Veicoli industriali

«Pluralità tecnologica per tagliare le emissioni del trasporto pesante»

Anfia, Anita, Assogasliquidi e Unem: la soluzione indicata dal regolamento europeo non è la via giusta. L’Italia rilancia i biocarburanti

di Marco Morino

Un mezzo del gruppo campano Casilli

4' di lettura

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Vecchi e inquinanti. È la fotografia, impietosa, della flotta per il trasporto merci (camion) che circola in Italia. In totale sono circa 4,9 milioni di veicoli, secondo i dati più aggiornati della Motorizzazione. Di questo parco totale, solo il 29% ha un motore Euro VI. Il 57,8% dei mezzi pesanti viaggia con motori compresi tra l’Euro zero e l’Euro IV. In particolare, c’è un dato che fa riflettere: in Italia, il 12,3% del parco totale dei mezzi pesanti ha un motore Euro zero. Inoltre, il 96,8% dei camion immatricolati nel nostro Paese è alimentato a gasolio. I Tir ad alimentazione elettrica sono appena lo 0,3% del totale. Per comprendere l’impatto ambientale del trasporto pesante, va tenuto presente che nel nostro Paese, oltre l’80% delle merci viaggia su strada e che l’età media dei veicoli industriali è di 19,1 anni, tra le più elevate d’Europa.

Il nuovo regolamento

In questo scenario si è abbattuto, nella scorsa primavera, il nuovo regolamento europeo sulla riduzione delle emissioni dei veicoli pesanti: quello che mette fuori legge tutte le alimentazioni tranne l’elettrico e l’idrogeno a partire dal 2040. Questo regolamento impone tagli drastici e progressivi alle emissioni dei Tir fin da subito: -15% nel 2025 rispetto ai valori del 2019; -45% tra il 2030 e il 2034; -65% tra il 2035 e il 2039; -90% dal 2040 in poi. È palese che l’autotrasporto italiano sia del tutto impreparato ad affrontare una simile tabella di marcia. Inoltre, la transizione green del trasporto su strada impone ingenti investimenti e molte imprese dell’autotrasporto sono troppo piccole per affrontare da sole, senza un adeguato sostegno da parte dello Stato, un sforzo economico di tale portata.

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La questione tecnologica

Tuttavia, prima che finanziaria, la questione è innanzi tutto tecnologica. Secondo un documento riservato di Anita, Anfia, Assogasliquidi-Federchimica e Unem, l’approccio adottato nel regolamento europeo, nel tracciare il percorso di decarbonizzazione del trasporto pesante, non risulta inclusivo di tutte le tecnologie disponibili, ma abilita e valorizza un’unica soluzione (veicoli a zero emissioni: ad alimentazione elettrica/fuel cell-idrogeno), i cui sviluppi tecnologici non sono ancora maturi per il settore, sostengono le associazioni. Ciò rende gli obiettivi europei di decarbonizzazione dei veicoli industriali di difficile realizzazione. Scrivono le quattro associazioni: «L’alimentazione elettrica e a idrogeno non è immediatamente implementabile per tutte le missioni di trasporto stradale pesante delle merci, soprattutto se a lungo raggio. L’ecosistema per la mobilità a zero emissioni è ancora in via di definizione». Si sono affacciati di recente sul mercato i primi mezzi pesanti a batteria Bev (100% elettrici), ma adatti a trasporti di medio raggio. Presentano ancora limiti in termini di autonomia (fino a 500 chilometri), tempi di ricarica (fino a 90 minuti), portata utile (fino a 22 tonnellate). L’alimentazione elettrica ha finora preso piede soprattutto nella distribuzione urbana delle merci, tra i veicoli commerciali leggeri e medi. Allo stesso modo, i veicoli a idrogeno presentano oggi dei limiti per l’impiego nelle missioni di lungo raggio del trasporto pesante in termini di autonomia (fino a 650 chilometri con serbatoio da 50 chilogrammi), tempi di rifornimento e portata utile, mentre la loro offerta sul mercato è ancora confinata ad alcuni Paesi europei (Francia, Germania, Svizzera).

Motrice del gruppo altoatesino Fercam

La posizione italiana

L’Italia si batte da tempo, in sede europea, per affermare il principio della pluralità tecnologica volto a ridurre le emissioni del trasporto stradale pesante delle merci. Secondo il governo e secondo la filiera italiana dell’autotrasporto, esistono altre tecnologie, attualmente disponibili, che possono contribuire utilmente alla decarbonizzazione del settore e alla creazione di un percorso verso le emissioni zero. La prima su tutte: il ricorso ai biocarburanti, dove l’Italia è all’avanguardia nel mondo grazie allo straordinario impegno dell’Eni. Roma ha ingaggiato una dura battaglia all’interno delle istituzioni comunitarie per ottenere un primo via libera ai biocarburanti che finora, però, non è ancora maturato. Il governo punta al 2027, quando il regolamento Ue sui tagli alle emissioni dei Tir sarà sottoposto a verifica da parte di tutti i Paesi membri al fine di valutarne l’efficacia. Alcuni aspetti, spiega il documento redatto dalle quattro associazioni, saranno centrali nel riesame, tra cui: il numero di veicoli pesanti a emissioni zero immatricolati negli Stati membri; i progressi compiuti nello sviluppo di infrastrutture di ricarica e rifornimento (pubbliche e private) per i combustibili alternativi per i veicoli pesanti.

L’Eni, da parte sua, sta già producendo e distribuendo in 600 stazioni in tutta Italia un biocarburante liquido rinnovabile (Hvo) ricavato dagli scarti vegetali o animali, residui dell’industria agroalimentare e da una parte residuale di olii vegetali, che riduce fino al 90% le emissioni di carbonio ed è impiegabile sui motori di ultima generazione Euro VI. Inoltre, non c’è solo il biodiesel. Nella filiera dei gas (Gnl, Gnc, Gpl e loro declinazioni bio), il nostro Paese è un’eccellenza, godendo di un vantaggio competitivo. Puntare sul bio-Lng è in linea con gli obiettivi di neutralità carbonica dichiarati dall’Unione europea. Se già il metano di origine fossile riduce del 20% le emissioni di CO2, la versione bio, prodotta da rifiuti organici e biomasse agricole di scarto, raggiunge pienamente la neutralità carbonica. E così l’interesse ambientale coincide e si fonde con quello dell’economia nazionale.

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