Oltre la Biennale

Quando l’arte è un giardino: tutto cominciò a Venezia vent’anni fa

Né pittura, né scultura, né performance. Ci sono artisti che creano ecosistemi inventati, piantagioni decise dall’algoritmo, attivatori di un’ecologia integrale.

di Stefano Castelli

Digital render di “Pollinator Pathmaker Serpentine Edition” (2022) di Alexandra Daisy Ginsberg: opere d’arte interspecie pensate per gli impollinatori e progettate da un algoritmo che rivoluziona il modo in cui vediamo un giardino. (Courtesy the artist. © Alexandra Daisy Ginsberg Ltd)

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Ai Giardini della Biennale, già normalmente ricchi di fascino decadente, la vegetazione si diffonde anche all’interno del Padiglione della Repubblica Ceca e della Slovacchia: l’edificio è parzialmente sventrato e diventa una sorta di rovina neoromantica. Siamo a Venezia, è il 2009. Pur non essendo dichiaratamente una presa di posizione ecologista, questo intervento di Roman Ondák può essere considerato una sorta di capostipite. Negli ultimi anni, in seguito alla progressiva presa di coscienza della crisi climatica, sempre più artisti hanno realizzato giardini, piantagioni, coltivazioni di vario tipo. Il loro approccio è rinnovato, più radicale rispetto a quello del tradizionale ambientalismo. Lo spettatore si imbatte in ecosistemi creati per riflettere e sensibilizzare su temi come sostenibilità, ecologia integrale, accesso alle risorse e parità tra le specie. Il rapporto tra uomo e natura è ovviamente uno dei temi più indagati. Le Edible Estates di Fritz Haeg, ad esempio, trasformano i front lawn delle tipiche casette a schiera americane in spazi di coltivazione autosufficienti per il sostentamento degli abitanti. La tradizione del giardino antropizzato, in particolare quello alla francese, è stata ripresa da Yinka Shonibare con il Jardin d’amour allestito nel 2007 al Musée du Quai Branly di Parigi, ma anche da Suzanne Husky, che però ne ha fornito versioni decisamente rivisitate e selvagge. Con le sue installazioni di specie floreali, Sammy Baloji riflette sul colonialismo e l’estrattivismo che hanno afflitto e affliggono la sua nazione, il Congo, mentre le indomabili pianticelle di Diana Lelonek trovano un habitat inaspettato in rifiuti di vario tipo, come i detriti di plastica.

“Pollinator Pathmaker LAS Edition in human vision” (2023), di Alexandra Daisy Ginsberg. (Courtesy the artist. © Alexandra Daisy Ginsberg Ltd)

