Tensioni internazionali

Pmi, la sfida globale è non restare ai margini nell’accesso alla tecnologia

La crescita futura nel contesto geopolitico si gioca sulle competenze e le risorse per svilupparla, senza anche le piccole rischiano in competitività

di Anna Migliorati

4' di lettura

I punti chiave

  • Le tensioni geopolitiche e le guerre si giocano anche sul fronte del controllo delle risorse
  • Dal mondo globalizzato al nazionalismo tecnologico
  • Gli effetti non risparmiano il tessuto delle imprese familiari

4' di lettura

(Sole24Ore-Radiocor) - Più del braccio di ferro sui dazi o, finanche , degli scenari globali di conflitto armato, a frenare le pmi e il tessuto delle imprese familiari italiane potrebbe essere, guardando a lungo termine, la guerra, neanche troppo sotterranea, per controllare la tecnologia del futuro. Vale a dire, da una parte competenze su algoritmi, intelligenza artificiale, supercalcolo, dall’altra il controllo delle cosiddette terre rare che permettono di mettere a terra le conoscenze tecnologiche. Una guerra in cui rischiano di restare schiacciate e finire ai margini.

Tecnologia globale e crescita economica, i casi di Taiwan e Corea

Ne è convinto Andrea Colli, docente di storia economica all’Università Bocconi: «Le imprese operanti in settori sensibili si trovano oggi ad agire in mercati distorti da strategie geopolitiche. Vendere, acquistare o cedere attività produttive è sempre più soggetto a vincoli istituzionali, con ripercussioni dirette sui fondamentali aziendali». «Il caso di Nvidia, che ha subito un crollo azionario a causa delle restrizioni alle esportazioni verso la Cina, illustra chiaramente queste dinamiche. È notizia di pochissimi giorni fa che l’amministrazione Trump abbia suggerito al governo britannico di bloccare un investimento in Scozia di una impresa cinese, leader nella produzione di turbine per mulini a vento, sulla base di problematiche relative alla “sicurezza nella produzione di energia», spiega.

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A dimostrarlo ci sarebbe anche una dinamica al contrario. In passato proprio laddove si è liberamente lasciata circolare competenza tecnologica, in un’ottica di globalizzazione dei mercati e riduzione dei costi, si è dato il via ad un volano di crescita, anche oltre le aspettative. Lo testimoniano, spiega ancora Colli, «i casi virtuosi di Taiwan e Corea del Sud. Taiwan è balzata alla frontiera tecnologica a partire dalla fine degli anni Ottanta, grazie al massiccio trasferimento di tecnologia connessa al settore dei semiconduttori dagli Stati Uniti. A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Corea del Sud, grazie a decise politiche pubbliche in settori a tecnologia di frontiera per l’epoca – ad esempio, l’automobilistico, l’acciaio, l’elettronica di consumo, è passata da un prodotto interno lordo pro-capite (in dollari 2010) di poco più di mille dollari, ai 9 mila del 1990, e ai 34 mila di oggi». «Questi Paesi, grazie a governi spesso autoritari e a politiche industriali mirate, hanno rafforzato la propria sovranità nazionale attraverso la specializzazione tecnologica, conseguente alla pressoché libera circolazione di quest’ultima», dice.

Il nuovo volto del nazionalismo tecnologico

Quel che accade oggi, dietro ai conflitti armati veri e proprio e in un clima di crescente tensione e divisione tra buoni e cattivi, è «una versione nazionalista della conoscenza tecnologica con connotazioni antiglobale e protezionista. Le tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, sono diventate vere e proprie "aree" di competizione geopolitica, da proteggere e consolidare per danneggiare i rivali», spiega Colli.

Effetti che rischiano di riversarsi sul piano economico dei paesi che restano, o vengono relegati, ai margini. E i dazi più che un fine, agirebbero come mezzo. «Questo nuovo approccio si traduce in politiche di sabotaggio delle catene globali del valore, con l’uso di barriere tariffarie e non tariffarie, e nell’allontanamento di investitori esteri considerati rischiosi – dice ancora il docente Bocconi -. Un esempio emblematico è la recente decisione della Cina di imporre controlli sulle esportazioni di terre rare, risorsa critica per l’industria tecnologica occidentale. Per converso, il numero degli interventi da parte del governo statunitense tesi a bloccare acquisizioni straniere di imprese ritenute strategiche, ad esempio nel settore della microelettronica, è cresciuto progressivamente nel corso degli ultimi anni».

Lo scenario in prospettiva è quello di un mondo diviso in due, anche sul fronte del progresso tecnologico. «La trasformazione geopolitica sta incentivando il rimpatrio di investimenti produttivi (re-shoring) o il loro spostamento verso Paesi "amici" (friend-shoring). Questo “accorciamento” delle catene del valore finisce per promuovere la formazione di blocchi economici e un’accelerazione ulteriore dei processi di de-globalizzazione. Inoltre, gli Stati stanno assumendo un ruolo sempre più attivo e diretto nel controllo di settori strategici e delle imprese che li popolano, segnando un ritorno al cosiddetto "Stato imprenditore"», lo scenario nel quale si rischia di muoversi sempre più nei prossimi anni.

L’ impatto sulle imprese e sulle catene globali del valore

Ecco perché, conclude Andrea Colli, nessuno è senza rischi. Anche a livello di piccole e fin anche micro imprese, quel tessuto di aziende familiari che resta necessariamente coinvolto anche in scenari globali. E, dopo la crisi dei talenti ora rischia una crisi tecnologica. «Il nuovo “tecno-nazionalismo” non riguarda solo i settori high-tech, ma sta ridefinendo l’intero panorama economico globale – dice - Le imprese, indipendentemente dalle loro dimensioni, dal settore di attività, e anche dal mercato di riferimento, devono affrontare un ambiente sempre più frammentato e volatile in cui le tensioni e le strategie di matrice geopolitica in remote parti del globo si ripercuotono immediatamente su ambienti competitivi locali, ma per questo affatto al sicuro. In questo contesto, la capacità di adattarsi alle nuove regole del gioco e di anticipare i cambiamenti geopolitici diventa cruciale per garantire la sopravvivenza e la competitività, mentre ai governi è sempre più richiesta la consapevolezza che l’era della iper-globalizzazione in un mercato planetario privo di frizioni è terminata, e che un’azione politica decisa è necessaria per mantenere e rafforzare la competitività delle proprie imprese». Insomma, un treno di competenze che non si può perdere.

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