Lo studio sul tumore al colon

Prevenire il big killer, un nuovo studio può cambiare le regole dello screening

L'implementazione di programmi di prevenzione è cruciale per dirottare questa traiettoria di malattia. E da questo punto di vista dunque tutti i test di screening funzionano. Ma, in misura diversa.

di Maria Rita Montebelli

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È da sempre uno dei big killer per antonomasia. Quello del colon retto è infatti uno dei tumori più diffusi e letali al mondo (è la seconda causa di morte oncologica globale). Ma è anche uno di quelli più prevenibili. Questa neoplasia, al pari delle altre, infatti cresce lentamente, spesso nell'arco di diversi anni, a partire da lesioni benigne (polipi) che possono essere individuate e rimosse prima che diventino pericolose. La variabile determinante per il successo dunque non è tanto come “curarlo”, quanto come arrivare in tempo.

Ed è su questo terreno che si gioca la partita vitale dello screening. In Italia, lo screening per il tumore del colon-retto è offerto gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) a tutti i cittadini tra i 50 e i 69 anni (in alcune Regioni è stato esteso fino ai 74 anni) e prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci (Sof) ogni due anni. In caso di positività viene proposta una colonscopia di approfondimento. Ma questa strategia potrebbe in futuro arricchirsi di nuovi strumenti.

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La sfida tra test: qual è quello che previene meglio (e costa meno)

Uno studio pubblicato sulla rivista Radiology (organo ufficiale della RSNA, la società dei radiologi americani) ha messo a confronto due strategie diagnostiche: la colonscopia virtuale, che utilizza la TAC per ricostruire l'interno del colon e il test del DNA fecale, che analizza campioni di feci alla ricerca di marcatori molecolari associati al tumore. Per confrontare i risultati di questi due approcci, i ricercatori hanno costruito un modello matematico sofisticato (modello di Markov), che simula l'evoluzione della malattia nel tempo. Per questo lavoro è stata ‘immaginata' una popolazione di 10.000 persone sane, rappresentative della popolazione americana di 45 anni (l'età a cui oggi molte linee guida raccomandano di anticipare lo screening, alla luce dell'aumento dei casi di tumore del colon retto tra i più giovani) e le hanno seguite virtualmente fino ai 75 anni, ipotizzando una perfetta adesione ai controlli.

Su questa “popolazione” sono state modellate tre strategie di screening: test del DNA fecale ogni 3 anni, la strategia di colonscopia virtuale (CTC) con polipectomia immediata (CTC convenzionale) per tutti i polipi di dimensioni pari o superiori a 6 mm ogni 5 anni e la strategia di sorveglianza (CTC sorveglianza) che prevede un follow-up con colonscopia virtuale ogni 3 anni per i polipi piccoli (6-9 mm) e la polipectomia per i polipi grandi (≥10 mm).

La premessa necessaria è che, in assenza di screening, circa il 7,5% di queste persone svilupperebbe un tumore del colon-retto. Solo l'implementazione di programmi di prevenzione è in grado di dirottare questa traiettoria di malattia. E da questo punto di vista dunque, tutti i test di screening funzionano. Ma, in misura diversa. Il test del DNA fecale riduce l'incidenza dei tumori del colon del 59%. La colonscopia virtuale fa di meglio, portando ad una riduzione del rischio del 70% con la strategia CTC sorveglianza e del 75% con la strategia CTC convenzionale. Percentuali che tradotte nella realtà clinica quotidiana significano centinaia di casi di tumore del colon evitati su una popolazione relativamente piccola (i 10.000 pazienti virtuali di questo studio).