Altri autori puntano a un superamento, o almeno a un radicale ripensamento, dell’influenza umana sulla natura. Una delle opere maggiori in questo ambito è sicuramente Pollinator Pathmaker, spettacolare giardino realizzato dalla londinese Alexandra Daisy Ginsberg (1982) negli spazi outdoor di diverse istituzioni. “Un’opera d’arte interspecie pensata per gli impollinatori, piantata e curata dagli esseri umani, che intende rivoluzionare il modo in cui vediamo un giardino”, così recita la presentazione dell’installazione-piantagione, che sfrutta la capacità di calcolo di un algoritmo. «Ho voluto essere coinvolta in prima persona nella creazione della tecnologia», spiega l’artista a HTSI, «per capire quali valori le attribuiamo e quali attribuiamo alla natura. Gli uomini realizzano giardini – il che è a sua volta una forma di tecnologia – innanzitutto per se stessi. Io ho delegato invece la progettazione a un algoritmo proprio per impedirmi di fare scelte estetiche influenzate dai miei gusti, per soddisfare invece i gusti delle piante e degli impollinatori. Le difficoltà che mi creo volontariamente nel processo realizzativo servono a compiere un’indagine critica, a porre domande scottanti sulla creatività umana, sul perché distruggiamo e creiamo, e per chi». Con la sua libertà slegata da una funzione e dalla ricerca di un’utilità, l’arte sembrerebbe uno strumento perfetto per risvegliare le coscienze, per sabotare la tentazione di negare un problema dalle conseguenze inimmaginabili come quello della crisi climatica. «Gli artisti», continua Ginsberg, «possono raccontare storie, suscitare emozioni e anche avere voce in capitolo: sono questi gli intenti di Pollinator Pathmaker e su pollinator.art è possibile creare la propria edizione da coltivare a casa, contribuendo così alla realizzazione di un’opera enormemente estesa che ha un impatto positivo sul clima. L’arte può trasformarci individualmente e forse anche collettivamente. Le crisi climatiche e della biodiversità, però, sono il risultato di scelte politiche, sociali ed economiche. Come cittadini abbiamo il potere e la responsabilità di impegnarci, ma il cambiamento richiede una volontà che al momento non riscontro – nemmeno, per essere onesta, nei miei comportamenti quotidiani. Perciò mi chiedo: cosa ci impedisce di agire? Perché gli esseri umani hanno difficoltà a pensare e ad agire a lungo termine?». Creazioni di questo tipo sovvertono anche le logiche del mercato. Spesso realizzate outdoor, necessitano della commissione di istituzioni pubbliche o private oppure di un’operazione di fundraising – e nella maggioranza dei casi si affiancano, nella produzione degli artisti, a lavori più tradizionali. «Certo, molte delle mie installazioni non sono facili da collezionare», prosegue l’artista. «Anche nel caso delle edizioni gratuite di opere d’arte viventi che il pubblico può piantare a casa o a scuola, l’investimento consiste nell’acquistare le piante, nella manodopera e nello spazio, non nell’acquistare l’opera digitale (mi piace dire che si tratta di un anti-NFT!). Voglio sfidare il modo in cui percepiamo il valore di un’opera, trasformare i consumatori in custodi dell’arte e attribuire valore all’abbondanza piuttosto che alla scarsità. Va detto, però, che io lavoro con diversi media e strumenti, da quelli meno tradizionali fino a oggetti come arazzi, vetrate, video e stampe, che possono essere collezionati. Ma non ho una galleria: vendo direttamente a musei e collezionisti».

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Da sinistra, “Maggio 2020, Caro Campo” e “Ottobre 2020, Caro Campo”, di Luca Boffi. L’installazione è un’esperienza umana, artistica e ambientale vissuta in un campo di 299 pioppi, destinati a essere tagliati, sulle sponde del fiume Secchia dove l’artista ha realizzato venti opere temporanee, totalmente esposte alle trasformazioni naturali. (Jacopo Valentini, courtesy Luca Boffi.)

Otobong Nkanga (nato a Kano, Nigeria, nel 1974, ma vive ad Anversa) è un’altra figura di spicco del nuovo ecologismo artistico. Attraverso lavori collezionabili come dipinti, arazzi, installazioni, ma anche con ambiziosi interventi nello spazio pubblico, la sua ricerca verte sul concetto di territorio come luogo di non-appartenenza. Il rapporto tra cultura umana, natura, vegetazione e suolo viene riletto scardinando le tradizionali categorie di identità. Nel 2023, il suo intervento open air intitolato Of Grounds, Guts and Stones ha portato a Torino fioriere che ospitavano piante aromatiche locali e stagionali, accompagnate da elementi di metallo e di marmo. Uno spazio pubblico di nuova concezione, pensato affinché passanti, piante e minerali potessero sperimentare nuove relazioni. L’idea di ecologia integrale è invece alla base dell’attività del Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise: i proventi delle opere d’arte create dal collettivo servono a riacquistare terreni, ripristinare foreste e creare giardini comunitari.

