Mondo del lavoro

Perché senza migranti l’economia non regge

L’azienda deve porsi come interlocutore attivo chiedendo allo Stato una ottimizzazione del processo di arrivo delle risorse lavorative straniere

di Tommaso Frattini e Chiara Medioli Fedrigoni

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È autunno, sopra le nostre teste volano via ogni anno migliaia di animali, in cerca di condizioni migliori. Come parte del regno animale, anche gli umani migrano. I giovani italiani migrano tantissimo, e spesso non ritornano. La migrazione ha un ruolo centrale nello sviluppo economico e nel cambiamento sociale: se ci sono opportunità di lavoro scoperte, le persone si spostano. Hein de Haas, direttore dell’International Migration Institute (Università di Oxford), lo chiarisce bene in Migrazioni (Einaudi, 2024), mostrando il chiaro interesse economico ad avere in Europa una maggiore e più coordinata immigrazione.

In un paese a decrescita demografica come l’Italia (trend non reversibile nel medio periodo), senza nuove persone in ingresso già nei prossimi 3-5 anni molte aziende sono condannate alla decrescita infelice, oltre al tracollo del sistema pensionistico e sanitario per tutto il Paese .

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Finora l’immigrazione in Italia si è rivelata vantaggiosa non solo per le aziende ma anche per il Paese: il saldo tra entrate statali e uscite imputabili all’immigrazione è largamente positivo (+ 3,2 miliardi di euro nel 2022 secondo le stime contenute nel rapporto IDOS), nonostante sia un processo complesso e irto di difficoltà per tutti, in primis per il migrante.

Unioncamere stima il fabbisogno 2025 in 600 mila nuovi lavoratori. Dove li troviamo?

Non nel Sud Italia (nessuno si sposta in Italia per un salario bassotto, perdendo alloggi a buon mercato, nonni babysitter gratuiti ecc.) né dalle coorti di donne oggi sotto-occupate perché gravate da cure a familiari grandi e piccini. Non da paesi UE Est Europei: Polonia e Croazia non esportano più lavoratori verso di noi, né in agricoltura né in edlizia né nel settore HoReCa, hanno anzi stretto loro stessi accordi governativi per importare lavoratori da paesi lontanissimi come Nepal e Filippine. I lavoratori che colmeranno i buchi demografici italiani verranno quindi da paesi extraeuropei.

Né li sceglieremo soltanto tra i profili specializzati come medici, informatici, o infermieri: al Paese servono già adesso legioni di agricoltori, camerieri e barman, operai, badanti. Siamo noi stessi una nazione a bassa specializzazione: il tasso di scolarizzazione italiano nel 2023 indica che il 30,6% della popolazione 25 -34 anni ha un titolo di studio terziario (universitario, AFAM o ITS), ben sotto la media europea del 42%, penultimi di fronte alla Romania. L’esperimento dei corridoi lavorativi riesce ad importare professionalità di fascia medio alta già pronte all’estero, ma tocca pochissimi individui.

Il migrante a bassa specializzazione, che arriva a rischio e spese proprie, può entrare con il Decreto Flussi (680 mila le richieste delle aziende italiane nel 2024. Visti concessi dal Governo: 151 mila. Permessi effettivamente rilasciati causa inefficienze assortite nella gestione delle pratiche: 9mila ). Oppure, se da zone di conflitto, richiedendo lo status di rifugiato, (tempi di attesa 8-14 mesi per arrivare ad un permesso temporaneo C3 con autorizzazione a lavorare, e i mercati, si sa, detestano l’incertezza).

Da nessuna parte sul modulo C3 lo Stato chiede «hai un titolo di studio? che lavoro svolgevi nel tuo paese prima di partire?» per facilitare un possibile inserimento lavorativo, interessandosi invece alla religione, o chiedendo se si è svolto il servizio militare.

Oggi le aziende si armano di pazienza e fiducia per assumere lavoratori extracomunitari. Solo le più grandi sono attrezzate per farlo, ma l’Italia è paese di PMI. Molti ETS (Terzo Settore) si fanno in quattro per aiutare con gli altri macro temi collegati all’inserimento della persona, dopo il visto: la casa, la lingua, il trasporto (lo Stato italiano da qualche anno non riconosce più la validità delle patenti di guida prese in Sri Lanka, ad esempio, segando le gambe a chi potrebbe essere autista, badante...). Il 10 Novembre a Verona un incontro solo per aziende ed ETS, moderato da Sebastiano Barisoni, discuterà le strade possibili al momento presente, con esempi europei.

Il manager, l’azienda deve porsi come interlocutore attivo e proponente di politiche del lavoro e della società, chiedendo allo Stato una decisa ottimizzazione sul processo di arrivo delle risorse lavorative straniere.

Chi manda avanti un’azienda scova inefficienze ogni giorno: sfridi, errori di produzione, magazzini a lenta rotazione... Qui siamo davanti a macro inefficienze in un processo che danneggia tutti, e il cui costo per il Paese dobbiamo avere ben presente. C’è l’opportunità enorme di fare meglio.

Università Statale di Milano, Rockwool Foundation Berlin

Flora Fund

 

Lunedì 10 Novembre 2025 ore 9-17,30 presso M15, Verona Sud, si terrà l’incontro Lavoro senza confini: strumenti per accelerare l’inserimento lavorativo di migranti e rifugiati. Un confronto strutturato solo per imprese, istituzioni e terzo settore, per soluzioni misurabili e replicabili. Moderano Sebastiano Barisoni (Radio 24) e Riccardo Haupt (Will Media/Chora)

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