Lo scenario

Più ostacoli per i giovani professionisti

Aspiranti avvocati dimezzati dopo la pandemia: uno su tre attende dai quattro ai sei anni per passare l’esame di abilitazione e ne servono altri cinque per raggiungere l’indipendenza economica. Verso maggiori garanzie per chi è in monocommittenza

di Margherita Ceci

(Illustrazione di Jacopo Rosati)

3' di lettura

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Tra i divari che caratterizzano il mondo dell’avvocatura c’è anche la distanza che separa i giovani neoavvocati dai colleghi più anziani: un solco, un percorso a ostacoli che pesa sulla scelta della carriera universitaria prima, e della libera professione poi.

Non è infatti solo il numero di iscritti alle facoltà di legge a essere diminuito (secondo il Rapporto 2025 sull’avvocatura di Cassa Forense e Censis, il numero di immatricolati nel 2023 è sceso di oltre 10mila unità rispetto al 2010): anche i candidati all’esame di Stato nel 2024 si sono dimezzati rispetto al 2019, passando da 22.199 a 10.316.

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Complici anche l’apertura di concorsi pubblici e la presenza di strade alternative da percorrere una volta finiti gli anni di Giurisprudenza.

Del resto basta guardare al tempo che intercorre tra il conseguimento della laurea in Giurisprudenza e l’iscrizione all’Albo degli avvocati. Secondo il rapporto di Cassa Forense, la maggior parte dei laureati (il 34,2%) impiega tra i quattro e i sei anni. L’esame di abilitazione si svolge una sola volta l’anno e in molti scelgono di attendere e prepararsi al meglio, aumentando la possibilità di successo, ma anche la distanza che li separa dall’ingresso nel mondo del lavoro. Non solo: i risultati della prova scritta escono molti mesi dopo, allungano le tempistiche. E la pratica che si svolge nel mentre, non è soggetta a obbligo retributivo.

Anche una volta superato l’esame, poi, il percorso verso l’autonomia economica è lungo e complesso. Per raggiungere un livello di reddito sufficiente a garantire l’indipendenza, il 21,8% impiega, dal momento dell’iscrizione all’Albo, tra i cinque e i sei anni. Un’altra fetta importante (21,1%) va oltre i sei anni e solo un quinto impiega meno di due anni.

Esame di stato e pratica

A oggi la legge professionale prevede tre prove per lo scritto: un parere civile, un parere penale e un atto giudiziario nelle tre materie a scelta (civile, penale o amministrativo). Per l’orale invece sono sei le materie obbligatorie (penale, civile, procedura penale, procedura civile, una materia a scelta e deontologia), ricalcando di fatto la preparazione universitaria. Ma di proroga in proroga dal Covid, si procede in deroga e l’esame ha preso una forma più professionalizzante, con l’orale che vede una soluzione di un caso pratico, due materie a scelta (diritto penale o civile, e una procedura) e la deontologia e l’ordinamento forense. In questa nuova forma, è risultato più alto il tasso di successo, del 46,2% nel 2023, contro il 37,1% del 2019.

«Il problema più grande – racconta il presidente dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (Aiga), Carlo Foglieni – è il gap fra il mondo delle professioni e quello accademico. È vero che le università stanno migliorando, ma il neolaureato non è ancora in grado di svolgere la professione da avvocato autonomamente, e quindi – pure volendo parlare di lauree abilitanti – ha bisogno del praticantato. Ma questo deve essere economicamente sostenibile».

In attesa della riforma della legge professionale (il primo passo è stato fatto, la bozza è stata appena approvata dal Consiglio nazionale forense), che punta a consolidare l’esperienza dell’esame di abilitazione semplificato, Aiga si sta muovendo con le Regioni per intercettare i fondi europei di sviluppo regionale dedicati alla formazione. «Abbiamo già avviato il confronto con la Lombardia e speriamo poi di ampliare alle altre Regioni: vorremmo prevedere tramite l’erogazione di questi fondi un contributo – come avviene nel mondo delle imprese – a favore degli studi professionali, per coprire il compenso del praticante».

La monocommittenza

Una volta diventato avvocato, il giovane professionista ha due opzioni: avviare un proprio studio o collaborare con un altro avvocato. Anche se tramite Cassa forense ci sono degli incentivi per aprire studi e aggregarsi in rete, abbattendo così i costi, molti giovani si trovano a lavorare, di fatto, in monocommittenza per uno studio già avviato. «Abbiamo previsto con una mozione approvata dal Congresso nazionale, di prevedere alcune garanzie – conclude Foglieni – . Dall’obbligo di un contratto scritto, di un compenso minimo, scatti di anzianità, preavviso di recesso e indennità economica pari alle mensilità nel caso di mancato preavviso. Senza però andare verso il lavoro subordinato, perché l’obiettivo è aiutare i giovani ad aprire il proprio studio, prendendo a loro volta altri collaboratori da far crescere e creando così una catena virtuosa». Proposte in parte già recepite nella bozza di riforma della legge professionale.

Ma servirà tempo: per questa riforma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato una legge delega a breve. Ma anche questa, una volta approvata, avrà bisogno di decreti attuativi per essere operativa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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