Preziosi

Perché l’handmade jewelry attrae interessi e capitali

Si pongono al confine fra due specie di collezionismo d’élite: la preziosità concettuale dell’arte e la poetica delle sculture indossabili. I gioielli artistici sono diventati un ottimo investimento

di Susanna Testa

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Il panorama dell’arte contemporanea ha dilatato, negli anni, i suoi confini, aprendosi a sconfinamenti multidisciplinari. Vale per i valori, le estetiche, i linguaggi. Arte, design e gioiello convergono avvicinati dalle fiere, dalle aste e dai social media. E siccome la crisi si è portata via i consumi borghesi, l’obiettivo è realizzare pezzi preziosi e unici che possano appagare il senso estetico, la trasversalità degli investimenti e il simbolismo sociale di una ristretta élite di collezionisti. Così il gioiello è ritornato prepotentemente in auge, riscoprendo quella dimensione concettuale che aveva caratterizzato le avanguardie artistiche degli anni Sessanta. La preziosità delle gemme dell’alta gioielleria si affianca oggi alla preziosità concettuale dell’arte, con gioielli pensati e realizzati come sculture indossabili capaci di trasferire la poetica degli artisti, con annessa valutazione. Niente di nuovo, certo.

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Bracciale Olive Leaf, collezione Paloma Picasso per TIFFANY& CO.

Fin dagli inizi del Novecento le avanguardie hanno promosso il gioiello come una forma di espressione artistica, a cominciare da Henry van de Velde che fu un convinto assertore di quella che Richard Wagner aveva definito la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale dove gli artisti realizzavano con pari impegno un quadro, una scultura, un mobile o un abito. Alexander Calder fu uno dei precursori quando, nel 1926, si trasferì a Parigi dove realizzò i suoi primi gioielli in filo di ottone, cui si dedicò poi per tutta la vita. In seguito, i principali pittori e scultori del Novecento - da Braque a Picasso, da Fontana a Dalí - li hanno inclusi nel novero dei propri media espressivi, collaborando con editori (così si definiscono i creatori di gioielli d’autore) che li realizzavano per poi presentarli al pubblico, curandone la commercializzazione e la promozione.

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Concetto Spaziale,spilla realizzata da Lucio Fontana (1962).

È avvenuto con FranÇois Hugo che ha realizzato quelli di Picasso, Jean Arp, Jean Cocteau e Max Ernst. O con Carlos Alemany l’artefice dei gioielli di Salvador Dalí. Con Nilo Westerback che ha dato forma alle creazioni di Tapio Wirkkala. O con i Masenza, editori dei gioielli di Gino Severini, Franco Cannilla, Afro e Mirko Basaldella. Fino alla Gem Montebello cui si devono le sculture indossabili di Man Ray, Niki de Saint Phalle, Soto, Lowell Nesbitt e Pol Bury. Dalla fine del XIX secolo pittori, scultori, architetti e designer hanno esplorato questo territorio per ragioni molto diverse: per confrontarsi con la scala del corpo, per sperimentare nuovi materiali o nuove tecniche, per trasferire il proprio linguaggio a un nuovo medium, per donare un oggetto prezioso ai loro affetti, o, semplicemente, per denaro o curiosità.

Montre petite cuillère, spilla per capelli in oro e smalto blu, Salvador Dalí, (1957).

Un ruolo decisivo nella storia del gioiello d’autore spetta a Elsa Schiaparelli, come racconta la mostra Schiaparelli: Fashion Becomes Art, visitabile fino all’8 novembre al Victoria and Albert Museum di Londra. Grazie all’amica Gabrielle Picabia, l’eccentrica ed egocentrica couturier divenne la musa del Surrealismo, e ai suoi amici artisti fece progettare numerosi ornamenti, come i gioielli illuminati elettricamente di Jean Clément o la collana di aspirine di Elsa Triolet e Louis Aragon. Anche Christian Bérard, Salvador Dalì e Jean Cocteau disegnarono per lei collane con baccelli di piselli e spille con struzzi, pattini, insetti, cornamuse e perfino la disposizione dei nei sulla guancia. Grazie a lei, moda e arte si incontrarono e i principali artisti dell’epoca, tra i quali anche Giacometti, pur non essendo orafi, usarono la loro creatività in questo settore.

El ojo del tiempo, spilla-orologio in platino, diamanti e rubino, disegnata da Salvador Dalí per la moglie Gala (1949).

I gioielli d’artista conobbero la loro prima consacrazione nel 1946, con la mostra Modern Handmade Jewelry al MoMA di New York, dove furono presentati gli ornamenti di 27 artisti, ma è nel 1954 alla Triennale di Milano che essi raggiunsero il consenso internazionale grazie a Salvador Dalí che qui presentò 21 pezzi unici realizzati, su suo disegno, da Alemany & Ertman di New York. La scelta non fu casuale. La X Triennale del 1954 era dedicata all’unità delle arti e i gioielli di Dalí suscitarono grande scalpore per la stravaganza formale e la preziosità dei materiali, ma, soprattutto, per la loro opulenza immaginifica. Oro, platino, pietre preziose, perle e coralli in forma di cuori, labbra, occhi, piante, animali, miti, simboli e profili antropomorfi. Tra questi vi erano la celebre Los labios de rubi, una spilla a forma di bocca con perle e rubini, i Los pendientes telefonicos, orecchini a forma di telefono, e lo spettacolare El ojo del tiempo, orologio a forma di occhio in diamanti, smalti e rubino.

