Famiglia

Quei padri solo "Per un po'": in un film la storia di un affido

Il nuovo lavoro del regista Simone Valentini racconta l'incontro di un 40enne single con un ragazzo di cui ha accettato l'affidamento

di Andrea Fontana

In Italia l'affido ha riguardato oltre 17mila minori nel 2024 e 1200 neomaggiorenni

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«Per un po’» è il tempo della relazione padre-figlio nell’affidamento, l’accoglienza temporanea di un minore da parte di un’altra famiglia, o di un adulto, in un ambiente idoneo alla crescita quando il nucleo di origine non lo è più. Nel 2024 sono state circa 17.300 le ragazze e i ragazzi a fare questa esperienza che di solito, per legge, non supera i 2 anni; in alcuni casi, circa 1200 secondo l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, può continuare anche da neomaggiorenni nell'ambito del cosiddetto prosieguo amministrativo.

«Per un po’» è il titolo del nuovo film di Simone Valentini tratto dal romanzo autobiografico di Niccolò Agliardi, autore e cantautore milanese, che si racconta come padre single e “a tempo” di Federico, 18enne cresciuto in una casa-famiglia, con un precedente affidamento che non ha funzionato e un legame ancora forte con la madre naturale.

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Simone Valentini: «Per un po'» è il suo secondo film dopo «Indelebile»

Perché un regista trentenne parla di questa forma di paternità?
In parte per incoscienza, in parte perché, dopo altri lavori sul rapporto genitori-figli, era l’occasione di dare uno sguardo esterno alle vicende di tanti ragazzi. Mi ci sono anche trovato dentro: quando tutto è iniziato lavoravo per la Rai alla serie «Dimmi di te» con Niccolò Agliardi che trasformava in canzoni le storie di adolescenti. È con una di queste che si è avvicinato al mondo dell’affido.

Dall’esterno che cos’è l’affido?
È uno dei casi migliori in cui confrontarsi con l’essere genitori. Nella famiglia naturale ci sono obblighi morali legati alle aspettative sui ragazzi e al sentirsi in debito dei figli. Nell’affido tutto questo non c’è. C’è un riconoscimento reciproco per quello che si è davvero e al centro il ruolo del genitore: dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare la vita.

Nicc e Fede, i protagonisti, in cosa somigliano a un padre e a un figlio? Innanzi tutto, nelle loro prime volte. Con i nostri genitori abbiamo tantissime prime volte – quando impari ad andare in bicicletta, quando ti fai male e lo nascondi ai tuoi, quando fai la prima vacanza - Sono qualcosa di molto prezioso nella vita di ognuno. Fede, in comunità dagli 8 anni, è un ragazzo che ha perso l'appuntamento con diverse prime volte ma ce le ha con Nicc: una serata ai go-kart o la spesa al supermercato dove finalmente non deve centellinare i soldi.

I «Vaffa», i «Ma tu che ne sai?» e le fughe: è un incontro senza sconti. Nell’affrontare storie così si rischia facilmente la retorica o di dare ragione a uno dei due, ma non è la realtà delle cose e per questo ho cercato di usare più il linguaggio del documentario, che è quello da cui vengo. I protagonisti sono uomini ormai formati per cui lo scontro tra loro c’è, ma non è distruzione, è scambio, è costruzione. Un ragazzo spesso non ha la dialettica, l'esperienza e gli strumenti per confrontarsi con un adulto, ma vuole lo stesso che la sua voce sia ascoltata: Fede ha allora un linguaggio basico ma non meno forte e Nicc ci mette i silenzi quando non sa rispondere a questo linguaggio.

I protagonisti: Isnaba Na Montche (Fede nel film) e Alessandro Tedeschi (Nicc)

Quali sono i fotogrammi del rapporto che, nel film come nella realtà, cresce?
Gli abbracci. Federico è un ragazzo che abbraccia ma il gesto ha sempre significati diversi: ce n’è uno con cui Nicc cerca quasi di trattenerlo a casa, un altro alla madre mentre scoppia in lacrime e nell’ultima scena un abbraccio che finalmente diventa accogliente. Gli abbracci sono quel per-un-po’ del titolo del film tradotto in immagini: il tempo in cui i due si accettano e diventano famiglia. Un’altra chiave è un’espressione che ritorna: «Ci sta», si dicono, e vuol dire che va bene così, né troppo, né troppo poco. Ecco, penso che quando un figlio cresce il rapporto con i genitori diventi spesso un «Ci sta».

Nella storia di un padre-paroliere è il brano «Chi si appartiene» a spaccare il film: «E la smetto di essere pronto, dice, perché il trucco è non esserlo mai».
È stato scritto da Niccolò per il film ed è cantato da Matteo Wax. Volevamo un brano che parlasse ai genitori affidatari ma anche a chi si confronta con figli di ogni tipo. Non si è mai pronti. Questo alle famiglie affidatarie, che magari hanno più ragazzi nel corso del tempo, viene detto di continuo. Chi ha un figlio naturale a volte può avere la presunzione di sapere già come si fa. Non essere mai pronti è la parte più bella di ogni volta che si fa questo percorso.

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