«Porteremo più ricercatori nelle Pmi»
di Vincenzo Rutigliano
3' di lettura
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La Puglia che si reinventa tech e genera start up al ritmo di 400 ogni anno, soprattutto nel software, nella ricerca scientifica e nei servizi digitali, che attira talenti, anche di ritorno, e attrae investimenti di gruppi del calibro di Ernst&Young e Fincons, solo per fare due esempi, ha un acceleratore che si chiama Politecnico di Bari. A guidarlo, dal primo ottobre scorso, Francesco Cupertino, 46 anni, docente di convertitori, macchine e azionamenti elettrici, che si misura con un problema non da poco.Ogni anno il Politecnico barese laurea quasi un migliaio, nei corsi triennali, e 700-800, in quelli magistrali, tra ingegneri informatici, gestionali, elettrici, automatici, elettronici. Ma non bastano. Il polo delle tecnologie digitali sorto in Puglia in questi anni ha sempre più fame di ingegneri informatici, ma i tetti alle immatricolazioni sono invalicabili. Nel 2019 sono state 1.880 ai corsi triennali, «siamo alla saturazione», dice Cupertino, e per la crescita del polo non è un problema da poco. Per questo chiede un piano straordinario nazionale di selezione, a tempo, per 2-3 anni, nelle università disponibili, di ingegneri informatici.
Come spiega questa forte domanda di ingegneri, soprattutto informatici, in Puglia, spesso assunti anche prima di laurearsi?
Da tempo è difficile soddisfare le richieste del mondo industriale che vuole avvicinarsi alla Puglia per le proprie attività, sia di sviluppo di prodotti software che di insediamenti produttivi manifatturieri, quasi sempre però legati alle tecnologie digitali di industria 4.0.
Si riferisce in particolare all’automotive?
Sì. Vi sono aziende internazionali dell’automotive che stanno valutando la possibilità di inserire attività di R&S qui a Bari, dove c’è l’università, il Politecnico, una industria legata alla meccanica di precisione che è un valore distintivo della Puglia, rispetto ad altre collocazioni.
Quindi industria pugliese e politecnico di Bari hanno una leva competitiva comune, decisiva?
Sì. Noi siano un must rispetto ad altre realtà universitarie non solo italiane, ma anche del Mediterraneo con cui competiamo. Guardo soprattutto al Nord Africa, allo stesso Egitto, dove altre università europee si muovono da tempo. Guardo all’area mediorientale, penso a Israele. Dopo la mia elezione sono andato ad Haifa, al Technion, università attentissima al trasferimento tecnologico alle imprese. Con loro abbiamo già piccole collaborazioni e, a fine anno, abbiamo organizzato lo scambio di studenti e sviluppato progetti di trasferimento tecnologico e di avvio di esperienze di impresa. Da Israele i nostri studenti devono imparare ad ottenere dalla ricerca anche una opportunità di sviluppo di impresa.
In parte, almeno per la grande impresa, questo mutuo arricchimento nel Politecnico accade già.
È vero, negli ultimi anni ci siamo distinti soprattutto nella collaborazione pubblico-privato, con i ricercatori delle grandi imprese che lavorano e sperimentano qui. È il caso della energy factory creata, 10 anni fa, dalla multinazionale americana Avio Aero che occupa quasi 50 ricercatori. È anche il caso del gruppo pugliese Casillo che utilizza i nostri laboratori per sviluppare tecnologie. E presto accadrà anche con il gruppo Intesa Sanpaolo che in questo mese (mancano solo i mobili), avvierà un hub per l’innovazione tecnologica.


