Quando l’arte è un giardino: tutto cominciò a Venezia vent’anni fa
Né pittura, né scultura, né performance. Ci sono artisti che creano ecosistemi inventati, piantagioni decise dall’algoritmo, attivatori di un’ecologia integrale.
di Stefano Castelli
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Ai Giardini della Biennale, già normalmente ricchi di fascino decadente, la vegetazione si diffonde anche all’interno del Padiglione della Repubblica Ceca e della Slovacchia: l’edificio è parzialmente sventrato e diventa una sorta di rovina neoromantica. Siamo a Venezia, è il 2009. Pur non essendo dichiaratamente una presa di posizione ecologista, questo intervento di Roman Ondák può essere considerato una sorta di capostipite. Negli ultimi anni, in seguito alla progressiva presa di coscienza della crisi climatica, sempre più artisti hanno realizzato giardini, piantagioni, coltivazioni di vario tipo. Il loro approccio è rinnovato, più radicale rispetto a quello del tradizionale ambientalismo. Lo spettatore si imbatte in ecosistemi creati per riflettere e sensibilizzare su temi come sostenibilità, ecologia integrale, accesso alle risorse e parità tra le specie. Il rapporto tra uomo e natura è ovviamente uno dei temi più indagati. Le Edible Estates di Fritz Haeg, ad esempio, trasformano i front lawn delle tipiche casette a schiera americane in spazi di coltivazione autosufficienti per il sostentamento degli abitanti. La tradizione del giardino antropizzato, in particolare quello alla francese, è stata ripresa da Yinka Shonibare con il Jardin d’amour allestito nel 2007 al Musée du Quai Branly di Parigi, ma anche da Suzanne Husky, che però ne ha fornito versioni decisamente rivisitate e selvagge. Con le sue installazioni di specie floreali, Sammy Baloji riflette sul colonialismo e l’estrattivismo che hanno afflitto e affliggono la sua nazione, il Congo, mentre le indomabili pianticelle di Diana Lelonek trovano un habitat inaspettato in rifiuti di vario tipo, come i detriti di plastica.
Altri autori puntano a un superamento, o almeno a un radicale ripensamento, dell’influenza umana sulla natura. Una delle opere maggiori in questo ambito è sicuramente Pollinator Pathmaker, spettacolare giardino realizzato dalla londinese Alexandra Daisy Ginsberg (1982) negli spazi outdoor di diverse istituzioni. “Un’opera d’arte interspecie pensata per gli impollinatori, piantata e curata dagli esseri umani, che intende rivoluzionare il modo in cui vediamo un giardino”, così recita la presentazione dell’installazione-piantagione, che sfrutta la capacità di calcolo di un algoritmo. «Ho voluto essere coinvolta in prima persona nella creazione della tecnologia», spiega l’artista a HTSI, «per capire quali valori le attribuiamo e quali attribuiamo alla natura. Gli uomini realizzano giardini – il che è a sua volta una forma di tecnologia – innanzitutto per se stessi. Io ho delegato invece la progettazione a un algoritmo proprio per impedirmi di fare scelte estetiche influenzate dai miei gusti, per soddisfare invece i gusti delle piante e degli impollinatori. Le difficoltà che mi creo volontariamente nel processo realizzativo servono a compiere un’indagine critica, a porre domande scottanti sulla creatività umana, sul perché distruggiamo e creiamo, e per chi». Con la sua libertà slegata da una funzione e dalla ricerca di un’utilità, l’arte sembrerebbe uno strumento perfetto per risvegliare le coscienze, per sabotare la tentazione di negare un problema dalle conseguenze inimmaginabili come quello della crisi climatica. «Gli artisti», continua Ginsberg, «possono raccontare storie, suscitare emozioni e anche avere voce in capitolo: sono questi gli intenti di Pollinator Pathmaker e su pollinator.art è possibile creare la propria edizione da coltivare a casa, contribuendo così alla realizzazione di un’opera enormemente estesa che ha un impatto positivo sul clima. L’arte può trasformarci individualmente e forse anche collettivamente. Le crisi climatiche e della biodiversità, però, sono il risultato di scelte politiche, sociali ed economiche. Come cittadini abbiamo il potere e la responsabilità di impegnarci, ma il cambiamento richiede una volontà che al momento non riscontro – nemmeno, per essere onesta, nei miei comportamenti quotidiani. Perciò mi chiedo: cosa ci impedisce di agire? Perché gli esseri umani hanno difficoltà a pensare e ad agire a lungo termine?». Creazioni di questo tipo sovvertono anche le logiche del mercato. Spesso realizzate outdoor, necessitano della commissione di istituzioni pubbliche o private oppure di un’operazione di fundraising – e nella maggioranza dei casi si affiancano, nella produzione degli artisti, a lavori più tradizionali. «Certo, molte delle mie installazioni non sono facili da collezionare», prosegue l’artista. «Anche nel caso delle edizioni gratuite di opere d’arte viventi che il pubblico può piantare a casa o a scuola, l’investimento consiste nell’acquistare le piante, nella manodopera e nello spazio, non nell’acquistare l’opera digitale (mi piace dire che si tratta di un anti-NFT!). Voglio sfidare il modo in cui percepiamo il valore di un’opera, trasformare i consumatori in custodi dell’arte e attribuire valore all’abbondanza piuttosto che alla scarsità. Va detto, però, che io lavoro con diversi media e strumenti, da quelli meno tradizionali fino a oggetti come arazzi, vetrate, video e stampe, che possono essere collezionati. Ma non ho una galleria: vendo direttamente a musei e collezionisti».
