Quei 15 match di tennis che hanno lasciato il segno
Stefano Semeraro ha scelto partite emozionanti e descritto chi le ha giocate: un racconto che va al di là del campo, soffermandosi sulle vite e gli aneddoti dei campioni e delle campionesse
2' di lettura
2' di lettura
Non è facile scegliere alcune partite di tennis a svantaggio di altre, né scriverne senza risultare retorici o un po’ ripetitivi. Stefano Semeraro sfugge a ogni scorciatoia: autore e giornalista che da anni segue i tornei del circuito per la Stampa (e oggi guida la storica rivista «Il tennis italiano») trasforma le gare in racconti vivi. Portandoci nelle vite di chi gioca, tra aneddoti, momenti epici, drammi inconsolabili, e restituendo il respiro e la storia di questo sport.
Balza agli occhi una implicita (ma mica tanto) dichiarazione d’amore per Roger Federer, del quale ha selezionato ben tre match, due con Rafa Nadal (il rivale-fratello, il binomio che si è sciolto in lacrime nel giorno dell’addio al tennis del fuoriclasse svizzero) e uno – il più doloroso per il popolo federeriano – con Nole Djokovic a Wimbledon nel 2019. Un lutto difficile da elaborare per i tifosi, con due matchpoint sprecati da Roger sul proprio servizio dopo quasi cinque ore di gioco. Proprio Wimbledon è lo sfondo di diverse altre sfide qui ricordate. Un caso? Forse, ma fino a un certo punto: il tempio del tennis ha un fascino inimitabile, vincere a Church Road è la consacrazione assoluta.
Tra i capitoli più belli c’è quello della battaglia tra Arthur Ashe e Jimmy Connors sull’erba, appunto, nel 1975: due talenti, due mondi. Il primo, 32 anni, nero discendente di uno schiavo afroamericano che riscatta con la sua ascesa un intero popolo; il secondo, 23 anni, irriverente e provocatore, una mentalità vincente come poche, sposato con Chris Evert, campionessa con la grazia di una libellula. Vince Ashe, il suo sorriso splendente ci avvolge dalla foto sotto la fitta zazzera nera, con il trofeo al cielo, facendoci desiderare di tornare indietro nel tempo.
A proposito di Evert, non poteva mancare un passaggio sull’epopea con Martina Navratilova. Così diverse, così uniche, così amiche. L’una regina della terra, l’altra sempre protesa a rete come una pantera, si sono scontrate più di 60 volte: un dominio al vertice esaltante. Un po’ come quello di Sampras e Agassi negli anni 90, descritto in pagine intense, soprattutto nel ritratto di Pistol Pete, lo spilungone talentuosissimo eppure incredibilmente incolore e per questo mai davvero amato (come invece un McEnroe o un Borg, tanto per citare due leggende di cui è raccontata, naturalmente, la partita delle partite: la finale 1980 a Wimbledon con quel tiebreak ai confini della realtà).
E l’Italia? Sì che c’è, chiude il libro perché siamo nell’oggi, con una ferita che nessuno dimenticherà mai, quel successo strappato da Alcaraz a Sinner al Roland Garros, l’anno scorso. Cinque set, cinque ore e mezza di gioco, tre match point buttati via dall’azzurro. Roba da non dormirci per settimane. Come scrisse Federer, che era sugli spalti (e in quel fuoco ci è passato) «oggi ci sono tre vincitori a Parigi: Carlos Alcaraz, Jannik Sinner e il tennis».









