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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Tra il 17 e il 20 luglio 2026, i programmatori di OpenAI, l’azienda della Silicon Valley che ha creato ChatGPT, uno dei modelli di Intelligenza artificiale più diffusi del mondo, hanno iniziato a riscontrare una sequenza di anomalie inquietanti nelle procedure dei loro software di apprendimento. Non più tardi di alcune settimane prima, OpenAI aveva avviato un esperimento per testare tutti i suoi software. L’obiettivo veniva considerato virtualmente impossibile da raggiungere e consisteva nell’accedere a risorse esterne per aumentare la capacità di automiglioramento dei programmi. Ma l’aspetto più importante è che si trattava di un test destinato – almeno in via teorica – al fallimento, dal momento che l’ambiente in cui si muovevano questi software era una cosiddetta «sandbox», ossia l’equivalente virtuale di un ambiente chiuso e sorvegliato a vista da cancelli di sicurezza. L’esperimento si rivelò invece sorprendente per i tecnici di OpenAI, i quali scoprirono che 800 dei 1200 software coinvolti, quelli che in gergo tecnico si chiamano «agenti», avevano ideato una cospirazione per uscire dal perimetro di sicurezza, attaccare una piattaforma esterna e rubare i dati custoditi al suo interno. È come se le Intelligenze artificiali si fossero messe d’accordo in segreto per evadere, attaccare un avversario e mettere a segno una rapina ai danni di un concorrente.
In questa nuova puntata di “Nome in Codice”, Claudio Antonelli e Antonio Talia intervistano esperti del settore per indagare i pericoli connessi allo sviluppo e alla tutela dell’AI. Sul fronte della Difesa, delle fake news e della competizione attorno alle materie prime. Tra gli ospiti vi sono Jang Yeongkyun, ricercatore del Korea Artificial Intelligence Safety Institute, Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, e Armando Caltabiano, imprenditore specializzato in business development e tecnologie emergenti e ceo di Truesense.
Le possibili conseguenze scatenate da Intelligenze artificiali che operino secondo una loro «volontà autonoma» è un tema filosofico ampiamente dibattuto tra le Big Tech della Silicon Valley e non solo; ma esistono anche aspetti ben più cruciali che toccano l’ambito della strategia geopolitica. In questo caso un ruolo di primo piano lo gioca la competizione tra Stati Uniti e Cina. L’approccio che i due Paesi hanno nello sviluppo di IA mette in luce due opposte visioni del mondo. Gli Stati Uniti stanno realizzando un sistema basato sui modelli proprietari: ci sono dei colossi del Tech, che sviluppano i loro modelli, diventano dei campioni globali, con l’aiuto più o meno diretto dello Stato, e si affermano in tutto il mondo. Va da sé che il tema non si estingue ai soli algoritmi. Per sviluppare i modelli occorrono risorse in quantità enormi, prima fra tutte l’approvvigionamento energetico, a cui fanno seguito microchip e grandi spazi dove allestire i data center. La Cina, di contro, sta lanciando qualcosa di completamente diverso: il 17 luglio scorso, durante la prima conferenza mondiale sull’Intelligenza artificiale di Shanghai (e proprio nel momento in cui i ricercatori di Open AI avevano iniziato a riscontrare problemi legati alle procedure dei loro software di apprendimento), il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato un vero e proprio manifesto politico; ha paragonato l’avvento dell’AI all’invenzione della macchina a vapore e alla diffusione dell’energia elettrica e poi ha detto: «Dobbiamo stabilire un’estesa collaborazione internazionale e sostenere i Paesi del Sud Globale, fornendo loro la capacità per accorciare le distanze sul fronte digitale, promuovere lo sviluppo sostenibile, ed evitare che si produca una nuova ingiustizia storica anche nel campo dell’intelligenza artificiale».