Destinazione Salute

Prevenire l’infortunio è meglio che curare: ecco il vademecum per uno sport «sicuro»

Dagli sportivi della domenica ai grandi campioni: i suggerimenti degli esperti per allenarsi in modo appropriato e praticare l’attività fisica nel rispetto di tempi e di eventuali traumi pregressi senza incappare in gravi conseguenze

di Redazione Salute

8' di lettura

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Il detto “prevenire è meglio che curare” è un principio fondamentale per la salute e la sicurezza ed è sempre valido anche in ambito sportivo per non incorrere in infortuni. Ma l’infortunio è per sua natura qualcosa che non possiamo prevedere: è un incidente improvviso e la possibilità che si verifichi è maggiore in alcune discipline sportive più che in altre. E allora come giocare d’anticipo per evitarlo? Come fare la giusta prevenzione, adattata all’età e al livello di agonismo che mettiamo nella nostra attività sportiva? Sono temi cruciali perché malgrado lo sport sia un alleato-chiave per la prevenzione, in alcuni casi può trasformarsi in un ingrediente della nostra vita prezioso ma “da maneggiare con cura”.

Se ne è parlato nel corso del panel “Prevenire (l’infortunio) è meglio che curare”, nell’ambito dell’evento “Destinazione Salute 2025”che il Gruppo San Donato ha organizzato in collaborazione con il Gruppo 24 Ore domenica 29 giugno a Milano. Protagonisti, insieme al pubblico coinvolto nel dibattito, due super esperti nel campo della traumatologia dello sport e della chirurgia: Riccardo Accetta, Responsabile Unità operativa di Traumatologia dell’Irccs Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio e Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Milano; e Roberto Pozzoni, Responsabile Unità operativa di Traumatologia dello Sport e Chirurgia Artroscopica (C.T.S.) dell’Irccs Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio.

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Primo: non improvvisare

La prevenzione nella pratica dell’attività sportiva è d’obbligo ma non tutti la mettono in atto. Molto spesso ci si approccia a un’attività sportiva senza una corretta preparazione e questo è uno dei principali fattori di rischio. Purtroppo spesso le scorciatoie si pagano: raggiungere il massimo della performance nel minor tempo possibile senza una corretta coordinazione e senza preparare il gesto tecnico va a discapito del raggiungimento dell’obiettivo. Bisogna invece arrivare al target che ci si è prefissati con gradualità: prepararsi, avere una buona coordinazione neuromuscolare, allenarsi al gesto tecnico-sportivo.

Per esempio può capitare a tutti, dopo l’inverno, di sentirsi addosso parecchi chili di troppo e di cimentarsi nella corsa nel tentativo di perdere peso. Un atteggiamento che per gli esperti è assolutamente sbagliato. «Innanzitutto - spiega Roberto Pozzoni - perché se sei in sovrappeso la muscolatura dev’essere adeguata a sorreggere il peso corporeo, poi perché senza una tecnica si corre in maniera scoordinata. E tutto questo può causare infortuni, dalla distorsione della caviglia alla caduta a terra perché non essendo ben coordinati non si ha un corretto appoggio plantare sul terreno di corsa». Quindi, quale ricetta dare? L’approccio dovrà essere sempre graduale: sarebbe corretto prepararsi con un potenziamento muscolare in palestra all’allenamento outdoor, cercando di coordinare il movimento e di raggiungere l’obiettivo man mano e senza fretta. E in definitiva occorre cimentarsi in un contesto in cui funzionino sia la prevenzione passiva che quella attiva. La prima data dall’uso di materiali, dai campi di gioco, dalle barriere architettoniche che dovrebbero essere eliminate. Mentre quella attiva è data dalla capacità di ciascuno di usare un determinato tipo di materiali o dalla preparazione che si ha nell’affrontare l’attività scelta.

Le regole d’oro

Esistono tantissimi esercizi di preparazione, spiegano i due esperti: dal rinforzo muscolare in palestra al potenziamento del muscolo, ma anche l’osservarsi mentre si pratica una determinata attività sportiva o il farsi seguire da persone competenti. Se pensiamo banalmente alla corsa, l’attività che tutti tendono a fare con maggiore frequenza, farsi aiutare da un “personal” nel capire come impostare la fase del passo nel cammino può essere di grande supporto.

