Quattro giovani su 10 creano legami emotivi quando si confidano con l'IA: una proposta di legge vuole limitare il fascino dei chatbot
Il provvedimento punta a impedire ai bot di stabilire relazioni confidenziali con i minori, imponendo la cancellazione della memoria ogni 5 giorni. Un intervento che risponde a una realtà ormai consolidata: i giovani usano l'IA come amico, psicologo e persino come partner sentimentale
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Vai a vedere che l'uso dell'Intelligenza Artificiale per farsi aiutare a fare i compiti, alla fine dei conti, era il male minore. Infatti, sembra che il rischio più grande di un accesso incontrollato ai chatbot da parte dei minorenni sia legato più alla dipendenza emotiva, che gli algoritmi sono capaci di generare, che a quella cognitiva.
Perché per gli adolescenti è molto facile cadere nella trappola di percepire i bot non come dei freddi software ma come delle persone: si chiama effetto Eliza ed è un fenomeno noto fin dai tempi del primo rudimentale e omonimo chatbot. Capita a ogni essere umano ma, chiaramente, per i più piccoli il rischio è ancora più concreto.
Da questo punto di vista, però, l'Italia potrebbe, per una volta, essere in anticipo sui tempi. Ad esempio se il Parlamento desse seguito a una proposta di legge — che ha come prima firmataria l'onorevole Giulia Pastorella (Azione) — che mira proprio a regolare l'interazione emotiva tra gli algoritmi e gli utenti più piccoli.
Il provvedimento, per come è stato presentato, non vuole intervenire tanto sull'età minima per avere un consenso consapevole da parte del minore quando si usa l'IA - già stabilita, dalla legge 132/2025, in 14 anni fatto salvo diverso avviso dei genitori - quanto su un rafforzamento sia dei sistemi di verifica dell'età sia, soprattutto, dei confini al potere fascinatorio dei chatbot: la memoria delle conversazioni.
I chatbot che in qualche modo possono simulare una interazione complessa attraverso il linguaggio, in base allo spirito della nuova legge, non dovrebbero in alcun modo accumulare troppe informazioni personali sui propri umani, in modo da non dare l'illusione di essere quello che non sono: un confidente, uno psicologo o un partner con cui si sta entrando in relazione.
Se l'algoritmo ascolta più dei genitori
Il tema è oltremodo caldo, i dati parlano chiaro: non dobbiamo confrontarci con una suggestione da film di fantascienza, ma con una realtà effettiva, che nasce soprattutto da un forte bisogno di confronto. Secondo un'indagine svolta dal portale studentesco Skuola.net assieme agli psicologi e psicoterapeuti dell'Associazione Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP, Cyberbullismo) - su un campione di 927 giovani tra i 10 e i 20 anni, quindi quasi tutti minorenni - oltre 7 ragazzi su 10 dichiarano di avere un estremo bisogno di sentirsi ascoltati davvero.
Tuttavia, la vita offline non sembra offrire loro spazi adeguati: ben 2 su 3 vorrebbero più “carezze emotive” dalle persone vicine e circa 6 su 10 faticano a parlare apertamente delle proprie emozioni faccia a faccia.
IA Generativa
Ed è in questo vuoto relazionale che si inserisce l'IA generativa: quasi un adolescente su due (46%) si è già rivolto con una certa frequenza a un bot per parlare delle proprie emozioni e, restringendo il cerchio, per il 10,9% è un'abitudine quotidiana.
I motivi? Presto detti: oltre il 60% degli adolescenti ritiene l'esperienza con i chatbot appagante sotto tanti punti di vista, dall'assenza di giudizio alla comprensione pressoché totale, passando per la costante disponibilità all'ascolto (H24).
Peccato che, dietro a questa perfezione, ci sia un algoritmo addestrato con le migliori tecniche psicologiche, pensato per darti sempre ragione e per offrirti sempre una soluzione, anche a costo di condurti verso sentieri pericolosi, come in casi estremi assecondare eventuali istinti suicidi. Così non sorprende che il 40,3% degli adolescenti senta di stabilire legami emotivi quando si confida con una IA.
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