Cento di questi anni, creazione in titanio fiammato di Tommaso Tosco per SFIORO.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta il gioiello d’autore ha rappresentato l’alternativa a quello tradizionale, coniugando la maestria artigianale con l’espressione artistica, ma anche sostituendo la solitudine dell’artista con un nuovo modello imprenditoriale basato sulla mediazione culturale e commerciale dell’editore, come dimostrano le straordinarie avventure creative di Cleto Munari o di San Lorenzo, che in occasione della Design Week ha organizzato la mostra L’argento come linguaggio. Da Afra e Tobia Scarpa a Naoko Shintani. Se negli anni Novanta il gioiello sembrava aver perso la sua aura artistica e collezionisti ed editori avevano dirottato il proprio interesse verso altre tipologie di oggetti, oggi l’autorialità è divenuta molto più di una tendenza: è il fil rouge che tiene insieme le diverse discipline come arte, moda, gioielleria e design. La firma dell’autore garantisce l’unicità e il valore dell’investimento.

Le formiche italiane sono le più veloci, pendente in argento e bronzo di Emilio Sgrò per SFIORO. A destra, Faccina, di Enzo Cucchi per SFIORO, ciondolo in argento e smalto.

Il che ha determinato il fiorire di numerose gallerie dedicate e il ritorno della figura degli editori, fra gli italiani, Franco Mello, celebre designer che ha editato Sfioro, con gioielli di Mimmo Paladino, Emilio Isgrò, Enzo Cucchi, Maurizio Cattelan. L’orafo Maurizio Fusari è l’editore di maestri come Giò Pomodoro, Fiume, Consagra.

Tiges devant un disque ovale, spilla-pendente in oro di Pol Bury (1971).

Ma si pensi anche alla magnifica collezione della francese Diane Venet, collezionista ed editrice, fino alle più importanti gallerie londinesi specializzate in gioielli d’artista come quella di Didier e Martine Haspeslagh, che dal 2006 seleziona capolavori di artisti storici come René Lalique o Charles Robert Ashbee e dei maestri del Novecento come Picasso, Lipchitz, Lichtenstein, Vasarely.

Salvia, anello in oro 18 ct di Giuseppe Penone (2022).

L’orizzonte si allarga con Louisa Guinness, la gallerista che ha editato i gioielli di artisti come Damien Hirst, Jeff Koons, Anish Kapoor, Claude Lalanne, ma anche di designer come Ron Arad o Ross Lovegrove. E la storia continua con Elisabetta Cipriani, che presenta una selezione accurata di gioielli tra cui figurano quelli di Sheila Hicks, Giusep pe Penone, Jannis Kounellis e Rebecca Horn.

Pendente con spilla staccabile della serie Nanas di Niki de Saint Phalle in oro e smalto (edition dal 1973 al 2016), Louisa Guinness Gallery.

Arte e design intersecano le loro traiettorie nel solco dell’autorialità, considerata come una garanzia di qualità sia economica sia culturale. Non a caso, anche le più importanti maison tendono a combinare il proprio savoir-faire con quello di artisti che firmano collezioni e allestimenti. Per citare solo i più noti: Giacomo Manzù e Pietro Cascella per Unoaerre, Paloma Picasso e Frank Gehry per Tiffany, Anish Kapoor e Zaha Hadid per Bulgari, fino alla recentissima collaborazione di Pae White con Vhernier.

La nuova Medaglia dell’Amore in oro, Pietro Cascella per UNOAERRE (1993). La prima versione è del 1961, prodotta in oltre 18 milioni di pezzi e premiata come Gioiello del Novecento nel 1999

Queste collaborazioni non si limitano alle creazioni, ma si estendono agli interni dei negozi, che diventano gallerie, con quadri e installazioni site-specific (da Tiffany & Co. a Van Cleef & Arpels), fino alle campagne di comunicazione che coinvolgono maestri della fotografia come Helmut Newton, Herb Ritts o Gian Paolo Barbieri, che ha realizzato l’advertising di Pomellato.

Il dialogo fra le discipline è diventato quindi meno casuale e sporadico rispetto al passato, incentivando lo scambio tra le diverse pratiche, con la consapevolezza che, come sosteneva Jung, la statura dei veri artisti sa fare alchemicamente della materia, «anche la più ripugnante», la quintessenza, l’oro, la bellezza (con la collaborazione di Alba Cappellieri).

CONTAMINAZIONI ALEXANDER CALDER, immagini d’archivio dei suoi gioielli su calder.org/archive/all/works/jewelry. MODERN HANDMADE JEWELRY, dieci immagini della mostra al MoMa di New York del 1946 da vedere su moma.org/calendar/exhibitions/3195. DALÍ JEWELS, libro da collezione realizzato in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, 173 € su amazon.it. Molti dei gioielli disegnati dal genio catalano sono in mostra al Dalí Theatre-Museum di Figueres, salvador-dali.org. DA VISITARE SCHIAPARELLI: FASHION BECOMES ART, fino all’8/11 al V&A South Kensington, vam.ac.uk.

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