Prevenire il big killer, un nuovo studio può cambiare le regole dello screening
L'implementazione di programmi di prevenzione è cruciale per dirottare questa traiettoria di malattia. E da questo punto di vista dunque tutti i test di screening funzionano. Ma, in misura diversa.
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È da sempre uno dei big killer per antonomasia. Quello del colon retto è infatti uno dei tumori più diffusi e letali al mondo (è la seconda causa di morte oncologica globale). Ma è anche uno di quelli più prevenibili. Questa neoplasia, al pari delle altre, infatti cresce lentamente, spesso nell'arco di diversi anni, a partire da lesioni benigne (polipi) che possono essere individuate e rimosse prima che diventino pericolose. La variabile determinante per il successo dunque non è tanto come “curarlo”, quanto come arrivare in tempo.
Ed è su questo terreno che si gioca la partita vitale dello screening. In Italia, lo screening per il tumore del colon-retto è offerto gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) a tutti i cittadini tra i 50 e i 69 anni (in alcune Regioni è stato esteso fino ai 74 anni) e prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci (Sof) ogni due anni. In caso di positività viene proposta una colonscopia di approfondimento. Ma questa strategia potrebbe in futuro arricchirsi di nuovi strumenti.
La sfida tra test: qual è quello che previene meglio (e costa meno)
Uno studio pubblicato sulla rivista Radiology (organo ufficiale della RSNA, la società dei radiologi americani) ha messo a confronto due strategie diagnostiche: la colonscopia virtuale, che utilizza la TAC per ricostruire l'interno del colon e il test del DNA fecale, che analizza campioni di feci alla ricerca di marcatori molecolari associati al tumore. Per confrontare i risultati di questi due approcci, i ricercatori hanno costruito un modello matematico sofisticato (modello di Markov), che simula l'evoluzione della malattia nel tempo. Per questo lavoro è stata ‘immaginata' una popolazione di 10.000 persone sane, rappresentative della popolazione americana di 45 anni (l'età a cui oggi molte linee guida raccomandano di anticipare lo screening, alla luce dell'aumento dei casi di tumore del colon retto tra i più giovani) e le hanno seguite virtualmente fino ai 75 anni, ipotizzando una perfetta adesione ai controlli.
Su questa “popolazione” sono state modellate tre strategie di screening: test del DNA fecale ogni 3 anni, la strategia di colonscopia virtuale (CTC) con polipectomia immediata (CTC convenzionale) per tutti i polipi di dimensioni pari o superiori a 6 mm ogni 5 anni e la strategia di sorveglianza (CTC sorveglianza) che prevede un follow-up con colonscopia virtuale ogni 3 anni per i polipi piccoli (6-9 mm) e la polipectomia per i polipi grandi (≥10 mm).
La premessa necessaria è che, in assenza di screening, circa il 7,5% di queste persone svilupperebbe un tumore del colon-retto. Solo l'implementazione di programmi di prevenzione è in grado di dirottare questa traiettoria di malattia. E da questo punto di vista dunque, tutti i test di screening funzionano. Ma, in misura diversa. Il test del DNA fecale riduce l'incidenza dei tumori del colon del 59%. La colonscopia virtuale fa di meglio, portando ad una riduzione del rischio del 70% con la strategia CTC sorveglianza e del 75% con la strategia CTC convenzionale. Percentuali che tradotte nella realtà clinica quotidiana significano centinaia di casi di tumore del colon evitati su una popolazione relativamente piccola (i 10.000 pazienti virtuali di questo studio).


