lewis vien fuori alla distanza, verso i settanta metri si distende e divora la pista con regali falcate; Ben però non perde terreno, gli altri scompaiono ma lui anzi sembra che su Lewis riesca perfino, intorno ai novanta metri, ad aumentare il distacco – conclude col braccio destro alzato: 9,79 è il nuovo folle record del mondo, Carl conferma la propria signorilità andando a congratularsi.
Poi le ripetizioni della gara, mostrandolo di fronte, mi esaltano di sfericità mineraria. Non rimpiango di non averlo registrato, nel mio cervello non si cancellerà; chi, tra i milioni di spettatori, avrà goduto come me questa pace soddisfatta? Il vento a favore di 1,01, che omologa il record, è la brezza del non aver più niente da desiderare. Due giorni dopo arrivano il terremoto, la vergogna, lo scandalo. I risultati dell'antidoping rivelano che Johnson ha assunto stanozololo; l'imputato confessa e ammette sostanze dopanti anche a Roma per i Mondiali.






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