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(Sole24Ore-Radiocor) - Più del braccio di ferro sui dazi o, finanche , degli scenari globali di conflitto armato, a frenare le pmi e il tessuto delle imprese familiari italiane potrebbe essere, guardando a lungo termine, la guerra, neanche troppo sotterranea, per controllare la tecnologia del futuro. Vale a dire, da una parte competenze su algoritmi, intelligenza artificiale, supercalcolo, dall’altra il controllo delle cosiddette terre rare che permettono di mettere a terra le conoscenze tecnologiche. Una guerra in cui rischiano di restare schiacciate e finire ai margini.
Ne è convinto Andrea Colli, docente di storia economica all’Università Bocconi: «Le imprese operanti in settori sensibili si trovano oggi ad agire in mercati distorti da strategie geopolitiche. Vendere, acquistare o cedere attività produttive è sempre più soggetto a vincoli istituzionali, con ripercussioni dirette sui fondamentali aziendali». «Il caso di Nvidia, che ha subito un crollo azionario a causa delle restrizioni alle esportazioni verso la Cina, illustra chiaramente queste dinamiche. È notizia di pochissimi giorni fa che l’amministrazione Trump abbia suggerito al governo britannico di bloccare un investimento in Scozia di una impresa cinese, leader nella produzione di turbine per mulini a vento, sulla base di problematiche relative alla “sicurezza nella produzione di energia», spiega.
A dimostrarlo ci sarebbe anche una dinamica al contrario. In passato proprio laddove si è liberamente lasciata circolare competenza tecnologica, in un’ottica di globalizzazione dei mercati e riduzione dei costi, si è dato il via ad un volano di crescita, anche oltre le aspettative. Lo testimoniano, spiega ancora Colli, «i casi virtuosi di Taiwan e Corea del Sud. Taiwan è balzata alla frontiera tecnologica a partire dalla fine degli anni Ottanta, grazie al massiccio trasferimento di tecnologia connessa al settore dei semiconduttori dagli Stati Uniti. A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Corea del Sud, grazie a decise politiche pubbliche in settori a tecnologia di frontiera per l’epoca – ad esempio, l’automobilistico, l’acciaio, l’elettronica di consumo, è passata da un prodotto interno lordo pro-capite (in dollari 2010) di poco più di mille dollari, ai 9 mila del 1990, e ai 34 mila di oggi». «Questi Paesi, grazie a governi spesso autoritari e a politiche industriali mirate, hanno rafforzato la propria sovranità nazionale attraverso la specializzazione tecnologica, conseguente alla pressoché libera circolazione di quest’ultima», dice.
Quel che accade oggi, dietro ai conflitti armati veri e proprio e in un clima di crescente tensione e divisione tra buoni e cattivi, è «una versione nazionalista della conoscenza tecnologica con connotazioni antiglobale e protezionista. Le tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, sono diventate vere e proprie "aree" di competizione geopolitica, da proteggere e consolidare per danneggiare i rivali», spiega Colli.
Effetti che rischiano di riversarsi sul piano economico dei paesi che restano, o vengono relegati, ai margini. E i dazi più che un fine, agirebbero come mezzo. «Questo nuovo approccio si traduce in politiche di sabotaggio delle catene globali del valore, con l’uso di barriere tariffarie e non tariffarie, e nell’allontanamento di investitori esteri considerati rischiosi – dice ancora il docente Bocconi -. Un esempio emblematico è la recente decisione della Cina di imporre controlli sulle esportazioni di terre rare, risorsa critica per l’industria tecnologica occidentale. Per converso, il numero degli interventi da parte del governo statunitense tesi a bloccare acquisizioni straniere di imprese ritenute strategiche, ad esempio nel settore della microelettronica, è cresciuto progressivamente nel corso degli ultimi anni».