Dopo il 1978 la Cina attinge da una serie di esperienze, sia interne che esterne, per riparare la distruzione operata dalla Rivoluzione culturale, per riavviare la propria economia e alla fine diventare una grande potenza globale con il secondo Pil più elevato al mondo. Il libro di Gewirtz si focalizza su una notevole, e poco nota, sequenza di cambiamenti avvenuti negli anni 70 e 80, quando una sequela di economisti occidentali si recò in visita in Cina per consigliare il Politburo di Deng su come riformare l’economia cinese.
La storia non può esimersi da elementi farseschi. Nel settembre del 1980, il premio Nobel Milton Friedman, forse il più prominente fautore del libero mercato negli anni 70, fu invitato in Cina, insieme alla moglie, l’economista Rose D. Friedman, per tenere delle conferenze sull’importanza dei “mercati privati liberi”. Ciò che i Friedman dicevano era alquanto ineccepibile da confondere le autorità – tanto che una delegazione è stata mandata nella stanza di hotel dei Friedman per istruirli sui «trionfi del Partito Comunista Cinese».
Eppure le relazioni con gli altri economisti – compresi quelli della parte riformista del mondo comunista, come l’ungherese Janos Kornai e l’economista britannico Alec Cairncross – hanno influenzato il “neosocialismo” descritto da Pieke e hanno dato vita a un miracolo economico. Gewirtz traccia altresì la genealogia intellettuale delle figure che da allora si susseguono ai vertici nella Cina in era di riforma, compresi Zhou Xiaochuan (oggi governatore della People’s Bank of China) e Wu Jinglian (illustre economista il cui soprannome, piuttosto appropriato, è “Wu dei mercati”). Il risultato è un libro straordinario, scritto con equilibrio e disinvoltura, che mostra quanto la riforma cinese fosse legata alle idee dei blocchi capitalisti e socialisti durante la Guerra Fredda, e illumina sugli esordi di un’idea economica che trasformerebbe la Cina e cambierebbe il mondo.
Parallelismi storici
La storia è fonte di analogia per il presente, e coloro che cercano tali analogie troveranno la vena principale nella tagliente satira di un libro, “Eight Juxtapositions” (Otto giustapposizioni) di Jeffrey Wasserstrom, celebre storico della Cina, che in questa opera provocatoria e riflessiva utilizza abilmente il suo sapere per delineare le analogie (imperfette ma reali) tra la Cina di oggi e i vari precedenti storici.
Wasserstrom canzona la Cina parlando della possibilità di una «sfera di co-prosperità» cinese che riecheggia le ambizioni dell’impero giapponese pre-bellico nell’Est asiatico. Traccia anche un parallelismo tra Xi e Papa Francesco – entrambi, dopotutto, a capo di organizzazioni segrete che esercitano un’influenza globale ma che necessitano urgentemente di una riforma. E, consapevole dei confronti Usa-Cina, Wasserstrom risponde ai critici che chiedono perché le banconote cinesi riportano l’immagine di Mao, responsabile della morte di milioni di persone: Andrew Jackson, fa notare, ha vigilato sulla pulizia etnica dei nativi americani provenienti dal Sud-est degli Stati Uniti, eppure il suo viso corrucciato resta ancora oggi sulla bancomat da 20 dollari.
Le analogie di Wasserstrom potrebbero sembrare provocatorie, ma mostrano una certa rilevanza. Xi e Trump stanno interagendo in un mondo in cui il contrasto tra Cina e Usa (e il mondo liberale in generale) è diventato più confuso. Ma non commettiamo errori: gli Usa sono tuttora una vibrante democrazia liberale (non ci sono sketch del tipo “Saturday Night Live” che fanno la parodia di Xi su Cctv) con la più grande economia e il più potente apparato militare del mondo.
Ma si è rafforzato il linguaggio dei due leader sotto certi aspetti. Xi costringe i media cinesi a comportarsi come comportarsi come se il loro “soprannome” fosse “Il Partito”, mentre Trump si scaglia contro le “menzogne” e le “fake news” dei media che non riflettono il suo punto di vista. In Giappone, India e nelle Filippine, i leader democraticamente eletti si comportano in modo ambivalente – o peggio ancora – quando si tratta di libertà di stampa, diritti civili e diversità. Mentre i valori liberali sono erosi nell’Occidente geopolitico, diventa sempre più difficile prendere posizione per principio contro il sistema cinese.
In modo analogo, le principali potenze mondiali si sono spostate verso la Realpolitik allontanandosi dall’idea che i valori universali debbano sostenere gli affari internazionali. Trump ha precisato che l’unico ideale che guiderà le sue politiche sarà “America first”, un concetto basato sull’ottenimento di vantaggi economici a somma zero, e non sulla presunta superiorità dei valori rivendicati come propri dagli Usa. (Come dichiara lui stesso quando critica la Russia, «Pensate che noi siamo così innocenti?»). Con l’Unione europea che probabilmente sarà alle prese con le crisi per anni, e il Regno Unito che ha divorziato dall’Ue e che cerca freneticamente (forse chimericamente) accordi commerciali con la Cina, è altamente improbabile che a breve pensino a criticare la politica domestica della Cina.
Se la Cina inizierà a cedere sotto il fallimento sistemico, oppure troverà un nuovo equilibrio e diverrà più sicura di sé, gestire le relazioni con lei sarà un compito cruciale per il resto del mondo – soprattutto per gli Usa. Questi libri, con le loro prospettive e i loro approcci molto diversi, forniscono un’eccellente indagine di quella che è – e che potrebbe essere – la posta in gioco.