Carriere

Perché il percorso in azienda spesso si blocca nella fase di maturità

La difficoltà maggiore è nel passaggio dalla maturità alla trasformazione manageriale

di Lorenzo Cavalieri*

 (AdobeStock)

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Il percorso di crescita di una persona all’interno di qualsiasi organizzazione, dal piccolo laboratorio artigiano alla grande multinazionale, rispecchia tendenzialmente la parabola del “garzone di bottega”: dapprima esegue compiti semplici e ripetitivi, poi imitando “il maestro” e assimilando le “regole del gioco” conquista crescenti spazi di autonomia. Quando è maturo comincia a prendere decisioni, negoziare con i clienti, diventare egli stesso guida di “nuovi garzoni”.

Semplificando e schematizzando possiamo individuare tre fasi di sviluppo della professionalità al lavoro: apprendimento, maturità, trasformazione manageriale. Nella prima impari, nella seconda sperimenti l’autonomia, nella terza diventi leader.

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La fase 2, quella della maturità, rappresenta una nota dolente in tante aziende. Imprenditori e dirigenti si lamentano del fatto che i “garzoni cresciuti”, pur autonomi e competenti nella loro sfera di attività, non riescono a fare il salto manageriale. Si potrebbe costruire un vero e proprio florilegio di diagnosi sbrigative: “Non sono ancora pronti”, “Mancano di personalità”, “Non prendono posizione”, “Non si assumono rischi”, “Non sanno andare oltre il compitino”, “Non sanno gestire lo stress”, “Non sanno comunicare il valore del loro lavoro”, “Non sanno imporsi”. Queste frasi nella percezione di chi le pronuncia hanno un retrogusto amaro perché rappresentano la constatazione di aver scommesso sul cavallo sbagliato. Da qui frustrazioni, incomprensioni e profonde crisi di fiducia reciproca: l’azienda non crede più in me, io non credo più nell’azienda e in chi la guida. Una dinamica che non di rado diventa addirittura tragedia shakespeariana quando è proiettata nello scenario del passaggio generazionale all’interno di imprese di famiglia.

Tornando al nostro schema e ipotizzando che questi feedback dei “grandi capi” siano fondati e pertinenti, si può effettivamente constatare una diffusa criticità nel passaggio dalla fase 2 di maturità alla fase 3 di trasformazione manageriale. Si tratta di una barriera fisiologica dove si arenano le ambizioni di crescita di tanti professionisti. I più cinici commentano che fa parte del gioco, che il mestiere del manager non è per tutti, che esiste una sorta di selezione naturale. Solo raramente, però, esistono riserve in abbondanza tali per cui se qualcuno non riesce a fare il salto nella dimensione manageriale c’è subito affianco a lui un collega pronto a supplire. Spesso quindi il “garzone maturo” che non si trasforma in leader rappresenta un vero e proprio freno a mano tirato per il team e/o l’organizzazione.

In questa prospettiva le aziende piuttosto che diagnosticare tardivamente scarse attitudini sono chiamate a ripensare la fase 1 della crescita professionale delle proprie risorse, quella dell’apprendimento del mestiere e delle regole del gioco. E’ lì che prende forma l’approccio al lavoro dei futuri manager. E’ lì che affonda le radici il deficit di inclinazione alla leadership.

Se fin dalla fase di reclutamento più o meno consapevolmente prediligo figure più caute o remissive, e comunque focalizzate a non creare problemi al management sto ponendo le basi per una classe dirigente del domani debole. Se la cultura aziendale e le regole non scritte prevedono lo stigma sull’errore e la censura sull’iniziativa allora non posso pretendere di avere tra qualche anno dei capitani coraggiosi pronti a decidere e ad assumersi responsabilità. Se tengo i più giovani lontani dai momenti di visibilità e di esposizione “in prima linea” evidentemente sto costruendo dei manager silenziosi, poco attrezzati al public speaking e al confronto dialettico.

Si tratta in sintesi di un’equazione lineare molto semplice: ciò che è più comodo per il management oggi (meno problemi nella gestione del personale, meno tempo dedicato ai feedback costruttivi, meno ansie, meno rischi) diventa un vincolo domani. Per non parlare del fatto che un giovane cresciuto in un contesto dove si giudica molto, si premia l’esecutore silenzioso e passivo, si drammatizza l’errore e si delega poco tenderà a replicare lo schema quando toccherà a lui prendere il timone. Infatti alla fine, in un’ottica di sopravvivenza del team e/o dell’organizzazione anche i “garzoni non cresciuti e non pronti” per forza di cose tra mille difficoltà saranno costretti a cimentarsi nella difficile arte del management.

*Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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