Poiché continuano a verificarsi casi in cui un’azione militare tecnicamente legale viene percepita come illegittima, è opportuno chiedersi cosa succede quando legalità e legittimità entrano in conflitto. Prendiamo l’intervento della Nato in Libia nel 2011. Inizialmente, l’azione congiunta di Usa, Regno Unito e Francia aveva ricevuto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza. Man mano che le operazioni militari andarono avanti, però, le potenze coinvolte persero il sostegno internazionale poiché si ebbe la percezione di un cambio di obiettivo dell’intervento, dalla protezione dei civili al rovesciamento del regime.
Questi casi non sollevano problemi concettualmente complessi, ma possono avere conseguenze politiche catastrofiche. Per effetto della controversia sulla Libia, il consenso in seno al Consiglio di Sicurezza venne meno proprio mentre si stava sviluppando una situazione simile in Siria, dove le forze di Assad uccidevano persone che manifestavano pacificamente.
Eppure, spesso il conflitto tra legalità e legittimità va nella direzione opposta, e un’azione ritenuta conforme ai criteri di legittimità non ottiene l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza a causa di un veto espresso o minacciato. Ne sono un esempio l’intervento della Nato in Kosovo nel 1999 e, probabilmente, i recenti attacchi contro la Siria. Molti direbbero che, in questi casi, la legittimità ha surclassato la legalità, ma così facendo pongono un difficile dilemma a quelli di noi che credono fermamente in un ordine internazionale fondato sulle regole.
Tale dilemma non è di semplice soluzione. Tuttavia, ho capito che il modo più persuasivo e credibile di affrontare il problema di un’azione militare che sia moralmente convincente pur in assenza di un’autorizzazione giuridica formale è quello di concepirla come una sorta di “appello alla clemenza” presso un tribunale penale.
Si tratta del tipo di difesa che un guidatore sorpreso a passare con il rosso mentre la moglie incinta sta per avere un bambino sul sedile posteriore dell’auto pronuncerebbe in tribunale: «Riconosciamo di aver violato la lettera della legge, ma non ne stiamo mettendo in discussione l’applicabilità. E non diventerà un’abitudine. È solo che in questa particolare circostanza siamo stati moralmente obbligati ad agire così, pertanto qualunque condanna dovrebbe tenere conto di ciò». In tal modo, egli chiederebbe che la sentenza riflettesse tali circostanze attenuanti.
Perché un’argomentazione del genere possa reggere in una particolare situazione internazionale, la motivazione morale dev’essere molto persuasiva. Nel caso del presunto attacco chimico a Douma, gli attacchi missilistici statunitensi, britannici e francesi erano probabilmente giustificati dall’orrore suscitato dai metodi indiscriminati del regime di Bashar al-Assad. Non sembrava esserci nessun altro modo per modificare il comportamento del regime, e la proporzionalità calibrata della risposta non ha innescato una guerra ancora più vasta e terribile, come molti avevano temuto.
Tuttavia, sarebbe stato più saggio aspettare di aver raccolto prove inequivocabili a conferma della colpevolezza di Assad. L’incapacità degli alleati occidentali di scegliere questa via fa sì che il loro appello al tribunale dell’opinione pubblica sia molto più debole di quanto non sarebbe stato altrimenti.
Traduzione di Federica Frasca
Gareth Evans, ex ministro degli esteri australiano e presidente emerito dell’International Crisis Group, è stato co-presidente della Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità statale, e attualmente è presidente del Global Centre for the Responsibility to Protect e rettore dell’Australian National University. Il suo ultimo libro s’intitola Incorrigible Optimist: A Political Memoir.
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