Intervista

Polimi nella top 100 mondiale: «Ora più investimenti in ricerca»

La rettrice dell’ateneo milanese, Donatella Sciuto: «I ragazzi sono il futuro del paese. Bisogna puntare sulla formazione»

di Marco Alfieri

SEDE ESTERNI POLITECNICO DI MILANO

3' di lettura

3' di lettura

“La sfida più importante è quella della ricerca. Se siamo convinti che i ragazzi rappresentano il futuro del nostro paese dobbiamo investire di più nella loro formazione.” Donatella Sciuto, ingegnere elettronico, professoressa ordinaria e manager accademica di lungo corso, è la rettrice del Politecnico di Milano, uno degli atenei tecnico-scientifici più prestigiosi d’Europa, fresco di ingresso nella top 100 del QS World University Ranking 2026, prima volta per un’università italiana.

Professoressa, cosa significa questo traguardo per il Politecnico di Milano e, più in generale, per il sistema della formazione universitaria e della ricerca italiana?

Loading...

Intanto è un premio alla qualità del Politecnico in generale e alle persone che ci lavorano e fanno ricerca e formazione da anni. Si tratta di un percorso avviato a partire dal 2013, quando abbiamo cominciato ad internazionalizzare il nostro ateneo. E poi è un riconoscimento al sistema della ricerca pubblica italiana, spesso sottovalutato, e al valore della formazione universitaria in presenza. Ma non vogliamo fermarci qui.

“Employer Reputation”, “Employment Outcomes” e “Academic Reputation” sono tre ambiti in cui siete cresciuti di più nel ranking. In quali aree, invece, lete migliorare ancora?

Il nostro obbiettivo è crescere sempre più in termini di ricerca, didattica, innovazione e infrastrutture. Non a caso l’investimento più grosso che abbiamo in essere è il nuovo campus a Bovisa, che risponde proprio ad una visione di università ben precisa.

Quale visione?

Quella di un ateneo in cui, all’interno di uno stesso campus, si crea un ecosistema virtuoso, una contaminazione feconda tra formazione, imprese, start up e laboratori di ricerca.

Quali sono le sfide più urgenti per un’università tecnico-scientifica come il Politecnico, oggi? Spesso il modello europeo è accusato di essere meno competitivo e più burocratico di quello americano e asiatico.

La sfida più importante è quella degli investimenti in ricerca. Sia pubblici che privati. Se siamo convinti che i ragazzi rappresentano il futuro del nostro paese dobbiamo investire di più nella loro formazione. Oggi il gap di investimenti, anche solo con alcuni atenei svizzeri, senza guardare per forza agli Usa, è siderale. Così è complicato continuare a competere.

Che tipo di laureati vuole formare oggi il Politecnico? Quali competenze sono davvero “a prova di futuro”? 

Puntiamo a formare solide competenze di base tecnico-scientifiche, accompagnate dal saper ragionare in modo critico, dal saper lavorare in modo interdisciplinare e, infine, dalla capacità di continuare ad apprendere per tutta la propria vita professionale.

C’è un progetto o iniziativa che ritiene particolarmente strategico per il futuro del Politecnico? 

Del campus in Bovisa ho già detto. Direi lo sforzo che stiamo facendo per diffondere una maggiore cultura della imprenditorialità tra studenti e ricercatori. La sfida è portare i risultati della nostra ricerca verso il mondo industriale, stimolando la creazione di nuove imprese. Questo è un ambito in cui siamo particolarmente in ritardo in Italia e in Europa.

Il Politecnico è un ateneo pienamente internazionale, con 8mila studenti stranieri sui 48mila iscritti totali, specie nelle lauree magistrali. Ma è pur sempre un ateneo milanese. Lei più volte ha preso posizione sui temi del costo della vita, sul caro affitti e sulle condizioni dei giovani in città. C’è qualcosa che si può fare, realisticamente, per offrire agli studenti un modello di città più inclusivo?

La prima cosa da fare sarebbe garantire a tutti gli idonei il diritto allo studio, cosa che ancora oggi non avviene. Poi, come Politecnico, siamo impegnati a costruire studentati a prezzi calmierati, anche perché quelli che stanno nascendo, collegati alle università private, hanno prezzi proibitivi. Inoltre, servirebbe dare una forma di supporto che consenta, tramite piattaforme, di condividere grandi appartamenti tra studenti. Ovviamente queste azioni non risolverebbero alla radice il problema né le difficoltà di neolaureati, o giovani docenti, che in Italia guadagnano troppo poco per potersi permettere un affitto in città.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter Scuola+

La newsletter premium dedicata al mondo della scuola con approfondimenti normativi, analisi e guide operative

Abbonati