Perché senza migranti l’economia non regge
L’azienda deve porsi come interlocutore attivo chiedendo allo Stato una ottimizzazione del processo di arrivo delle risorse lavorative straniere
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È autunno, sopra le nostre teste volano via ogni anno migliaia di animali, in cerca di condizioni migliori. Come parte del regno animale, anche gli umani migrano. I giovani italiani migrano tantissimo, e spesso non ritornano. La migrazione ha un ruolo centrale nello sviluppo economico e nel cambiamento sociale: se ci sono opportunità di lavoro scoperte, le persone si spostano. Hein de Haas, direttore dell’International Migration Institute (Università di Oxford), lo chiarisce bene in Migrazioni (Einaudi, 2024), mostrando il chiaro interesse economico ad avere in Europa una maggiore e più coordinata immigrazione.
In un paese a decrescita demografica come l’Italia (trend non reversibile nel medio periodo), senza nuove persone in ingresso già nei prossimi 3-5 anni molte aziende sono condannate alla decrescita infelice, oltre al tracollo del sistema pensionistico e sanitario per tutto il Paese .
Finora l’immigrazione in Italia si è rivelata vantaggiosa non solo per le aziende ma anche per il Paese: il saldo tra entrate statali e uscite imputabili all’immigrazione è largamente positivo (+ 3,2 miliardi di euro nel 2022 secondo le stime contenute nel rapporto IDOS), nonostante sia un processo complesso e irto di difficoltà per tutti, in primis per il migrante.
Unioncamere stima il fabbisogno 2025 in 600 mila nuovi lavoratori. Dove li troviamo?
Non nel Sud Italia (nessuno si sposta in Italia per un salario bassotto, perdendo alloggi a buon mercato, nonni babysitter gratuiti ecc.) né dalle coorti di donne oggi sotto-occupate perché gravate da cure a familiari grandi e piccini. Non da paesi UE Est Europei: Polonia e Croazia non esportano più lavoratori verso di noi, né in agricoltura né in edlizia né nel settore HoReCa, hanno anzi stretto loro stessi accordi governativi per importare lavoratori da paesi lontanissimi come Nepal e Filippine. I lavoratori che colmeranno i buchi demografici italiani verranno quindi da paesi extraeuropei.









