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Piccoli pacchi extra Ue, ecco chi e come sta evitando la mini tassa italiana di 2 euro

Assonime sottolinea come le merci arrivino in altri hub comunitari e poi vengano trasferite in Italia attraverso il trasporto terrestre. Allo studio il rinvio

di Marco Mobili e Giovanni Parente

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Il mini contributo di 2 euro «made in Italy» sui piccoli pacchi extra Ue di valore fino a 150 euro scattato dal 1° gennaio (anche se con un periodo di debutto soft) rischia di trovarsi già fuori gioco. Non solo per il debutto del dazio di 3 euro dal 1° luglio deciso dal Consiglio Ue, ma perché è già in atto un tentativo di aggiramento. La segnalazione arriva nella circolare Assonime 2/2026 firmata dal direttore generale Stefano Firpo, che mette in luce i profili problematici sia sul piano economico che sul piano giuridico rispetto alla compatibilità con il diritto comunitario.

Le merci arrivano negli altri aeroporti Ue

Come evidenziato dall’associazione delle società per azioni, «in un contesto caratterizzato dall’esistenza del mercato unico europeo e dall’assenza di controlli alle frontiere interne, l’applicazione di un prelievo non armonizzato sta già influenzando le scelte logistiche e distributive degli operatori, incentivando l’immissione delle merci in altri Stati membri nei quali il contributo non è previsto e la successiva introduzione nel territorio nazionale mediante trasporto intra Ue». Di fatto, le merci arrivano negli altri (soprattutto) aeroporti comunitari e poi vengono trasferite con il trasporto via terra in Italia. La conseguenza, come spiega Assonime, è «uno spostamento dei flussi di importazione non riconducibile a esigenze economiche o organizzative, ma determinato dall’applicazione di un onere nazionale non previsto negli altri Stati membri, con effetti distorsivi sulla concorrenza tra operatori e tra Stati membri».

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Il calo dei pacchi di piccolo valore

La circolare di Assonime cita anche i dati dell’agenzia delle Dogane e dei monopoli secondo cui «tra il 1° e il 20 gennaio il numero di pacchi a basso valore arrivati in Italia da Paesi extra Ue è diminuito del 36 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente». E la circolare mette in risalto anche come la modifica dei meccanismi di importazione stia determinando «un incremento dei trasporti (anche terrestri) intra Ue, con conseguenze negative anche sotto il profilo ambientale, in evidente contraddizione con gli obiettivi di sostenibilità e di riduzione delle emissioni perseguiti a livello unionale».

Il potenziale contrasto con la Ue

Il carattere generalizzato e forfettario del contributo nazionale rischia poi di tradursi in una misura che, al di là della sua qualificazione formale, produce effetti analoghi a quelli di un dazio doganale, ponendosi così in potenziale contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) e con la logica stessa dell’unione doganale, che mira a garantire l’eliminazione non solo delle barriere tariffarie, ma anche di ogni onere nazionale idoneo ad alterare la neutralità e l’uniformità del regime doganale applicabile alle importazioni».

Nonostante, poi, «il legislatore nazionale abbia inteso collocare il nuovo prelievo al di fuori della categoria dei tributi doganali in senso stretto, l’effetto economico della misura è quello di reintrodurre un onere fisso proprio su quelle operazioni che il diritto unionale ha finora inteso agevolare, anche al fine di semplificare i flussi commerciali di basso valore. In questa prospettiva, il contributo rischia di porsi in contrasto con la ratio della disciplina unionale vigente, anticipando, su base nazionale, una scelta di politica doganale che, come già detto, entrerà in vigore il 1° luglio prossimo».

I rapporti con il dazio da 3 euro dal 1° luglio

Cosa succederà con il dazio da 3 euro destinato a debuttare dal 1° luglio in tutti i Paesi Ue per le merci provenienti da fuori gli Stati comunitari? «L’introduzione anticipata di un contributo nazionale, senza una chiara previsione di cessazione o assorbimento al momento dell’entrata in vigore della disciplina unionale, espone al rischio - scrve Assonime - di una duplicazione dei prelievi gravanti sulle medesime operazioni di importazione, con evidenti problemi di proporzionalità e di certezza del diritto. Inoltre, la coesistenza, anche solo temporanea, di strumenti nazionali e unionali fondati su presupposti economici analoghi potrebbe generare distorsioni concorrenziali e complicazioni operative per le imprese e, in particolare, per gli operatori della logistica e dell’e-commerce, chiamati a gestire regimi differenziati in un arco temporale ristretto».

Assonime ricorda che sarà consentito gli Stati membri di introdurre una propria handling fee, da affiancare a quella disposta a livello Ue, ma questa dovrà essere limitata a coprire specifici servizi, diversi da quelli resi per l’immissione in libera pratica di merci vendute a distanza, per i quali opererà la commissione di gestione dell’Unione. Per questo, conclude l’associaizone, «l’attuale contributo riscosso a livello nazionale dovrà auspicabilmente essere abrogato, o modificato per renderlo a copertura solo di tali ulteriori servizi che, nella proposta della Commissione, sono elencati in maniera specifica, anche se non risulta ancora chiaro se tale elenco sia tassativo o se gli Stati membri potranno introdurre altri servizi da espletare in dogana per i quali richiedere un contributo a copertura».

L’ipotesi rinvio

«Ci risulta che il Governo stia facendo gli opportuni approfondimenti sulla materia e che, nell’attesa di individuare una soluzione definitiva, si stia pensando intanto a un rinvio della disposizione», puntualizza Assonime. Rinvio che però non passerà dal Milleproroghe ma da un provvedimento più ampio allo studio dell’Esecutivo.

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