AI PULSE SURVEY PROTIVITI

Perché l’AI è strategica ma ancora immatura nelle imprese

Il nuovo osservatorio globale di Protiviti conferma come l’ecosistema aziendale viva una fase di forte dinamicità sul fronte dell’adozione intelligenza artificiale

di Gianni Rusconi

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Partiamo dalla fine, da quello che è un assunto ormai noto e che trova sempre più consistenza nell’ormai quasi ridondante discussione attorno all’intelligenza artificiale: l’AI sta diventando sempre più centrale nelle strategie aziendali, ma il percorso che ne segna la sua adozione è tutt’altro che semplice fra difficoltà tecniche, etiche e operative. Gli algoritmi, gli strumenti generativi, i modelli LLM e gli agenti, questo il messaggio che deve passare e radicarsi, non sono solo tecnologie avanzate, ma costituiscono (se capite e ben impiegate) una leva strategica che accelera l’innovazione, riduce costi e crea vantaggi competitivi. La fotografia scattata dall’AI Pulse Survey, il nuovo osservatorio globale di Protiviti, gruppo multinazionale di consulenza direzionale, conferma in tal senso come l’ecosistema aziendale viva una fase di forte dinamicità sul fronte dell’adozione intelligenza artificiale, ma con livelli di maturità ancora frammentati. Lo studio si compone di tre differenti report (“From Exploration to Transformation”, “From Data Confusion to AI Confidence” e “From Automation to Autonomy”) e riflette la percezione di oltre mille professionisti e manager attivi in tutte le principali funzioni aziendali e in un’ampia rappresentanza di settori industriali, offrendo una lettura dettagliata di come l’intelligenza artificiale sta trasformando i modelli operativi, le strutture decisionali e la governance dei dati nelle imprese.

La maturità dell’AI: meno di un’azienda su dieci è in fase avanzata

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Il primo rapporto analizza il livello di maturità, i benefici percepiti e le prospettive future dell’AI nel contesto aziendale ed evidenzia come il percorso di trasformazione in atto sia tutt’altro che uniforme. Solo l’8% delle organizzazioni, infatti, raggiunge uno stadio avanzato di execution, dove l’intelligenza artificiale è integrata strategicamente e genera vantaggi competitivi, mentre il resto del mondo corporate si distribuisce tra fasi di esplorazione, sperimentazione e prime applicazioni operative. Eppure, il ritorno degli investimenti emerge chiaramente: l’85% delle organizzazioni dichiara un ROI positivo, con oltre il 47% delle realtà più mature (anche grazie a un’infrastruttura dati più robusta e strutturata) che afferma di avere “significativamente superato” le aspettative. Il percorso di adozione dell’AI, secondo gli esperti di Protiviti, si sviluppa attraverso cinque diversi livelli di maturità: dall’esplorazione iniziale alla trasformazione avanzata, passando per fasi intermedie di definizione dei processi, prototipazione e integrazione. E ognuno di questi livelli è caratterizzato da un diverso rapporto tra persone, processi e tecnologia. Si parte dalla fase di scoperta e di sperimentazione attraverso piccoli casi d’uso e senza un framework strategico definito per arrivare a un secondo step dove la tecnologia entra nelle funzioni operative, restando però confinata in iniziative non coordinate. Al terzo livello iniziano invece le prime integrazioni della tecnologia nei workflow, con benefici tangibili soprattutto in termini di produttività. Nel quarto stadio l’AI diventa quindi parte integrante dei processi decisionali per assumere (nel quinto stadio) lo status di asset strategico inserito nel core operativo dell’azienda.

Allo stato attuale, la maggior parte delle imprese sono concentrate nei primi tre livelli (in cui i benefici prevalenti riguardano risparmi ed efficienza) e solo una minoranza, meno di una su dieci, raggiunge una piena integrazione tra potenzialità della tecnologia, governance dei dati e capacità di scalare i progetti, generando vantaggi che vanno dall’incremento dei ricavi alla riduzione del time-to-value dei progetti fino a una maggiore competitività. Il divario tra chi è avanti e chi è rimasto al momento indietro, si legge ancora nel report, non è soltanto tecnologico: le aziende più mature dimostrano una cultura del dato più solida, processi di valutazione e monitoraggio più strutturati e una capacità superiore di misurare l’impatto dell’AI sui principali indicatori di business.

