Quand’è che il bene comune diventa “comune”?
9' di lettura
9' di lettura
Immaginiamo un gruppo di genitori che desiderano tutti la stessa cosa: una scuola migliore per i propri figli. Vorrebbero meno insegnanti precari, meno dispersione, edifici sicuri, laboratori, palestre e più tempo pieno. Se proviamo a parlarci singolarmente, diranno tutti quasi le stesse cose. Vuol dire che hanno un fine comune? Non necessariamente. È possibile, infatti, che ciascuno desideri una scuola migliore esclusivamente per il proprio figlio e speri che qualcun altro – il ministero, il comune, il dirigente, gli insegnanti – produca il risultato. Cento desideri uguali possono restare cento desideri individuali. Il fatto che i fini siano allineati non produce ancora necessariamente un “noi”. È precisamente questo passaggio, dallo spazio individuale a quello propriamente collettivo, che interessa Raimo Tuomela. Nel Mind the Economy della settimana scorsa abbiamo visto la sua distinzione tra l’agire in I-mode e l’agire in we-mode. Proviamo ora a fare un ulteriore passo avanti domandandoci quando qualcosa che molti desiderano diventa davvero il fine di un gruppo. Quando possiamo passare dalla coincidenza degli interessi – “tutti vogliamo X” – all’affermazione “X è il nostro obiettivo”? La differenza è sottile perché il risultato osservabile può essere identico. Due persone possono voler spostare un tavolo nello stesso luogo, dieci ricercatori possono desiderare che un progetto venga finanziato, migliaia di cittadini possono volere un quartiere più sicuro. Eppure, in ciascuno di questi casi, il fine può restare semplicemente distribuito tra individui oppure assumere una forma propriamente collettiva.
Chiedilo al Sole
Già in The Importance of Us (Stanford University Press, 1995), Tuomela distingue il semplice shared goal dal group goal, l’obiettivo “condiviso”, dal più impegnativo obiettivo “di gruppo”. Nel senso più debole, una certa situazione è condivisa quando più persone la assumono separatamente come proprio obiettivo e sanno reciprocamente di volerla. Ma anche quando gli agenti sanno di condividere lo stesso fine, può non esserci ancora alcun accordo o impegno che leghi il gruppo come tale. È il primo passaggio fondamentale perché sapere che vogliamo tutti la stessa cosa non significa ancora volerla insieme.
Volere la stessa cosa
Consideriamo tre situazioni differenti. Nel primo caso, due automobilisti cercano entrambi un parcheggio nello stesso quartiere. Il loro obiettivo è identico ma evidentemente non comune. Anzi, può essere competitivo. Se resta un solo posto, infatti, il successo dell’uno implica il fallimento dell’altro. Nel secondo caso, due commercianti desiderano che una strada venga resa più attraente perché ciò aumenterebbe il flusso dei clienti verso entrambe le attività. Qui il risultato è compatibile con il successo di entrambi e può perfino richiedere qualche forma di coordinamento. Ma ciascuno può continuare a perseguirlo come proprio obiettivo privato. Nel terzo caso, un’équipe medica si mette all’opera per salvare la vita a un paziente sottoponendolo a un intervento delicato. Il chirurgo non mira semplicemente a fare bene la propria incisione, l’anestesista a mantenere corretti i parametri vitali e l’infermiere a supportare con precisione le attività dei medici. Queste azioni acquistano il loro significato dal fine complessivo che l’équipe persegue: salvare il paziente. L’azione del singolo non è soltanto compatibile con quella degli altri o funzionalmente complementare ad essa. È parte di un risultato che appartiene al gruppo.