La prevenzione passa anche dall’uso delle attrezzature appropriate: per la corsa ci vuole la scarpa giusta, per il trekking in montagna lo scarponcino adatto alla caviglia, allo sforzo e alla stagione così che in caso di distorsione sappia prevenire l’evento traumatico agli arti inferiori, mentre per un’uscita in bicicletta bisogna avere la giusta posizione sul sellino così da affrontare l’attività sportiva coordinati. E la coordinazione possiamo allenarla: attraverso esercizi molto semplici che sono di propriocettività e cioè utili a migliorare il feedback del sistema nervoso centrale e il controllo neuromuscolare. Esiste una vasta letteratura scientifica che dimostra quanto sia importante sottoporsi a questi esercizi che sono molto statici e a volte “noiosi” ma efficaci nel darci maggiore controllo e coordinazione.

Gli anni influiscono in modo determinante: bisognerebbe fare lo sport a seconda dell’età che si ha. Mentre spesso persone con un iniziale quadro degenerativo delle principali articolazioni si avvicinano a sport che sottopongono le articolazioni a stress importanti. Questo è assolutamente sbagliato, sottolineano ancora i due medici, perché va a logorare ulteriormente il quadro articolare di una persona che già presenti cartilagini consumate.

In generale, lo sport va fatto sulla base della nostra funzione fisica, e preceduto da preparazione, con tanto stretching che allunghi le due catene principali estensoria e flessoria così da creare un equilibrio tale da farle lavorare in sinergia senza che l’una prevalga sull’altra. Possono sembrare dei concetti-base ma molto spesso vengono dimenticati proprio per la foga di raggiungere l’obiettivo nel più breve tempo possibile.

La prevenzione di secondo livello

Dopo la rottura di un crociato o in seguito a un altro infortunio, esiste una prevenzione di secondo livello per tornare a fare attività sportiva? «Nel caso di ricostruzione del legamento crociato anteriore - spiega ancora Roberto Pozzoni - è ovvio che il ritorno alla pratica sportiva segue dei tempi biologici di guarigione che competono al neo legamento. Il trapianto tendineo deve integrarsi perfettamente nell’osso ed essere un tutt’uno consentendo al ginocchio di tornare a praticare qualsiasi attività sportiva e di sopportare qualsiasi stress. Questo naturalmente dopo un periodo di accurata fisioterapia, E una volta ricostruito un legamento crociato anteriore - è l’avviso - in ogni caso bisognerebbe tornare alla prevenzione primaria: cioè ad avere quella cura e quelle attenzioni che contraddistinguono un ginocchio sano».

Ma quanti sportivi professionisti riescono a ripristinare la piena efficienza? «Le possibilità di rottura di un legamento crociato anteriore sono purtroppo abbastanza alte e il ritorno all’attività sportiva precedente all’infortunio nei calciatori professionisti, per fare un esempio, purtroppo è di quattro su dieci. Il 40% torna a far sport allo stesso livello pre infortunio mentre altri scendono di categoria perché non sono più al loro massimo e questo dato nella maggior parte dei casi è dovuto a una questione psicomotoria: si perde in sicurezza e capacità. Non si “sente” più il ginocchio come prima pur avendo un ottimo risultato chirurgico», rimarca Pozzoni.

Capire quando fermarsi

Gli sciatori della domenica o dell’ultimo giorno della settimana bianca, a valigie già pronte per il rientro in città, sono un caso di scuola: la maggior parte delle lesioni a carico del crociato anteriore si procurano all’ultima discesa, quando la neve è “papposa” e umida e quindi non in grado di governare gli scii. La doppia parola d’ordine in questo caso è “non strafare” e “ascoltare il proprio corpo”, a cui non si può mai chiedere di andare oltre. Il consiglio agli sciatori (e non solo) è “quando siete stanchi, fermatevi”. «Il numero di infortuni che vediamo a gennaio è clamoroso - dice Accetta - perché le fratture vanno in base all’attività sportiva mentre quando arriva la bella stagione sono tanti i ciclisti che approdano in Pronto soccorso».
«In generale - prosegue Pozzoni - stando ai dati della letteratura lo sport più pericoloso in assoluto è lo sci, in cui abbiamo la maggior parte degli infortuni anche perché viene praticato anche da molti inesperti. A seguire ci sono tutti gli sport di contatto. Se invece pensiamo al ciclismo, tra le patologie più frequenti c’è la frattura di clavicola per caduta mentre tennis e paddle mettono più a rischio il ginocchio o la caviglia. Ogni sport è caratterizzato da determinate patologie più frequenti. Di sicuro gli sport poco lineari e che anzi richiedono continui cambi di direzione imponendo una componente rotazionale dell’articolazione sono quelli più a rischio, per cui la prevenzione dovrebbe essere più attenta».