In Italia, l’attenzione a questi temi e a questo tipo di crezioni si riscontra soprattutto nelle ultime generazioni (anche se non va dimenticata la piantagione di specie infestanti di un mid career come Nico Vascellari, che ha invaso nel 2025 la Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano). Nel nostro panorama, Luca Boffi (Milano, 1991) è una figura peculiare: a una carriera artistica già di successo affianca l’attività di coltivatore, vivendo nell’azienda agricola dove è impiegato. Arte e vita si avvicinano, perché «una corrispondenza tra ciò che si pensa e ciò che si fa aiuta a maturare e a crescere», spiega. Ma la creazione artistica rimane autonoma: «Bisogna lasciare sufficiente spazio all’incertezza, all’intuizione, caratteristiche vicine a quelle dei sogni». La sua ricerca punta a suscitare «una consapevolezza del proprio territorio senza cercare di possederlo. Non dobbiamo tentare di personificarlo, ma affidarci e accettarlo. Si può dialogare con i luoghi anche in silenzio. Anche da soli, perché l’assenza dell’uomo non è assenza di dialogo di vita, né di comprensione». Come azione artistica, poi, non è necessario realizzare ex novo una piantagione, si può anche convivere con una esistente. Caro Campo di Boffi è un’«esperienza umana, artistica e ambientale vissuta in simbiosi con un campo di 299 pioppi, destinati ad essere tagliati, sulle sponde del fiume Secchia». Recandosi sul posto ogni giorno, l’artista ha realizzato venti opere temporanee, lasciandole poi esposte alle trasformazioni causate dalla natura.

Due immagini di “Nomadic Garden” (2023–oggi), di Peng Shuai Paolo: una coltivazione di cinque piante di origine cinese, capaci di resistere a diversi ambienti e temperature, che l’artista trasporta in una serie di performance nelle città. (Courtesy Casa del Direttore e C+N Gallery CANEPANERI. Fotografia di Emanuele Dell’Aglio. Colle di Tora, Italia.)

Tra gli approcci più radicali, tipici delle ultimissime generazioni, c’è poi quello di Stefano Ferrari (Gallarate, 1996). Il suo Bouquet Transpecie, ad esempio, è «un’aiuola di sperimentazione di aridocultura che permette di emanciparsi dalle linee guida restrittive delle multinazionali, che spingono la ricerca solo su alcune varietà». Come polvere in rivolta, invece, realizzata al cimitero di Filetto, è una «mappatura delle varietà locali che permette a chi vuole di prendersene cura e di prelevare dei fiori da porre sulle tombe». Secondo Ferrari, «l’artista ha la responsabilità di essere un attivista, nel senso di attivatore: iniziatore di processi e di nuove riflessioni che decentrino anche solo per un momento l’individualismo antropico. Per questo con le mie opere abbraccio la vita considerando specie o regni differenti dal mio».

Le coltivazioni d’artista rinnovano l’ormai lunga tradizione delle opere impermanenti ed effimere. E c’è anche chi costruisce un giardino portatile. È il caso di Peng Shuai Paolo (Xiangtan, Cina, 1995, in Italia dal 2004), la cui ricerca si basa sulla teoria dell’Economadismo. Il suo Nomadic Garden è un archivio vivente e trasportabile: una piccola coltivazione di cinque piante di origine cinese, selvatiche e capaci di resistere a diversi ambienti e temperature, che il suo autore, in una serie di performance, trasporta con una piattaforma mobile nelle strade di diverse città. E l’azione ha spesso un finale comunitario, ad esempio quando l’artista ha cucinato i cold noodles per offrirli al pubblico, utilizzando esclusivamente i vegetali coltivati nella piattaforma.

