Esame di stato e pratica
A oggi la legge professionale prevede tre prove per lo scritto: un parere civile, un parere penale e un atto giudiziario nelle tre materie a scelta (civile, penale o amministrativo). Per l’orale invece sono sei le materie obbligatorie (penale, civile, procedura penale, procedura civile, una materia a scelta e deontologia), ricalcando di fatto la preparazione universitaria. Ma di proroga in proroga dal Covid, si procede in deroga e l’esame ha preso una forma più professionalizzante, con l’orale che vede una soluzione di un caso pratico, due materie a scelta (diritto penale o civile, e una procedura) e la deontologia e l’ordinamento forense. In questa nuova forma, è risultato più alto il tasso di successo, del 46,2% nel 2023, contro il 37,1% del 2019.
«Il problema più grande – racconta il presidente dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (Aiga), Carlo Foglieni – è il gap fra il mondo delle professioni e quello accademico. È vero che le università stanno migliorando, ma il neolaureato non è ancora in grado di svolgere la professione da avvocato autonomamente, e quindi – pure volendo parlare di lauree abilitanti – ha bisogno del praticantato. Ma questo deve essere economicamente sostenibile».
In attesa della riforma della legge professionale (il primo passo è stato fatto, la bozza è stata appena approvata dal Consiglio nazionale forense), che punta a consolidare l’esperienza dell’esame di abilitazione semplificato, Aiga si sta muovendo con le Regioni per intercettare i fondi europei di sviluppo regionale dedicati alla formazione. «Abbiamo già avviato il confronto con la Lombardia e speriamo poi di ampliare alle altre Regioni: vorremmo prevedere tramite l’erogazione di questi fondi un contributo – come avviene nel mondo delle imprese – a favore degli studi professionali, per coprire il compenso del praticante».
La monocommittenza
Una volta diventato avvocato, il giovane professionista ha due opzioni: avviare un proprio studio o collaborare con un altro avvocato. Anche se tramite Cassa forense ci sono degli incentivi per aprire studi e aggregarsi in rete, abbattendo così i costi, molti giovani si trovano a lavorare, di fatto, in monocommittenza per uno studio già avviato. «Abbiamo previsto con una mozione approvata dal Congresso nazionale, di prevedere alcune garanzie – conclude Foglieni – . Dall’obbligo di un contratto scritto, di un compenso minimo, scatti di anzianità, preavviso di recesso e indennità economica pari alle mensilità nel caso di mancato preavviso. Senza però andare verso il lavoro subordinato, perché l’obiettivo è aiutare i giovani ad aprire il proprio studio, prendendo a loro volta altri collaboratori da far crescere e creando così una catena virtuosa». Proposte in parte già recepite nella bozza di riforma della legge professionale.
Ma servirà tempo: per questa riforma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato una legge delega a breve. Ma anche questa, una volta approvata, avrà bisogno di decreti attuativi per essere operativa.