Film e diritti umani

«Perché alle ragazze non è permesso amare?»

«Les Filles du Nil» di Nada Riyadh et Ayman El Amir, un documentario su cinque giovani egiziane che decidono di fondare una compagnia di teatro di strada che dia voce alle donne, ha vinto il Grand prix de Genève Fifdh

di Lara Ricci

4' di lettura

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«Perché alle ragazze non è permesso amare?»: recitano per i vicoli della loro cittadina nel Sud dell’Egitto cinque giovani donne di origine cristiana copta. Anche nella loro comunità sono i padri a decidere i compagni di vita delle figlie (il divorzio non è permesso). Hanno fondato una compagnia di teatro di strada, vogliono diventare attrici, ballerine, cantanti. Tra le risa dei bambini e lo sguardo muto degli adulti si appropriano dello spazio pubblico, da cui le donne sono tradizionalmente escluse esclamando: «Il mio corpo non è peccato!», «i miei vestiti non sono un problema!». Per quattro anni in cui nell’arte hanno trovato un breve, effimero, spazio di libertà sono state filmate dai registi Nada Riyadh et Ayman El Amir, autori del documentario Les Filles du Nil, che si è aggiudicato il Grand prix de Genève al Fifdh, il Festival del film e forum sui diritti umani di Ginevra, giunto alla 23esima edizione.

Il Prix Gilda Vieira de Mello Fifdh è stato assegnato a Khartoum, documentario di quattro cineasti sudanesi – Anas Saeed, Rawia Alhag, Ibrahim Snoopy, Timeea M. Ahmed – e del direttore creativo e sceneggiatore Phil Cox. Nel 2022, dopo la rivoluzione del dicembre 2018 che aveva portato alla destituzione del dittatore Omar Al-Bachir, avevano iniziato a filmare la vita e i sogni di cinque abitanti della capitale sudanese di diversa età, genere, etnia e classe sociale. Poco dopo, però, lo scoppio della guerra civile – che ha ucciso decine di migliaia di persone, ne ha messe in fuga oltre 12 milioni ed è all’origine della maggiore carestia del pianeta –, ha fatto sì che tutti, protagonisti e registi, fuggissero nell’Africa Orientale. Mettendo insieme i filmati del tempo di pace, quelli dei primi giorni del conflitto e il racconto di quel che è accaduto dopo, recitato in studio dai protagonisti, i cineasti sono riusciti a trasmettere il dramma di questa terra ignorata del mondo. Santosh di Sandhya Suri, film ambientato in una regione rurale del Nord dell’India, dove una donna alla morte di suo marito poliziotto ne eredita il posto e si trova a indagare la morte di una bambina di casta inferiore, ha ricevuto il Grand prix fiction Fifdh.

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«Appena dopo il 7 ottobre quello che volevo disperatamente era che tutti, tutti, riconoscessero il mio dolore», spiega una militante israeliana dei Combattenti per la pace, un gruppo di attivisti nato vent’anni fa dall’incontro fra alcuni guerriglieri palestinesi convertitisi al pacifismo, dopo aver conosciuto in carcere il pensiero di Mandela e Gandhi, e soldati israeliani che si erano rifiutati di servire in Cisgiordania. Lo racconta in There is another way, di Stephen Apkon, che ha vinto il Prix vision for human rights, un film che documenta la lotta del gruppo dopo il 7 ottobre 2023. Il tempo perché il mondo riconoscesse il dolore, dopo quel giorno atroce, non c’è stato. La priorità è stata replicarlo, magnificarlo, in spregio della sua stessa essenza. I Combattenti per la pace hanno fatto l’opposto, sono riusciti a restare uniti, a continuare a lavorare per il dialogo e il riconoscimento reciproco. «Da un lato o dall’altro, il dolore è lo stesso, è fondamentale riconoscerlo».

Escluso dai premi, ne avrebbe meritato uno Writing Hawa, di Najiba Noori, un documentario di grande bellezza che entra nell’intimità della vita della madre analfabeta della regista registrando il terribile passato e presente delle donne afghane. Un atto d’amore per l’educazione e l’autodeterminazione, che affronta con intensità e delicatezza la causa femminile.

«Come raccontare la violenza senza generare altra violenza? Come mostrare ciò che nessuno vorrebbe vedere? Come dire l’indicibile?», si è domandata Marianna Brennand, regista brasiliana quando ha percorso il tratto del fiume Tajapuru che costeggia l’isola di Marajò, situata tra i bracci principali del delta del Rio delle Amazzoni, e ha raccolto le testimonianze di molte ragazze e donne stuprate dai padri o da altri familiari. Uno sfruttamento sessuale diffuso in una comunità di famiglie che vivono isolate, sostentandosi attraverso la pesca e la caccia. Comincia in casa, da bambine, e prosegue sulle chiatte commerciali che scendono lungo il fiume. Una realtà che non lascia loro una via d’uscita. La risposta è stata Manas (sorelle): racconta la storia verosimile di Tielle, 13 anni, che vive in una palafitta isolata sul fiume con sua madre, un fratello, una sorellina piccola e un padre che non appena diventa donna la stupra. Brennand decide di non mostrare l’atto. Riprende solo il volto di lei, lo spegnersi del suo sguardo, il suo corpo mentre galleggia sperduto nell’acqua scura, la madre silenziosa che le pettina i capelli nel fiume. Una scelta stilistica ed etica capace di andare al cuore della violenza patriarcale mostrando quasi senza parole, a partire da queste bambine dimenticate nella foresta, una storia universale che incita alla rivolta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fifdh

Ginevra, dal 7 al 16 marzo

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  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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