I conti pubblici italiani

Politiche accorte di bilancio per contare di più in Europa

L’equilibrio del bilancio pubblico resta precario e manca una vera strategia per l’abbattimento del rapporto tra il debito pubblico e il Pil

di Stefano Micossi

(Ansa)

3' di lettura

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Il governo ha passato con un buon voto il test della sua prima legge di bilancio, varata in tempi record. Aveva pochi soldi da distribuire e li ha riservati all’80% alla difesa di famiglie e piccole imprese dallo shock energetico, che intanto sta regredendo; per il resto ha più che altro dato segnali “politici” di cui la sua maggioranza aveva bisogno. Il segno più positivo lo ha dato riuscendo a stabilire rapporti di buona collaborazione con la Commissione europea, evitando lo scivolone sul limite ai contanti attraverso i Pos, concordando il disavanzo per il 2023 e realizzando gli obbiettivi per l’anno 2022 del Pnrr.

Pensioni e Pnrr

Il segnale più negativo riguarda l’equilibrio del sistema pensionistico, in cui si sono ancora allargati gli spazi di uscita anticipata e si sono innalzate le pensioni minime – ma soprattutto si intravede una strategia di future elargizioni che non sono sostenibili. Preoccupa non poco anche il nuovo regalo alle partite Iva, con l’innalzamento a 85.000 euro del limite per la tassazione “piatta”, che mina l’eguaglianza di trattamento dell’imposta personale sui redditi.

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Naturalmente, l’equilibrio del bilancio pubblico resta precario e manca una vera strategia per l’abbattimento del rapporto tra il debito pubblico e il Pil. Tuttavia, nei prossimi quattro anni saranno disponibili oltre 40 miliardi l’anno per investimenti (e riforme) che possono veramente far fare un salto alla capacità di crescita dell’economia italiana. Nuovi spazi si possono aprire attraverso puntuali revisioni degli obbiettivi del Pnrr per tener conto dell’aumento dei prezzi e anche di qualche aggiustamento in risposta alla crisi energetica. Una vera strategia energetica per ora manca, offrendo al nuovo governo una rilevante opportunità di qualificare la sua azione di legislatura.

Patto di stabilità

In questo contesto, il governo non potrà evitare di affrontare la questione della revisione del Patto di Stabilità e crescita, sulla quale il Consiglio europeo è chiamato a deliberare nei prossimi mesi. Nella sostanza, la proposta della Commissione vuole ridare credibilità alle politiche comuni di contenimento dei debiti pubblici. L’idea centrale è che ogni Paese ad alto debito dovrà concordare con la Commissione un programma pluriennale di riduzione del debito in rapporto al Pil, contenendo la spesa pubblica e lasciando spazio adeguato per gli investimenti.

L’Italia si trova in prima linea, con il suo rapporto debito/Pil superiore al 140%, inferiore solo a quello della Grecia; altri quattro Paesi hanno rapporti sopra il 100% (Belgio, Francia, Portogallo e Spagna), un quinto (Cipro) è appena inferiore. Il rapporto medio per l’Eurozona è anch’esso prossimo al 100%; era del 60% al momento dell’avvio dell’euro.

Le principali obiezioni alla proposta della Commissione sono tre: che rischia di “bilateralizzare” il rapporto tra la Commissione e i singoli Paesi indebitati, a scapito del ruolo di valutazione del quadro d’insieme del Consiglio; che prevede un livello di “intrusione” nelle politiche nazionali da parte della Commissione molto elevato; che l’abbattimento del debito in tanti Paesi significativi può spingere l’economia dell’eurozona su un sentiero di bassa crescita incompatibile con la sostenibilità dei debiti pubblici più elevati.

Mi pare che trovare risposta a queste obiezioni non sia impossibile. Una strada è stata qui indicata da Marco Buti e Marcello Messori, i quali sottolineano l’esigenza di espandere al contempo le spese del bilancio comune europeo per «beni pubblici europei»; aggiungerei, in misura tale da compensare ogni effetto deflazionistico delle politiche di contenimento del debito. Stiamo parlando ad esempio delle spese per la sanità, per la difesa e la sicurezza dei confini comuni, per la ricostruzione dell’Ucraina.

Il piano di riduzione del debito

In massima parte si tratta di spese inevitabili e che non potrebbero essere sostenute dai bilanci degli Stati membri. Quanto all’autonomia dei Paesi nella formulazione dei piani di riduzione del debito, essa può essere rafforzata sia attraverso i meccanismi nazionali indipendenti di valutazione delle politiche di bilancio (come il nostro Ufficio parlamentare di bilancio), sia da un ruolo accresciuto dell’European Fiscal Board.

L’errore da matita rossa da evitare è di entrare in quel negoziato ricadendo in sterili polemiche contro le politiche europee. Su questo, il nostro governo ha tutto da guadagnare da un atteggiamento proattivo, magari anticipando con il Def i lineamenti di un nostro programma pluriennale di riduzione del debito. Vi sarebbero un beneficio immediato di riduzione del costo del nostro indebitamento e un beneficio anche maggiore di credibilità in Europa, che consentirebbe al nostro premier di partecipare da pari alla definizione delle politiche europee.

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