Tuomela utilizza una formulazione molto precisa al riguardo. Un fine collettivo, nel senso pieno, è un fine condiviso da più persone “al cui raggiungimento tutti i portatori dell’obiettivo sono collettivamente impegnati” e che normalmente non può essere soddisfatto senza che coloro che lo condividono agiscano appropriatamente insieme (Social Ontology in the Making, De Gruyter, 2020, p. 25). Questo consente di distinguere tre situazioni che tendiamo spesso a confondere: fini coincidenti, quando più individui vogliono lo stesso esito; fini complementari, quando il successo dipende in qualche misura dall’azione altrui; fini propriamente collettivi, quando il risultato viene assunto come qualcosa che il gruppo deve realizzare in quanto gruppo. La differenza non riguarda il numero di persone coinvolte, ma il modo in cui il fine viene posseduto. Nella formulazione che troviamo in The Philosophy of Sociality (Oxford University Press, 2007), Tuomela esprime il punto attraverso ciò che definisce Collectivity Condition. Un fine in we-mode viene costruito e accettato come il “nostro” fine. Questa formulazione potrebbe sembrare soltanto linguistica. Non lo è. Se l’obiettivo è veramente del gruppo, infatti, la sua soddisfazione possiede una caratteristica peculiare: deve valere interdipendentemente per tutti i membri in quanto membri. Tuomela formula la Collectivity Condition sostenendo che un contenuto assunto come fine collettivo è soddisfatto per un membro se e solo se è soddisfatto per gli altri membri, sempre considerati nella loro qualità di membri del gruppo. Una squadra non può, nello stesso incontro, vincere per il portiere e perdere per l’attaccante. L’équipe medica non può aver salvato il paziente per il chirurgo ma non per l’anestesista. Se l’obiettivo di un dipartimento è costruire un buon corso di laurea, il risultato non può essere realizzato per alcuni membri e non per altri nello stesso senso in cui può accadere con i loro obiettivi privati. È questo che Tuomela chiama lo “stare o cadere insieme”. Bisogna però evitare un equivoco. La condizione non afferma che tutti i membri godranno degli stessi benefici. Una squadra può vincere e un giocatore restare in panchina. Un’università può migliorare la qualità della didattica e alcuni docenti trarne più vantaggi di altri. Una comunità può ridurre l’inquinamento distribuendo in maniera diseguale costi e benefici. Ciò che deve essere comune è il raggiungimento del fine in quanto fine del gruppo, non necessariamente l’utilità che ciascuno ricava dal risultato. Questa distinzione separa la logica della collettività dalla semplice coincidenza degli interessi.
Il fine prima delle parti
Quando il gruppo possiede davvero un fine comune cambia anche il modo in cui vengono definite le azioni individuali. Non partiamo più dalle azioni dei singoli per verificare se, sommate, producano qualcosa di utile. Partiamo da ciò che il gruppo intende realizzare e, da lì, individuiamo le parti. Tuomela insiste proprio su questo movimento dall’alto verso il basso. È il fine collettivo a dare senso agli obiettivi parziali dei membri. Pensiamo a un’orchestra. Il fine non è che ciascun musicista esegua perfettamente la propria partitura come se si trovasse da solo in una stanza. È che l’orchestra esegua al meglio la sinfonia. Proprio per questo il violinista può dover modificare intensità, tempo o attacco rispetto a ciò che avrebbe ritenuto musicalmente preferibile isolatamente. La parte riceve il proprio significato dal tutto. La complementarità tecnica, tuttavia, non basta. Anche gli ingranaggi di una macchina sono complementari. Ciò che trasforma la complementarità in azione collettiva è l’accettazione del risultato come nostro e l’impegno a contribuirvi. Per Tuomela un autentico group goal contiene infatti anche una dimensione normativa. In The Importance of Us scrive che il fine del gruppo vincola i membri, obbligandoli a operare per la sua realizzazione (p. 271). Il fine, una volta assunto dal gruppo secondo le procedure appropriate, non descrive semplicemente ciò che sarebbe auspicabile, ma genera ragioni per i membri. Questo non significa che ogni obiettivo collettivo diventi moralmente obbligatorio. Significa, più limitatamente, che all’interno della pratica comune assumere seriamente quel fine comporta una responsabilità relativa alla propria parte.








