Curiel (Christie’s): «Quando all’asta un nome vale più di un diamante»
Intervista a François Curiel, presidente Christie’s Emea e uno dei più stimati esperti mondiali di gioielli: i marchi più cercati, le tipologie di clienti e le aste celebri da lui condotte, come quella dei gioielli di Elizabeth Taylor nel 2011, dal ricavato di quasi 116 milioni di dollari
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Una delle innumerevoli aste che lo ha visto protagonista in 55 anni di carriera è stata quella dei gioielli di Elizabeth Taylor, chiusa nel 2011 con il ricavo monstre di quasi 116 milioni di dollari. Oggi, a 76 anni, François Curiel, presidente dell’area Emea di Christie’s e protagonista delle aste di gioielli dell’ultimo mezzo secolo, continua a osservare questo mondo che ha contribuito a modellare per come oggi lo conosciamo, con lo stesso trasporto e curiosità di quando il 1° maggio 1969, da semplice appassionato, nella sede di Christie’s appena aperta a Ginevra assistette a un altro celebre evento, la vendita della spilla con lo smeraldo da 37 carati appartenuta a Nina Dyer, che l’aveva avuta in dono dal marito, il principe Aga Khan. Un mese dopo, iniziava la sua lunga carriera nella casa d’aste.
Monsieur Curiel, quando lo smeraldo è stato battuto da Christie’s lo scorso 12 novembre, proprio lei ha raccolto al telefono l’offerta finale da 8,8 milioni di dollari. Che differenze riscontra fra le aste dei suoi inizi e quelle di oggi?
Posso dirle che trovare gioielli di alta qualità resta sempre difficile, e ancora più difficile è trovare quelli che il mercato desidera, che abbiano una provenienza interessante o appartengano al periodo più cercato. Oggi tutto ciò vuol dire pezzi vintage degli anni 20 e 30, di Cartier, Van Cleef & Arpels, Boucheron, Chaumet. Ma anche diamanti colorati e gemme colorate.
Quanto pesa una provenienza celebre sul prezzo finale di un gioiello?
Le faccio questo esempio: se avessi dovuto valutare solo i diamanti dei braccialetti appartenuti a Maria Antonietta che abbiamo battuto nel 2021, a fatica sarei arrivato a 100mila dollari. Sono stati venduti a oltre 8,5 milioni di dollari. Non ci sono regole, ma direi che il prezzo finale di un pezzo è aumentato in media del 30-50% dal suo essere appartenuto a una celebrità. Eppure, quando abbiamo venduto i gioielli di Liz Taylor, quei prezzi altissimi sono stati raggiunti non solo grazie al fatto che lei era una diva, ma anche una raffinata collezionista.
Al di là dei marchi più noti, quali sono quelli che secondo lei oggi andrebbero tenuti d’occhio?
Se lo sapessi sarei milionario! (sorride). Però so quello che si sta cercando di più in questo periodo, per esempio i gioielli di Belperon, Boivin, Verdura, Jar, ma anche di Bhagat, designer indiano specializzato nelle perle naturali. «È la firma che conta», come diceva Jacques Arpels: un pezzo firmato vale molto di più di uno identico che però non lo è.
In Cina gli acquisti di lusso sono rallentati, ma le aste vanno molto bene. Perché secondo lei?
A Hong Kong, che con Ginevra e New York è la nostra piazza principale, si organizzano solo due aste all’anno, in maggio e novembre, dove sono offerti pezzi che non si trovano nel retail, come vecchi zaffiri del Kashmir, vecchi diamanti di Golconda. C’è un certo chic nel comprare all’asta, dove peraltro si può scegliere quanto pagare e la scelta è molto più ampia di quella offerta da un negozio.