La sfida tra test: chi previene meglio (e costa meno)

E non si tratta solo di una diversa efficacia. Il dato più interessante riguarda le ricadute economiche. Perché ovviamente il tema della sostenibilità, soprattutto nei sistemi sanitari pubblici, è una componente ineludibile della prevenzione. Per misurarla, gli autori dello studio hanno utilizzato un indicatore standard, il QALY (quality-adjusted life year), che combina quantità e qualità della vita guadagnata, grazie a un intervento sanitario. Il test del DNA fecale si conferma “costo-efficace”, al costo di circa 9.000 dollari per ogni anno di vita in buona salute guadagnato. Un risultato positivo certo, ma molto al di sotto delle soglie comunemente accettate. Ben diverso il caso della colonscopia virtuale, che fa decisamente meglio: non solo è più efficace, ma è addirittura “cost-saving”. In altre parole, fa risparmiare risorse rispetto all'assenza di screening e risulta dunque superiore, sia dal punto di vista clinico, che economico, al test del DNA fecale. Un risultato che ribalta l'assunto mainstream secondo il quale le tecnologie più avanzate comportino automaticamente costi maggiori.

Una strategia practice changing: meno invasiva, più costo-efficace

Da questo studio emerge dunque un altro importate elemento di riflessione. Non è necessario, anzi non è conveniente, intervenire su ogni piccolo polipo individuato. Sono le lesioni maggiori, quelle sopra i 10 millimetri, il vero bersaglio della prevenzione, perché sono quelle con maggiore probabilità di evolvere in tumore. Da qui nasce l'idea di una strategia ibrida che prevede l'utilizzo della colonscopia virtuale per monitorare nel tempo i polipi più piccoli, con controlli scadenzati ogni tre anni, riservando invece la colonscopia tradizionale solo ai casi con le lesioni più grandi o sospette. Va puntualizzato che, sebbene leggermente più efficace, la CTC convenzionale, portando ad un maggior numero di colonscopie ottiche, presenta uno svantaggio in termini di costo-efficacia, rispetto alla strategia CTC sorveglianza.

Quella proposta da questo studio è dunque una logica diversa, una stratificazione del rischio più selettiva, che evita di imbarcarsi in procedure invasive inutili e riduce i costi Ssn, senza compromettere l'efficacia. Ed è proprio questa combinazione (la CTC sorveglianza) a presentare il miglior compromesso tra beneficio clinico e sostenibilità economica. Per contro, un approccio più aggressivo e interventista, consistente nell'avviare alla colonscopia tutti i pazienti con polipi superiori a 6 millimetri, secondo i risultati di questo studio si rivela meno conveniente, perché i costi aggiuntivi non vengono compensati da un reale guadagno di salute.

Aumentano i casi di tumore del colon in età più giovanile

Nel frattempo, anche il contesto epidemiologico sta evolvendo. L'aumento dei casi di tumore del colon tra le persone più giovani ha già indotto diverse società scientifiche e la U.S. Preventive Services Task Force ad abbassare l'età di inizio dello screening ai 45 anni. E sebbene la colonscopia tradizionale resti l'indagine diagnostica più diffusa, soprattutto negli Stati Uniti, sta crescendo l'interesse verso alternative meno invasive e più accessibili, come il test del DNA fecale e la colonscopia virtuale, entrambe già oggi rimborsate da Medicare.

Secondo Perry J. Pickhardt, primo autore dello studio, il punto è proprio questo: tra le opzioni diagnostiche più affidabili e minimamente invasive, la colonscopia virtuale non solo è la più efficace nell'individuare e nel prevenire il tumore, ma è anche la più vantaggiosa dal punto di vista economico. E con un valore aggiunto ulteriore: la possibilità di intercettare, nel corso dello stesso esame, segnali di altre patologie, quali osteoporosi o malattie cardiovascolari.

L'implementazione della colonscopia virtuale insomma secondo i ricercatori americani consentirebbe di ottimizzare il tempo a disposizione prima che si sviluppi il tumore. E il take home message di questo studio così sofisticato e pieno di numeri è piuttosto semplice: il tumore del colon-retto può essere prevenuto con successo. Ma per farlo, non basta affidarsi ad un esame qualsiasi. Serve fare quello giusto, al momento giusto.

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