Otobong Nkanga (nato a Kano, Nigeria, nel 1974, ma vive ad Anversa) è un’altra figura di spicco del nuovo ecologismo artistico. Attraverso lavori collezionabili come dipinti, arazzi, installazioni, ma anche con ambiziosi interventi nello spazio pubblico, la sua ricerca verte sul concetto di territorio come luogo di non-appartenenza. Il rapporto tra cultura umana, natura, vegetazione e suolo viene riletto scardinando le tradizionali categorie di identità. Nel 2023, il suo intervento open air intitolato Of Grounds, Guts and Stones ha portato a Torino fioriere che ospitavano piante aromatiche locali e stagionali, accompagnate da elementi di metallo e di marmo. Uno spazio pubblico di nuova concezione, pensato affinché passanti, piante e minerali potessero sperimentare nuove relazioni. L’idea di ecologia integrale è invece alla base dell’attività del Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise: i proventi delle opere d’arte create dal collettivo servono a riacquistare terreni, ripristinare foreste e creare giardini comunitari.
In Italia, l’attenzione a questi temi e a questo tipo di crezioni si riscontra soprattutto nelle ultime generazioni (anche se non va dimenticata la piantagione di specie infestanti di un mid career come Nico Vascellari, che ha invaso nel 2025 la Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano). Nel nostro panorama, Luca Boffi (Milano, 1991) è una figura peculiare: a una carriera artistica già di successo affianca l’attività di coltivatore, vivendo nell’azienda agricola dove è impiegato. Arte e vita si avvicinano, perché «una corrispondenza tra ciò che si pensa e ciò che si fa aiuta a maturare e a crescere», spiega. Ma la creazione artistica rimane autonoma: «Bisogna lasciare sufficiente spazio all’incertezza, all’intuizione, caratteristiche vicine a quelle dei sogni». La sua ricerca punta a suscitare «una consapevolezza del proprio territorio senza cercare di possederlo. Non dobbiamo tentare di personificarlo, ma affidarci e accettarlo. Si può dialogare con i luoghi anche in silenzio. Anche da soli, perché l’assenza dell’uomo non è assenza di dialogo di vita, né di comprensione». Come azione artistica, poi, non è necessario realizzare ex novo una piantagione, si può anche convivere con una esistente. Caro Campo di Boffi è un’«esperienza umana, artistica e ambientale vissuta in simbiosi con un campo di 299 pioppi, destinati ad essere tagliati, sulle sponde del fiume Secchia». Recandosi sul posto ogni giorno, l’artista ha realizzato venti opere temporanee, lasciandole poi esposte alle trasformazioni causate dalla natura.
Tra gli approcci più radicali, tipici delle ultimissime generazioni, c’è poi quello di Stefano Ferrari (Gallarate, 1996). Il suo Bouquet Transpecie, ad esempio, è «un’aiuola di sperimentazione di aridocultura che permette di emanciparsi dalle linee guida restrittive delle multinazionali, che spingono la ricerca solo su alcune varietà». Come polvere in rivolta, invece, realizzata al cimitero di Filetto, è una «mappatura delle varietà locali che permette a chi vuole di prendersene cura e di prelevare dei fiori da porre sulle tombe». Secondo Ferrari, «l’artista ha la responsabilità di essere un attivista, nel senso di attivatore: iniziatore di processi e di nuove riflessioni che decentrino anche solo per un momento l’individualismo antropico. Per questo con le mie opere abbraccio la vita considerando specie o regni differenti dal mio».









