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Politiche europee fallimentari, serve un cambio di rotta

In Italia, Germania e Regno Unito i prezzi dell’elettricità a 250 euro/MWh contro gli 80 euro di Stati Uniti e Cina

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Oltre al danno la beffa. Sono passati cinque anni dall’avvio della crisi energetica causata dall’invasione della Russia in Ucraina. Era l’agosto del 2021 quando i prezzi del gas cominciarono a salire verso i 50 euro/MWh, perché Mosca ammassava truppe al confine.

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Poi, lo scorso 28 febbraio, è scoppiata la guerra Iran Stati Uniti e i prezzi dell’energia hanno cominciato a salire fino ai picchi di questo settembre, ai massimi da tre anni. Nonostante ciò, le politiche ambientali, la beffa, mantengono la loro traiettoria, quella che appesantisce il costo dell’energia.

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A due anni dal rapporto Draghi, è peggiorato il problema energia, uno degli ostacoli che più spiega la perdita di competitività dell’Ue. I prezzi alla media industria in Italia, Germania e Regno Unito salgono verso i 250 euro per megawattora (MWh) a settembre 2026, contro valori intorno a 80 euro negli Stati Uniti e in Cina.

Francia e Spagna hanno prezzi più bassi, la prima per il nucleare, la seconda per più rinnovabili, condizioni difficilmente ripetibili, per quanto auspicabili, nel resto del continente. La media Ue27 è 220 euro/MWh per le imprese più rappresentative, anche se quelle grandi hanno riduzioni importanti a livelli, comunque, di parecchio superiori all’America e alla Cina.

Il prezzo del gas all’ingrosso in Europa oggi viaggia vicino agli 80 euro/MWh. Al consumo per l’industria significa circa 100 euro per MWh, valori che sono scandalosi rispetto ai 10 euro/MWh del prezzo all’ingrosso negli Usa, che vuol dire 15 euro/MWh al consumo alle industrie americane. Ce n’è abbastanza per affermare che la politica energetica europea è fallimentare, poi di giustificazioni ex post ne troviamo parecchie, le principali riconducibili alle due crisi. Tutta nostra è la responsabilità politica di voler perseguire ostinatamente obiettivi ambientali diventati una sorta di mantra.

Nel prezzo dell’energia elettrica di 250 euro/MWh, un 40 euro/MWh, uguale per tutti, è dovuto al prezzo della CO2 che scaturisce dalle quotazioni del mercato dei permessi, l’Emission trading system (Ets), che a metà settembre 2026 esprime quotazioni stabilmente sopra gli 85 euro per permesso. Il prezzo dell’elettricità è tendenzialmente fissato dagli impianti a ciclo combinato a gas, che emettono circa mezza tonnellata di CO2 per MWh prodotto.

Poiché ogni permesso copre una tonnellata di CO2, la componente di CO2 nel prezzo elettrico equivale a circa metà del prezzo del permesso: 80 diviso 2, pari a 40 euro. I prezzi dell’Ets a 85 euro si confrontano con i 12 euro della Cina e i 30 di alcuni stati Usa, sistemi peraltro enormemente più blandi nella loro applicazione. La differenza di prezzo dà un’idea della fuga in avanti dell’Europa sulle politiche di decarbonizzazione, perché la CO2, che non è un veleno, non riguarda un inquinante locale, ma è un gas climalterante che ha effetti a livello planetario, non di fianco all’impianto che l’ha emessa.

Il 6% di emissioni dell’Ue sul totale mondiale di 53 miliardi di tonnellate è troppo piccolo per giustificare interamente le ambizioni europee. Le emissioni dell’Ue, nonostante i proclami, non si riducono poi ai ritmi sperati, anzi aumentano, perché nel 2025 sono cresciute dell’1% a 3,3 miliardi di tonnellate e i dati preliminari dei primi mesi del 2026 confermano il trend in salita.

Certo, in passato il successo è stato notevole, perché il taglio dal 1990 al 2024 è stato del 38%, ma con spazi di miglioramento nei primi anni che oggi sono esauriti, in quanto legati alla decrepita industria dell’est europeo. Quel che conta è che il 55% di obiettivo al 2030, da cui lo slogan Fit for 55, rimane lontano, a soli tre anni dal traguardo.

Paradossalmente, lo scorso 12 febbraio 2026, il Parlamento Europeo ha approvato la proposta della Commissione di portare al 90% la riduzione , con qualche contentino spacciato per importanti concessioni.

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Le ultime proposte del Parlamento del 15 settembre non cambiano nulla, infatti i prezzi della CO2 sono aumentati.La politica evita di affrontare le crisi e addirittura rafforza gli obiettivi che richiederebbero, per essere raggiunti, quotazioni dell’Ets non a 85 euro, ma a 200 euro. Che vi sia uno scollamento con la realtà è evidente, ma ha raggiunto livelli allarmanti per la tenuta delle nostre democrazie.

Qualcosa viene concesso, a partire dal Carbon Border Adjustment Mechanism, Cbam, un complicato sistema per far gravare sui beni che entrano in Europa il prezzo della CO2 che non pagano nei loro paesi. Come non chiamarlo dazio?

E come tutti i dazi, va contro le regole del libero commercio sbandierate dall’Europa e finisce per aumentare i prezzi. Altro aiutino deriva dalla possibilità di aumentare il debito, come la recente concessione all’Italia di 14 miliardi di scostamento di bilancio da usare in due anni. Le spese devono, però, andare esclusivamente a ridurre i consumi di fossili, non certo per aiutare la produzione nazionale di gas o per tenere aperte centrali a carbone Ciò è in linea con la politica energetica degli ultimi decenni, confermata nel RepowerEU del maggio 2022 e nel Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) del 2020, entrambi generosi strumenti di finanziamento, ma contro i fossili, quelli che mancano oggi e che fanno salire le bollette.

Il risultato è evidente, la dipendenza energetica dell’Ue è salita negli ultimi 10 anni dal 55 al 57% e ci lascia esposti alle crisi internazionali. La politica europea si concentra su rinnovabili, elettrificazione e decarbonizzazione, una fuga in avanti pericolosa, proprio per la tenuta della più prestigiosa democrazia del mondo.

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