Due fotogrammi di “Come polvere in rivolta”, di Stefano Ferrari: un’installazione site-specifical cimitero di Filetto, sulle colline di Prato. (© Giorgia Lippolis)

Saper rendere pensabile quel che non lo è ancora

Sono tanti ormai gli artisti contemporanei che hanno trasferito il proprio centro di gravità dagli spazi espositivi chiusi a giardini, coltivazioni, ambienti ibridi e sperimentali. La prova più recente è a Bilbao dove, fino al 3 maggio, al Guggenheim c’è la mostra Arts of the Earth, con opere di oltre 40 artisti che mettono in relazione l’uomo con il suolo come spazio materiale ed ecosistema condiviso. «Non si tratta di una deriva pastorale né di una nostalgia per un’idea di natura incontaminata», fa notare Telmo Pievani, evoluzionista, filosofo della scienza e saggista. «La questione riguarda piuttosto il senso di questo spostamento per il sistema dell’arte e, più in profondità, per il mondo che l’arte oggi abita e contribuisce a immaginare». Una chiave interpretativa utile arriva, in tal senso, dal suo concetto di tecnosfera, che, precisa «non è una metafora suggestiva né una categoria morale, ma una descrizione». Indica infatti l’insieme di tutti gli oggetti, le infrastrutture, i materiali e i rifiuti prodotti dall’umanità, «un nuovo strato del pianeta che non esisterebbe senza l’intervento umano». Si tratta di automobili, edifici, dighe, reti elettriche, plastica e scorie industriali, «in pratica un mondo artificiale che si è progressivamente sovrapposto a quello naturale fino a superarlo in peso. Si pensi che nel 2020 la massa degli artefatti umani ha eguagliato la biomassa complessiva di tutti gli esseri viventi, raggiungendo circa 1,1 teratonnellate, nonostante la specie umana rappresenti solo una frazione infinitesimale della vita sulla Terra». Questo dato, spesso evocato come emblema dell’Antropocene, non è soltanto una misura quantitativa, ma racconta una storia evolutiva e dice più di una semplice emergenza ambientale. «La specie umana ha sempre trasformato la propria nicchia ecologica», aggiunge Pievani. «Il fuoco, l’agricoltura e l’urbanizzazione sono tappe di un processo antico. Ciò che distingue la fase attuale sono la velocità e la scala». La cosiddetta grande accelerazione del secondo dopoguerra ha innescato un’accumulazione di materia e infrastrutture che procede per inerzia, come un sistema emergente privo di una regia complessiva. La tecnosfera cresce per somma di scelte locali, spesso razionali nel breve periodo, ma dagli effetti sistemici imprevisti e difficili da governare. In questo scenario, allora, come e dove si pone l’arte attuale che si rivolge a giardini e coltivazioni? «Non appare come una fuga dalla modernità tecnologica, ma, al contrario, prende atto della condizione artificiale del mondo e la assume come campo di sperimentazione». Il giardino è una figura densa di significato: non è natura incontaminata, ma neppure puro manufatto. «È un ambiente progettato e curato, attraversato da relazioni tra specie, da temporalità estese, da equilibri instabili, politici e non – i cinefili ricorderanno un film di culto come Il giardino di limoni - Lemon Tree di Eran Riklis, che analizzava perfettamente questi temi –, un luogo in cui l’intervento umano non scompare, ma muta di segno, diventando manutenzione, ascolto e negoziazione, un dispositivo capace di rendere visibile la condizione in cui ci troviamo, ossia l’abitare un pianeta già profondamente trasformato, senza possibilità di ritorno a un’origine intatta», spiega. Il filosofo ricorda poi come il giardino per impollinatori della Serpentine riesca a rendere percepibile ciò che la scienza descrive attraverso modelli e grafici e ci ricorda che, se è vero che l’umanità trasforma il mondo per adattarlo a sé, è importante capire che la questione non è arrestare questa trasformazione – ipotesi illusoria – «ma modificarne la direzione. Non ci si salva custodendo una natura vergine, che peraltro non esiste più, ma cambiando il modo in cui si continua a intervenire sul mondo. La tecnosfera non può essere cancellata né riportata a un punto zero, può però diventare meno dissipativa, più integrata nei cicli naturali, meno fondata sull’estrazione e più orientata alla rigenerazione. L’arte, in questo senso, non offre soluzioni tecniche, ma costruisce modelli cognitivi, scenari anticipatori, mondi immaginabili prima che diventino necessità storiche. Come la scienza, lavora su ciò che è possibile e, a differenza della scienza, può farlo anche senza una completa formalizzazione. Il nodo decisivo resta sempre e comunque la qualità della vita», aggiunge Pievani, che insegna nel Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova, è visiting scientist presso l’American Museum of Natural History di New York ed è autore di diversi libri, tra cui Tutti i mondi possibili, una sintesi particolarmente significativa della sua riflessione sul rapporto tra evoluzione, immaginazione scientifica e futuro dell’umanità. «Se la si identifica esclusivamente con l’espansione dei consumi materiali, la crescita della tecnosfera appare destinata a un vicolo cieco. Se invece la si lega alla salute, al tempo disponibile, alle relazioni e all’accesso alla conoscenza, lo spazio di manovra si amplia». Separare bisogni reali e bisogni indotti diventa allora un’operazione culturale, prima ancora che economica. Anche per questo il ruolo dell’arte non consiste nel porsi fuori dalla tecnologia, «ma nel rendere visibili le ambiguità del mondo costruito», ossia la durata quasi geologica dei rifiuti, la memoria incorporata nei materiali, la sproporzione tra la brevità delle vite umane e la persistenza delle loro tracce. L’arte oggi non propone un ritorno a una natura immaginaria, ma sperimenta forme di coabitazione in un pianeta ormai irreversibilmente trasformato e la stessa tecnosfera «è una storia ancora aperta, che richiede conoscenza scientifica, immaginazione e un rinnovato senso del limite che c’è sempre, in tutte le attività umane, anche nelle nuove tecnologie, ben dettato dalle norme etiche della Costituzione. Viviamo in uno spazio intermedio dove il futuro non è ancora stabilizzato. Quel che bisogna fare è lavorare per un Paese che investa di più sulla ricerca e sull’innovazione, puntando in particolar modo sui ragazzi. Sono stato di recente con gli studenti del Politecnico di Torino ed è lì con loro, guardando le Schiume Fotosintetiche a cui stanno lavorando, che mi sono reso conto che stanno costruendo il futuro. È fondamentale rendere pensabile ciò che ancora non lo è». (Giuseppe Fantasia)