Campioni alla prova

Come si comportano i grandi campioni, che vivono della prestazione del loro corpo e della propria performance, alla prova di un intervento? In questi casi l’approccio può essere più complesso anche nella scelta del chirurgo e della struttura a cui affidarsi, a cui magari si arriva dopo una serie di “second opinion” e seguiti i consigli dei compagni di squadra. La pressione per il chirurgo e il suo staff in questo caso può essere notevole, soprattutto da parte della società sportiva e di tutto l’entourage, ma incide molto anche lo sport di provenienza. «Anche in base al tipo di sport, l’approccio cambia», sottolinea infatti il dottor Pozzoni che ricorda in particolare la «grande umiltà dei giocatori della nazionale di rugby». Però anche nel calcio, per eccellenza crocevia di grandi tensioni in caso di infortuni, ci sono casi di campioni che dopo un approccio difficile, una volta superata la diffidenza iniziale, si sono affidati allo specialista. «Una volta conquistata la loro fiducia, la relazione terapeutica si è avviata nel migliore dei modi e questo è molto importante anche ai fini dell’esito della cura», sottolinea Pozzoni.

Pianeta anziani

Riccardo Accetta precisa poi quali sono le regole di prevenzione nelle persone di età più avanzata, premettendo che l’Organizzazione mondiale della sanità ha già comunicato di voler spostare la definizione di paziente anziano dagli attuali 65 ai 75 anni. «La prevenzione e la qualità della vita hanno portato al miglioramento delle condizioni generali di un individuo - avvisa l’esperto - il che migliora postura e deambulazione così come un ottiene un trofismo migliore dell’osso. Per questo la stessa età media delle fratture di femore - e quindi degli interventi da eseguire entro le 48 ore - oggi si è spostata tra gli 80 ai 90-100 anni, perché oramai i 70enni sono persone in piena salute». Con l’avanzare degli anni però il tema è la perdita della propriocettività, cioè della sensibilità nello spazio data da recettori di posizione, presenti in tutte le articolazione, che dicono al nostro cervello come sono messe le articolazioni stesse. «Questo aspetto - prosegue lo specialista - incide sulla deambulazione che diventa ancora più complessa perché il cervello delega alle gambe dove mettere i piedi. Generalmente i recettori delle caviglie, delle ginocchia e delle anche, sentendo lo spostamento del terreno, fanno contrarre automaticamente i muscoli nella deambulazione. Sono i cosiddetti “riflessi”, che però quando i recettori nell’anziano cominciano a fare cilecca con la perdita di elasticità hanno l’effetto di rallentare il messaggio e modificano la deambulazione, facendo in modo che piccoli intoppi come un tappeto nel corridoio di casa possano essere tra le cause di una caduta. Per questo occorre continuare ad avere una vita attiva, fare yoga e tanti esercizi di equilibrio».

Pianeta adolescenti

L’età adolescenziale è caratterizzata da una capacità di coordinazione che supera sicuramente quella dell’età adulta e i ragazzi e le ragazze riescono a raggiungere gli obiettivi in tempi decisamente minori rispetto a quelli dell’età adulta. Il problema in questa fascia può essere causato da disformismi anche molto frequenti come il “piede piatto”, un ginocchio valgo o una asimmetria degli arti inferiori. Questi fattori possono creare un disequilibrio che a sua volta può essere causa di traumi o infortuni. Se invece consideriamo un adolescente normosviluppato, il consiglio è di lasciarlo libero di scegliere lo sport che preferisce perché non ci sono particolari controindicazioni.

Nel caso dello sport professionistico in età adolescenziale, il rischio sono carichi di lavoro anche eccessivi che possono essere causa di infortunio per stanchezza muscolare o articolare o per stress psicofisico. Elementi che inducono molte volte a raggiungere degli obiettivi al di sopra delle capacità del singolo giovane. La responsabilità è degli allenatori, dei preparatori, delle società sportive che “spingono” e possono tendere a estremizzare l’agonismo. Spiega Pozzoni: «Osservando gli infortuni che accadono nelle società calcistiche professionistiche, notiamo che negli ultimi anni c’è stato un notevole incremento delle lesioni a carico del legamento crociato anteriore, oggi tra le patologie più frequenti nei calciatori professionisti più giovani. Questo per il tipo di stress a cui vengono sottoposti i ragazzi ma anche per la richiesta di un raggiungimento della performance in tempi brevi. E, non da ultimo, per i campi di gioco che oggi sono prevalentemente in terreno sintetico che è tra le cause principali degli infortuni a carico degli arti inferiori».

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