La persistenza di pregiudizi radicati non è prerogativa della sola Germania. Fino a poco tempo fa, ogni anno verso il periodo di Pasqua, molti bambini spagnoli usavano ancora giocare a un gioco chiamato “ammazza-ebrei”, nonostante la quasi totale assenza degli ebrei in Spagna dal 1492. L’esempio di una forma di antisemitismo senza ebrei rinforza la teoria della trasmissione culturale avanzata da Alberto Bisin dell’università di New York e Thierry Verdier della Paris School of Economics. In un articolo pubblicato nel 2000 sul Quarterly Journal of Economics, i due studiosi dimostrano che i bambini acquisiscono una serie di preferenze attraverso un processo di adattamento e imitazione, e che i genitori spesso indirizzano i figli verso le proprie preferenze, anche quando esse sono inutili o dannose.
La balla del rapporto tra populismo, commercio e immigrazione
Per quanto riguarda l’epoca attuale, una ricerca recente sul referendum del 2016 sulla Brexit, condotta da Sascha O. Becker, Theimo Fetzer e Dennis Novy dell’università di Warwick, evidenzia che l’esposizione agli scambi commerciali e all’immigrazione può spiegare solo una piccola parte dei voti a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Al contrario, essi collegano la quota di elettori che si è espressa in tal senso soprattutto al livello d’istruzione, alla demografia e alla dipendenza dall’occupazione nel settore industriale. Tale conclusione conferma l’idea piuttosto simile di Voigtländer e Voth, secondo cui, in linea generale, l’esposizione al commercio e all’immigrazione non è il motore principale del populismo.
C’è un’incongruenza particolarmente evidente tra i dibattiti politici nel periodo precedente al referendum sulla Brexit, che erano perlopiù incentrati sull’immigrazione, e le variabili che di fatto ne spiegano il risultato. In realtà, lo studio di Becker, Fetzer e Novy evidenzia che la quota degli immigrati è «correlata negativamente con il voto sulla Brexit», poiché i nuovi arrivati si sono stabiliti soprattutto in aree urbane che «nel 2016 hanno votato per restare nell’Ue». L’eccezione, osservano gli autori, è che «soltanto i migranti provenienti dai Paesi dell’Europa dell’est candidati all’adesione all’Ue sono correlati positivamente con la quota di voti a favore dell’uscita». Da ciò si potrebbe dedurre che i migranti non specializzati provenienti dall’Europa orientale abbiano esercitato una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori britannici meno qualificati, i quali a loro volta hanno votato per abbandonare l’Ue.
Allora, perché una più elevata densità di rifugiati e immigrati sarebbe associata a una diminuzione dei voti per l’AfD in Germania, e a una quota inferiore di voti a favore della Brexit? Sociologi e psicologi risponderebbero a questa domanda chiamando in causa la “teoria del contatto intergruppi”. Più interazioni si hanno con gli stranieri, più le ansie legate agli immigrati tendono a placarsi. E come hanno dimostrato Thomas F. Pettigrew dell’università della California, Santa Cruz, e Linda R. Tropp del Boston College, il contatto intergruppi tra gruppi etnici diversi spesso conduce a un’accettazione reciproca in una vasta gamma di situazioni.
Ecco perché anche la prospera Germania può assistere alla rinascita del populismo di destra. Sfruttando tratti culturali ben radicati in aree meno esposte nel lungo periodo agli scambi commerciali e all’immigrazione, come i Neuen Bundesländer (stati ubicati nell’ex Germania dell’est), un partito populista e xenofobo è riuscito a introdurre un cambiamento profondo nel panorama politico tedesco. Sembrerebbe, quindi, che il commercio e l’immigrazione non siano la causa del populismo, bensì piuttosto parte della soluzione.