Porte aperte al digital wealth per supportare banker e clienti
L’avvento del fintech nella gestione dei grandi patrimoni conferma il ruolo prioritario dell’uomo che può avvalersi di piattaforme sempre più smart
di Lucilla Incorvati e Daniela Russo
3' di lettura
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Digitale sì, ma non per la consulenza. Su questo fronte, infatti, sono diverse le fonti che testimoniano un passo indietro da parte degli attori del mercato. Mentre la rivoluzione 4.0 trasforma processi e prodotti nei più diversi ambiti, la digitalizzazione rafforza la centralità dell’uomo-consulente nel rapporto con una clientela pronta ad affidarsi ai professionisti. Lo evidenziava già alcuni mesi fa l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano che rilevava la tendenza nel censire, a livello mondiale, 147 piattaforme di robo advisor, sia di startup sia degli operatori di asset e wealth management.
Nell’ultimo anno emerge la forza delle competenze umane e del rapporto fiduciario tra investitore e consulente. L’automazione, da protagonista, finisce con il recitare un ruolo secondario, quello che semplifica e migliora le operazioni di back office.
Le ragioni sono da ricercare, secondo gli esperti dell’Osservatorio, nei limiti dimostrati dai robo advisor nei periodi di maggior turbolenza dei mercati, con le difficoltà riscontrate nel riconoscere determinate situazioni. Diventa così indispensabile l’abilità umana di identificare i movimenti in atto nel mondo degli investimenti, raccogliere informazioni diverse e dare una visione di mercato.
Robo advisor e robo for advisor
A conferma di questa tendenza arrivano più di recente anche i risultati dello studio CeTIF - Centro di Ricerca su Tecnologie, Innovazione e Servizi Finanziari dell’Università Cattolica che evidenziano il fallimento del robo advisor puro a favore di un più flessibile modello di “robo for advisor”. In questo caso, infatti, gli strumenti digitali sono a supporto dello specialista e non possono essere considerati sostitutivi. Il private banker resta il consulente di riferimento di cui si avvale il cliente per coordinare un network di competenze necessarie alla gestione, come evidenzia anche l’ultima indagine dell’Associazione Italiana Private Banking (Aipb). La clientela più sofisticata per fronteggiare le necessità derivanti dalla gestione di grandi patrimoni si rivolge a differenti professionisti con specifiche competenze, ma il private banker resta il primo punto di riferimento (nel 74% dei casi per nuovi investimenti, nel 70% per la mappatura e l’analisi del proprio patrimonio, nel 64% per avere supporto in termini di gestione fiduciaria della propria ricchezza). La relazione umana resta prioritaria per le operazioni complesse (l’86% degli investitori si rivolge al private banker per sottoscrivere investimenti, l’85% per una consulenza in merito) ma l’home banking e le app sono rilevanti per le operazioni ordinarie e il monitoraggio. Nel 2018 anche l’Aipb registrava un calo nella propensione dei clienti private ad affidarsi alla gestione automatizzata del patrimonio a fronte di eccessivi costi di consulenza (negli under 55 passa dal 34,5 del 2017 al 22,3% e nella fascia 55-64 anni dal 22,7 al 20,7 per cento). I più giovani, però, mostrano una buona propensione al ricorso a piattaforme digitali e un maggiore ottimismo sul loro futuro (56,8%) e sulla loro affidabilità (37,1%). Resta però bassa la percentuale di coloro che rinuncia alla relazione con il private banker a favore della sola piattaforma digitale.

