«Per un po’» è il tempo della relazione padre-figlio nell’affidamento, l’accoglienza temporanea di un minore da parte di un’altra famiglia, o di un adulto, in un ambiente idoneo alla crescita quando il nucleo di origine non lo è più. Nel 2024 sono state circa 17.300 le ragazze e i ragazzi a fare questa esperienza che di solito, per legge, non supera i 2 anni; in alcuni casi, circa 1200 secondo l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, può continuare anche da neomaggiorenni nell'ambito del cosiddetto prosieguo amministrativo.
«Per un po’» è il titolo del nuovo film di Simone Valentini tratto dal romanzo autobiografico di Niccolò Agliardi, autore e cantautore milanese, che si racconta come padre single e “a tempo” di Federico, 18enne cresciuto in una casa-famiglia, con un precedente affidamento che non ha funzionato e un legame ancora forte con la madre naturale.
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Simone Valentini: «Per un po'» è il suo secondo film dopo «Indelebile»
Perché un regista trentenne parla di questa forma di paternità? In parte per incoscienza, in parte perché, dopo altri lavori sul rapporto genitori-figli, era l’occasione di dare uno sguardo esterno alle vicende di tanti ragazzi. Mi ci sono anche trovato dentro: quando tutto è iniziato lavoravo per la Rai alla serie «Dimmi di te» con Niccolò Agliardi che trasformava in canzoni le storie di adolescenti. È con una di queste che si è avvicinato al mondo dell’affido.
Dall’esterno che cos’è l’affido? È uno dei casi migliori in cui confrontarsi con l’essere genitori. Nella famiglia naturale ci sono obblighi morali legati alle aspettative sui ragazzi e al sentirsi in debito dei figli. Nell’affido tutto questo non c’è. C’è un riconoscimento reciproco per quello che si è davvero e al centro il ruolo del genitore: dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare la vita.
Nicc e Fede, i protagonisti, in cosa somigliano a un padre e a un figlio? Innanzi tutto, nelle loro prime volte. Con i nostri genitori abbiamo tantissime prime volte – quando impari ad andare in bicicletta, quando ti fai male e lo nascondi ai tuoi, quando fai la prima vacanza - Sono qualcosa di molto prezioso nella vita di ognuno. Fede, in comunità dagli 8 anni, è un ragazzo che ha perso l'appuntamento con diverse prime volte ma ce le ha con Nicc: una serata ai go-kart o la spesa al supermercato dove finalmente non deve centellinare i soldi.
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I «Vaffa», i «Ma tu che ne sai?» e le fughe: è un incontro senza sconti. Nell’affrontare storie così si rischia facilmente la retorica o di dare ragione a uno dei due, ma non è la realtà delle cose e per questo ho cercato di usare più il linguaggio del documentario, che è quello da cui vengo. I protagonisti sono uomini ormai formati per cui lo scontro tra loro c’è, ma non è distruzione, è scambio, è costruzione. Un ragazzo spesso non ha la dialettica, l'esperienza e gli strumenti per confrontarsi con un adulto, ma vuole lo stesso che la sua voce sia ascoltata: Fede ha allora un linguaggio basico ma non meno forte e Nicc ci mette i silenzi quando non sa rispondere a questo linguaggio.
I protagonisti: Isnaba Na Montche (Fede nel film) e Alessandro Tedeschi (Nicc)
Quali sono i fotogrammi del rapporto che, nel film come nella realtà, cresce? Gli abbracci. Federico è un ragazzo che abbraccia ma il gesto ha sempre significati diversi: ce n’è uno con cui Nicc cerca quasi di trattenerlo a casa, un altro alla madre mentre scoppia in lacrime e nell’ultima scena un abbraccio che finalmente diventa accogliente. Gli abbracci sono quel per-un-po’ del titolo del film tradotto in immagini: il tempo in cui i due si accettano e diventano famiglia. Un’altra chiave è un’espressione che ritorna: «Ci sta», si dicono, e vuol dire che va bene così, né troppo, né troppo poco. Ecco, penso che quando un figlio cresce il rapporto con i genitori diventi spesso un «Ci sta».
Nella storia di un padre-paroliere è il brano «Chi si appartiene» a spaccare il film: «E la smetto di essere pronto, dice, perché il trucco è non esserlo mai». È stato scritto da Niccolò per il film ed è cantato da Matteo Wax. Volevamo un brano che parlasse ai genitori affidatari ma anche a chi si confronta con figli di ogni tipo. Non si è mai pronti. Questo alle famiglie affidatarie, che magari hanno più ragazzi nel corso del tempo, viene detto di continuo. Chi ha un figlio naturale a volte può avere la presunzione di sapere già come si fa. Non essere mai pronti è la parte più bella di ogni volta che si fa questo percorso.
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