Applausi da trionfo per “Una lady Macbeth del distretto di Mcensk”
La serata si è conclusa con 11 minuti di battimani. Sul palco reale particolarmente festeggiata dal pubblico la senatrice Liliana Segre. Sottotono solo il parterre
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Si è conclusa con l’applauso convinto del Teatro alla Scala “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Šostakovič, per questo dodicesimo e “forse ultimo” Sant’Ambrogio con la direzione di Riccardo Chailly. Lo stesso direttore è apparso particolarmente soddisfatto a conclusione di quest’opera che segna il suo personale successo e quello dell’intero cast d’artisti e musicisti; a partire dalla protagonista Sara Jakubiak (Katerina Izmajlova). E gli applausi si sono protratti fragorosi per ben 11 minuti. Che se, a pensarci bene, si ricorda che si tratta di un’opera in russo, beh allora il successo dei cantanti tutti e di questa orchestra ha davvero del rimarcabile. E il tutto esaurito della serata con incassi record ne è una conferma.
Ma è sui timbri più inediti che Chailly ha coronato questa sua prova di grandissima tensione, fornendola a più riprese - con il martellante e le sferzate e gli slanci più che da manuale, senza mai sovrastare le voci, anzi tutto esaltando, in maniera espressionistica, a tratti esplosiva - e facendo di questa sua ultima prima il degno sigillo per una direzione che mai ha deluso. Speriamo di non doverlo rimpiangere! Quanto ai virtuosi, della protagonista Sara Jakubiak, si è detto fin da principio, ruolo difficile il suo ma con una voce così nulla è stato irraggiungibile, davvero brava, mi ripeto volentieri. Ma bravi tutti, a partire dal suocero Boris, il basso Alexander Roslavets, per non dire del coro e dell’orchestra. La regia di Vaily Barkhatov ha dell’iperrealisitico, e bene ancora anche questa.
A languire è invece il pubblico delle grandi occasioni. Assenti anche quest’anno i presidenti della Repubblica e la presidente del consiglio dei ministri, nel palco reale hanno presenziato la senatrice a vita Liliana Segre (applaudita al suo arrivo), il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso, il padrone di casa il sindaco Giuseppe Sala e il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, mentre in rappresentanza del governo un insolitamente laconico (forse perché goffamente intabarrato?) ministro della Cultura Alessandro Giuli, che al nostro microfono, rispondendo alla provocazione sul perché fosse toccato “solo a lui” rappresentare l’esecutivo, ha risposto “non è certo una fatica”. “Certamente ci avrebbe fatto piacere ci fossero stati, ma siamo contenti del nostro pubblico, della nostra Scala e delle nostre eccellenze. La Lombardia se la cava benissimo” è stato invece l’amaro commento del presidente Fontana rispondendo a chi gli chiedeva se fosse dispiaciuto dell’assenza del presidente Sergio Mattarella e della premier Meloni. Insomma quello sul parterre è un discorso a parte. In tanti anni di frequentazione una serata così mesta non l’avevo mai dovuta registrare. Tutti alquanto sotto-rappresentati, a partire dal palco reale, per non dire della sala.
Il mondo dell’imprenditoria
Pochi anche i protagonisti del mondo dell’imprenditoria e della finanza. Tra questi Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset e di Mfe-MediaForEurope, l’imprenditrice milanese, Diana Bracco, il presidente di Abi, Antonio Patuelli, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, Emma Marcegaglia, presidente e ad di Marcegaglia investments, i banchieri Giovanni Bazoli, Corrado Passera, l’ad di Eni, Claudio Descalzi, Francesco Micheli, Barbara Berlusconi, membro del cda di Fininvest e membro anche del board della Scala che ha commentato: “Credo sia una serata importante per la cultura e anche molto bella per le persone che sono venute ad ammirare questa opera. Questo ruolo nel cda l’ho preso con grande impegno per aiutare la Scala a proseguire nel suo straordinario lavoro”.
Così ai giornalisti in sala non è rimasto che doversi aggrappare al duo canoro, che in questo tempio del bel canto appare perfin bizzarro dire, Achille Lauro-Mahmood: forse perché davvero frastornati, o perché messi a dura prova dalle altezze professionalmente inarrivabili dei “colleghi” sul palco, sono apparsi svogliati e stanchi, e a più riprese si sono negati ai cronisti in sala. Il secondo, va detto, con un borioso sussiego a cui non eravamo qui abituati. L’opera aveva ben definiti passaggi grotteschi, il foyer (e i commenti sulla diretta Rai, con il reiterato e a tratti incomprensibile ai più duo Carlucci-Vespa) non meno in tema!

