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Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Sissi Bellomo
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Il petrolio soffia sul fuoco dell’inflazione, con un aumento delle quotazioni che si sta facendo sempre più intenso e che lunedì 17 ha visto il Brent spingersi sopra 86 dollari al barile, al record da sette anni (e martedì 18 gennaio le quotazioni sono salite fino a 88 dollari al barile). C’è qualche ostacolo a frenare il rally, ma è poca cosa di fronte alla lunga serie di fattori rialzisti che si sono allineati a influenzare il mercato. E alcuni analisti cominciano già a prevedere possibili impennate a 100 dollari al barile nei prossimi mesi.
Ora anche la geopolitica è tornata in primo piano, a far correre i prezzi. Un attentato con droni nel cuore degli Emirati arabi uniti, rivendicato dalle milizie yemenite Houthi, ha ucciso tre persone e mancato di un soffio obiettivi strategici, tra cui l’aeroporto di Abu Dhabi e alcuni depositi petroliferi della compagnia nazionale Adnoc.
L’evento segna un’escalation (in precedenza gli attacchi degli Houthi erano mirati soprattutto contro l’Arabia Saudita) e aumenta il livello del rischio nell’area del Golfo Persico, proprio mentre le trattative sul nucleare iraniano sembrano di nuovo sull’orlo del collasso e mentre la tensione sta salendo alle stelle anche su altri fronti, in primis tra Usa e Russia sulla questione ucraina.
Geopolitica a parte, a giustificare il risveglio delle quotazioni del barile basterebbero i fondamentali di mercato. Non a caso i fondi di investimento, di fronte allo scenario che si va delineando, sono tornati ad accumulare di gran passo posizioni rialziste.
La domanda petrolifera non ha sofferto come si temeva con la variante Omicron del Covid. E la produzione di greggio, nonostante i prezzi elevati, fatica ad espandersi.