Dopo la rottura di un crociato o in seguito a un altro infortunio, esiste una prevenzione di secondo livello per tornare a fare attività sportiva? «Nel caso di ricostruzione del legamento crociato anteriore - spiega ancora Roberto Pozzoni - è ovvio che il ritorno alla pratica sportiva segue dei tempi biologici di guarigione che competono al neo legamento. Il trapianto tendineo deve integrarsi perfettamente nell’osso ed essere un tutt’uno consentendo al ginocchio di tornare a praticare qualsiasi attività sportiva e di sopportare qualsiasi stress. Questo naturalmente dopo un periodo di accurata fisioterapia, E una volta ricostruito un legamento crociato anteriore - è l’avviso - in ogni caso bisognerebbe tornare alla prevenzione primaria: cioè ad avere quella cura e quelle attenzioni che contraddistinguono un ginocchio sano».
Ma quanti sportivi professionisti riescono a ripristinare la piena efficienza? «Le possibilità di rottura di un legamento crociato anteriore sono purtroppo abbastanza alte e il ritorno all’attività sportiva precedente all’infortunio nei calciatori professionisti, per fare un esempio, purtroppo è di quattro su dieci. Il 40% torna a far sport allo stesso livello pre infortunio mentre altri scendono di categoria perché non sono più al loro massimo e questo dato nella maggior parte dei casi è dovuto a una questione psicomotoria: si perde in sicurezza e capacità. Non si “sente” più il ginocchio come prima pur avendo un ottimo risultato chirurgico», rimarca Pozzoni.
Capire quando fermarsi
Gli sciatori della domenica o dell’ultimo giorno della settimana bianca, a valigie già pronte per il rientro in città, sono un caso di scuola: la maggior parte delle lesioni a carico del crociato anteriore si procurano all’ultima discesa, quando la neve è “papposa” e umida e quindi non in grado di governare gli scii. La doppia parola d’ordine in questo caso è “non strafare” e “ascoltare il proprio corpo”, a cui non si può mai chiedere di andare oltre. Il consiglio agli sciatori (e non solo) è “quando siete stanchi, fermatevi”. «Il numero di infortuni che vediamo a gennaio è clamoroso - dice Accetta - perché le fratture vanno in base all’attività sportiva mentre quando arriva la bella stagione sono tanti i ciclisti che approdano in Pronto soccorso».
«In generale - prosegue Pozzoni - stando ai dati della letteratura lo sport più pericoloso in assoluto è lo sci, in cui abbiamo la maggior parte degli infortuni anche perché viene praticato anche da molti inesperti. A seguire ci sono tutti gli sport di contatto. Se invece pensiamo al ciclismo, tra le patologie più frequenti c’è la frattura di clavicola per caduta mentre tennis e paddle mettono più a rischio il ginocchio o la caviglia. Ogni sport è caratterizzato da determinate patologie più frequenti. Di sicuro gli sport poco lineari e che anzi richiedono continui cambi di direzione imponendo una componente rotazionale dell’articolazione sono quelli più a rischio, per cui la prevenzione dovrebbe essere più attenta».
Campioni alla prova
Come si comportano i grandi campioni, che vivono della prestazione del loro corpo e della propria performance, alla prova di un intervento? In questi casi l’approccio può essere più complesso anche nella scelta del chirurgo e della struttura a cui affidarsi, a cui magari si arriva dopo una serie di “second opinion” e seguiti i consigli dei compagni di squadra. La pressione per il chirurgo e il suo staff in questo caso può essere notevole, soprattutto da parte della società sportiva e di tutto l’entourage, ma incide molto anche lo sport di provenienza. «Anche in base al tipo di sport, l’approccio cambia», sottolinea infatti il dottor Pozzoni che ricorda in particolare la «grande umiltà dei giocatori della nazionale di rugby». Però anche nel calcio, per eccellenza crocevia di grandi tensioni in caso di infortuni, ci sono casi di campioni che dopo un approccio difficile, una volta superata la diffidenza iniziale, si sono affidati allo specialista. «Una volta conquistata la loro fiducia, la relazione terapeutica si è avviata nel migliore dei modi e questo è molto importante anche ai fini dell’esito della cura», sottolinea Pozzoni.
Pianeta anziani
Riccardo Accetta precisa poi quali sono le regole di prevenzione nelle persone di età più avanzata, premettendo che l’Organizzazione mondiale della sanità ha già comunicato di voler spostare la definizione di paziente anziano dagli attuali 65 ai 75 anni. «La prevenzione e la qualità della vita hanno portato al miglioramento delle condizioni generali di un individuo - avvisa l’esperto - il che migliora postura e deambulazione così come un ottiene un trofismo migliore dell’osso. Per questo la stessa età media delle fratture di femore - e quindi degli interventi da eseguire entro le 48 ore - oggi si è spostata tra gli 80 ai 90-100 anni, perché oramai i 70enni sono persone in piena salute». Con l’avanzare degli anni però il tema è la perdita della propriocettività, cioè della sensibilità nello spazio data da recettori di posizione, presenti in tutte le articolazione, che dicono al nostro cervello come sono messe le articolazioni stesse. «Questo aspetto - prosegue lo specialista - incide sulla deambulazione che diventa ancora più complessa perché il cervello delega alle gambe dove mettere i piedi. Generalmente i recettori delle caviglie, delle ginocchia e delle anche, sentendo lo spostamento del terreno, fanno contrarre automaticamente i muscoli nella deambulazione. Sono i cosiddetti “riflessi”, che però quando i recettori nell’anziano cominciano a fare cilecca con la perdita di elasticità hanno l’effetto di rallentare il messaggio e modificano la deambulazione, facendo in modo che piccoli intoppi come un tappeto nel corridoio di casa possano essere tra le cause di una caduta. Per questo occorre continuare ad avere una vita attiva, fare yoga e tanti esercizi di equilibrio».