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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Un dato sostanzialmente in linea con le attese della vigilia difficilmente riesce a cambiare in modo significativo e duraturo le tendenze già in atto sui mercati. La marginale riduzione registrata dall’inflazione negli Stati Uniti, fissata a luglio al 3,4% annuo nella rilevazione generale e al 2,5% in quella core che esclude le componenti più volatili quali i prezzi dei generi alimentari e dell’energia, non fa eccezione e lascia in fondo tutte le porte aperte a un possibile rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella prossima riunione in programma.
Sulla carta, le probabilità implicite di una nuova stretta a settembre della Banca centrale statunitense rilevate dal FedWatch del Cme si sono ridotte dal 50% al 40% dopo la diffusione dell’indicatore dei prezzi al consumo, proseguendo quindi la tendenza in atto dopo il deludente dato sul mercato del lavoro di venerdì scorso. Occupazione e inflazione sono del resto i principali elementi che continuano a dividere tra falchi e colombe i banchieri di stanza a Washington e che orienteranno verosimilmente la scelta con i loro aggiornamenti che arriveranno prima del 16 del mese, data in cui sarà comunicata la decisione di politica monetaria.
Non c’è dubbio però che il mercato abbia già in larga parte svolto, come si suol dire, il «lavoro sporco» per conto della Fed attraverso un aumento dei tassi obbligazionari, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Un movimento che di fatto agisce esso stesso come un inasprimento delle condizioni finanziarie e permette a Kevin Warsh e soci di prendere tempo prima di passare eventualmente all’azione.
La conferma arriva analizzando a fondo l’andamento recente del Treasury e le componenti che l’hanno determinato. Il tasso decennale del titolo di Stato Usa si è attestato da qualche giorno in termini nominali attorno al 4,65 per cento. A spingerlo su livelli che rappresentano i massimi da oltre due anni è stata tuttavia la componente dei tassi reali, cresciuta fino a raggiungere il 2,4% circa.
L’incremento particolarmente marcato subito a partire da maggio, attorno ai 50 punti base, si è in pratica trasformato in un aggravio diretto dei costi di finanziamento per imprese e famiglie senza che la Fed abbia dovuto muovere un dito. Le indicazioni deboli provenienti dal mondo del lavoro, così come i segnali cauti emersi dalla domanda e la pressione sui prezzi in attenuazione in uno dei settori più sensibili alla variazione dei tassi quale l’immobiliare, sono in fondo le conseguenze più immediate di questo fenomeno riconosciuto anche da alcuni componenti del Fomc, compreso il Presidente, che hanno parlato di «significativo inasprimento» determinato dai mercati.