TERRA! SAMMY BALOJI, @baloji, imanefares.com. LUCA BOFFI, lucaboffi.land, galleriafumagalli.com (opere a parete realizzate con essenze naturali e fotografia 5.000 - 10.000 €). CERCLE D’ART DES TRAVAILLEURS DE PLANTATION CONGOLAISE, catpc.org. STEFANO FERRARI, @s_tefanoferrari (disegni da 200 a 800 €; installazioni da 2.000 a 8.000 €). ALEXANDRA DAISY GINSBERG, daisyginsberg.com (prezzi su richiesta). FRITZ HAEG, fritzhaeg.com. SUZANNE HUSKY, @suzannehusky, alaingutharc.com. DIANA LELONEK, @dianalelonek, lokal30.pl. OTOBONG NKANGA, otobong-nkanga.com. ROMAN ONDÁK, @romanondak. PENG SHUAI PAOLO, pengshuaipaolo.com, canepaneri.com (opere più piccole, da 500 a 700 €, oli su tavola 1.000 - 1.200 €; “Plants in Exile”, 2025, installazione luminosa con ambiente sonoro, esposta a miart 2026, 1.200 €). YINKA SHONIBARE, yinkashonibare.com. NICO VASCELLARI, nicovascellari.com (opere su carta da 4.000€, sculture da 20.000 a 250.000 €, grandi opere da 40.000 a 65.000 €). LEGGERE & VEDERE “Tutti i mondi possibili”, di Telmo Pievani (Raffaello Cortina Editore, 14,25 € su amazon.it), “Arts of the Earts”, fino al 3/5, guggenheim-bilbao.eus

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