Zangrillo, primario del San Raffaele: «Siamo sotto pressione ma non è uno scenario di guerra»
Per Alberto Zangrillo, primario di terapia intensiva cardiovascolare e generale dell’ospedale San Raffaele di Milano, il sistema sanitario lombardo sta reggendo. Ma chiede a tutti: state a casa
di Sara Deganello
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Il professor Alberto Zangrillo, primario di terapia intensiva cardiovascolare e generale dell’ospedale San Raffaele di Milano, in questo momento di confusione, vuole fare chiarezza: «Sulla base di un documento della Società italiana di anestesia e rianimazione che andava a dire che c’era il rischio di non poter assicurare tutte le cure necessarie, anche dal punto di vista qualitativo, al paziente che ne avesse avuto bisogno, c’è stato chi ha interpretato – io credo solo a parole, non nei fatti – andando in giro a dire che gli anestesisti e i rianimatori fanno delle scelte su chi deve essere curato e fino a quando.
L’opportunità di applicare le terapie
Premesso che io non ho condiviso, sono contrario e non mi identifico nel documento promulgato dalla Società italiana di anestesia e rianimazione, pur essendo professore ordinario della disciplina, io dico che la scelta della tipologia, dell’intensità e della durata della cura deve essere sempre una scelta ponderata che si basa sull’osservazione del malato che ha caratteristiche che sono quelle dell’età, del tipo e gravità della malattia, e dell’eventuale concomitanza di altre patologie. Sulla base di questa constatazione ogni anestesista e rianimatore del mondo fa delle scelte che non sono quelle dell’interruzione della cura ma sono quelle relative all’opportunità di applicare delle terapie che se molto articolate, se molto avanzate tecnologicamente in determinati malati comunque non servono.
Se io ho un malato estremamente grave, portatore di una serie di co-patologie e che in più è anche un grande anziano, non vado ad applicare delle tecnologie di trattamento che sarebbero ridondanti e inefficaci, perché devo essere in grado di comprendere che quel malato ha una prognosi negativa.
Il ragazzo di 18 anni intubato
Altro è invece dedicarsi alla cura dei malati che si presentano ai nostri occhi nelle stesse condizioni, in cui il fattore anagrafico non è assolutamente una discriminante. Al San Raffaele noi trattiamo il ragazzo di 18 anni che ho intubato io ieri mattina personalmente esattamente come l’uomo o la donna di settant’anni che ha la stessa patologia. È probabile che l’uomo o la donna di settant’anni facciano più fatica a guarire ed è proprio per questo che su di loro siamo tutti chiamati a esprimere il massimo della qualità della cura, perché sono comunque vite umane che dobbiamo salvaguardare.
Tutta la mia équipe si comporta in questo modo, e non si può dire che non sia un’équipe sotto pressione: ho anch’io persone che non vanno a casa da giorni, che mi chiedono di non interrompere il turno di lavoro.

