Energia

Quale nucleare per il futuro? Il modello dei minireattori modulari

Gli Small Modular Reactors permetterebbero di ridurre i rischi di investimento e i tempi di rientro dai costi. Ma restano alcuni nodi da risolvere

di Giovanna Mancini

Quale nucleare e a quali condizioni  Nella foto: Luigi De Paoli, Nicola Rossi, Marcello Zacchè, Giovanni Battista Zorzoli, Luigi Paganetto

4' di lettura

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Se c’è una chance per l’Italia di rientrare - dopo 40 anni - nella partita del nucleare, quella chance va giocata adesso e va giocata a livello di sistema (Stato, aziende, enti di ricerca) ma anche a livello europeo, perché non esiste un unico Paese, a oggi, che abbia tutte le competenze, le tecnologie e le risorse necessarie per affrontare una sfida così complessa, costosa e con effetti sul lungo periodo.

Perché oggi lo ha spiegato Nicola Rossi, Head of Innovation di Enel e membro del cda della nenonata Nuclitalia, la società controllata da Enel e partecipata da Ansaldo Energia e Leonardo per valutare ed eventualmente adottare o sviluppare tecnologie avanzate e opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare, intervenendo al panel «Quale nucleare e a quali condizioni» organizzato al Festival dell’Economia di Trento.

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Perché oggi si parla di nucleare

«Oggi perché le tecnologie esistenti, in via di sperimentazione e allo studio a livello globale permettono di avere un nucleare diverso da quello del passato», ha spiegato Rossi, riferendosi in particolare ai cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), che hanno una potenza da 100 a 3-400 Megawatt contro una potenza fino a 1.600 Megawatt degli impianti attuali, su cui la ricerca è già a livello avanzato e di cui esistono alcuni prototipi nel mondo, in particolare in Cina e Russia.

Proprio la fase ancora sperimentale e prototipale di queste tecnologie consentirebbe all’Italia, ovviamente all’interno di un più ampio sistema integrato europeo, di inserirsi nella partita.

Oggi, inoltre, perché lo scenario è mutato - ha aggiunto Rossi: : «Nei prossimi anni assisteremo a un forte aumento dei consumi elettrici, che arriveranno a raddoppiare nel 2050, soprattutto per sostenere lo sviluppo della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale». Il nucleare non è un’alternativa alle rinnovabili ma, aggiunge Rossi, un «abilitatore, perché le complementa e risolve alcune criticità come l’intermittenza». È un pezzo della ricerca e parte di un sistema finlizzato alla decarbonizzazione nel 2050 e fondato su un mix energetico di cui il nucleare potrebbe rappresentare il 10-20%.

Oggi, infine, perché c’ un tema anche geopolitico e, dopo i recenti fatti seguiti alla guerra tra Russia e Ucraina, non possiamo più permetterci il rischio che un Paese terzo tagli le forniture di gas, da cui produciamo il 50% dell’energia elettrica, mettendo in crisi la nostra economia.

Quale nucleare? I vantaggi dei reattori modulari

Ma quale nucleare, dunque? Ancora Rossi ha spiegato i vantaggi delle tecnologie legate al nuovo nucleare da fissione, rappresentato dagli SMR e, in una seconda fase, nella seconda metà o alla fine della prossima decade, degli AMR (Advanced Modular Reactors). Nuclitalia nasce proprio con l’obiettivo di studiare queste tecnologie, la loro validità e applicabilità, la loro sostenibilità economica. Si tratta di reattori più piccoli, che consentirebbero secondo Rossi di ridurre il rischio di investimento da parte dei privati (oggi riluttanti a intraprendere investimenti elevati e il cui ritorno è incerto e sul lungo periodo) e di avvicinare gli impianti ai centri di consumo, ovvero le città o le fabbriche, riducendo quindi anche i costi di trasmissione e trasporto.

L’obiettivo è realizzare 20-25 reattori entro il 2050. Un’impresa possibile, non un sogno, dice Rossi.

SMR, stato dell’arte e criticità

Su questo punto e sulla effettiva validità degli SMR hanno posto tuttavia alcuni dubbi alcuni esperti intervenuti al panel di Trento. «La pluralità di fonti energetiche è un’idea importante e opportuna e io sono un convinto sostenitore della necessità che l’industria italiana diventi propositiva e attiva sull’energia nucleare. Ma al momento la tecnologia italiana non c’è e non l’avremo domani», ha osservato Luigi Paganetto, docente all’Università di Roma Tor Vergata.

Il punto, secondo Paganetto, è valutare il rapporto tra costi e benefici, ancora incerto, soprattutto perché gli SMR sono al momento «una prospettiva che ancora deve essere definita. Esistono solo a livello prototipale».

Ha insistito su questo punto anche Giovanni Battista Zorzoli, past president di Aiee (Associazione italiana economisti dell’energia): «Gli SMR oggi sono come l’araba fenice: nessuno sa dove sono - ha detto -. A oggi ce ne sono solo due nel mondo: uno in Cina, ma si tratta di un prototipo, e uno in Russia, realizzato però come propulsore per le navi rompighiaccio». Negli Stati Uniti, invece, l’Autorità per la sicurezza ha bocciato un progetto perché non rispettava i criteri di sicurezza. Infine, ha aggiunto Zorzoli, in Italia non c’è nessuna industria che fabbrica combustibile per il nucleare.

Per quanto riguarda i tempi, si dice scettico sulla possibilità che nel 2035 possa esserci in Italia un reattore nucleare Luigi De Paoli, docente all’Università Bocconi. «Ma sostengo lo studio del nucleare attraverso gli SMR, che potranno dare un contributo all’interno di un sistema globale che si svilupperà in altri Paesi - ha detto il professore -. Parliamo di tempi molto lunghi». Per quanto riguarda il rapporto costi-benefici, secondo De Paoli alle condizioni attuali sussistono ancora dubbi sull’effettiva convenienza. «Ma anche le rinnovabili hanno costi molto elevati e, in una prospettiva di mix energetico, è importante che ci sia anche in Italia una quota di nucleare. Inoltre, investire nella ricerca e studiare queste tecnologie è fondamentale, per acquisire e mantenere competenze nazionali e avere un’Autorità in grado di valutare con cognizione l’evoluzione delle tecnologie».

Pur riconoscendo la fondatezza di queste criticità, Nicola Rossi ha sottolineato che le basi - scientifiche e tecnologiche - per sviluppare in Italia, nei tempi previsti, un sistema basato su queste nuove tecnologie, ci sono. Ovviamente, occorre valutare tutti gli elementi a disposizione, per mettere a punto il modello migliore, più sostenibile (anche economicamente) e più adatto alle esigenze e specificità del nostro Paese, creando un sistema integrato che dialoghi e collabori anche con gli altri Paesi impegnati in questo campo (Paesi europei in primis), per garantire al nostro Paese le tecnologie o le competenze mancanti, come i combustibili, e viceversa diventare noi stessi fornitori di altri Paesi per alcuni ocmponenti.

«Proprio a questo scopo è nata Nuclitalia, che si occuperà di selezionare una tecnologia tra quelle più avanzate a livello globale e analizzarne aspetti tecnici e ricadute su territorio italiano, guardando anche alla possibilità di sviluppare una filiera italiana, che oggi conta circa 70 aziende con 2.800 addetti attivi sul nucleare. Dovremo inoltre customizzare queste tecnologie sulle necessità dell’Italia».

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