La qualità del dato come fattore abilitante (e discriminante)

Il secondo volume dall’AI Pulse Survey pone non a caso l’accento su un tema che accomuna tutte le organizzazioni, ovvero sia la qualità dei dati, il vero motore e al tempo stesso il principale ostacolo all’adozione dell’AI. Le imprese che dichiarano elevata “data confidence” sono anche quelle che ottengono ritorni dall’investimento migliori: il 97% delle aziende che hanno superato le aspettative in fatto di Roi afferma infatti di avere piena fiducia nella capacità di raccogliere, organizzare e comprendere i dati necessari ai modelli di AI. Anche in questo ambito, però, c’è un evidente difformità di preparazione. Molte organizzazioni, soprattutto nelle prime fasi del percorso, operano su dataset incompleti o non integrati, con sistemi informativi spesso ancora gestiti a silos. E questo incide non solo sull’accuratezza dei modelli, ma sull’intera catena del valore dei progetti AI, dalla scelta dei casi d’uso alla capacità di scalarli. Altro nodo chiave è l’incidenza dei bias. Nelle aziende più mature, il fenomeno viene identificato e gestito attraverso audit periodici, standard di qualità, strumenti di data lineage e monitoraggi costanti; fra quelle meno avanzate, il 30% afferma di non aver mai incontrato pregiudizi, una percentuale che suggerisce più una difficoltà nel rilevarli che non un’assenza reale del problema. Le differenze emergono chiaramente fra azienda e azienda anche nelle misure adottate: allo stadio più alto di maturità, il 74% delle aziende effettua audit regolari sui dati (percentuale più che doppia rispetto al livello iniziale) e il 57% ha implementato policy e standard di data management robusti. Per contro, oltre la metà delle realtà più avanti nel percorso di adozione (ancora il 57%) segnala una governance dei dati insufficiente, confermando come la scalabilità dell’AI (e il suo impiego responsabile) sia strettamente legata a regole chiare, responsabilità definite e processi coerenti lungo tutto il ciclo di vita dei sistemi.

Dall’automazione all’autonomia: gli agenti cambiano le regole del gioco

Il terzo volume è dedicato al tema dell’AI agentica, e quindi sistemi in grado di agire prendendo decisioni e interagendo fra di loro in base a obiettivi predefiniti. Il 23% delle aziende, secondo la ricerca, utilizza già agenti semi-autonomi (nella maggior parte dei casi) o autonomi nei processi core e un altro 27% prevede di introdurli nei prossimi sei mesi. Questi strumenti operano in ambiti ben definiti, con autonomia bilanciata da supervisione umana, e la loro crescente diffusione segnano a detta degli esperti un’accelerazione significativa verso un’AI che non si limita a supportare i flussi operativi, ma li esegue e li ridisegna. I benefici concreti che portano in dote gli agenti sono ormai noti e spaziano dalla semplificazione e dalla velocizzazione dei processi decisionali all’automazione di attività ripetitive passando per la capacità di generare insight in tempo reale. Non sorprende, di conseguenza, che il 77% delle imprese più mature stia già utilizzando o pianificando di utilizzare agenti per compiti ad alto volume. Quanto alla loro evoluzione futura, la direzione sembra tracciata e porterà dalla fase di sperimentazione iniziale, con applicazioni circoscritte, alla definizione di processi autonomi integrati nel core operativo dell’organizzazione. Una trasformazione, quella che accompagna l’avvento a scala dell’AI in azienda, che richiede il re-design dei modelli di governance (e con essi quelli di sicurezza e compliance) e che, per essere vincente, impone di seguire un approccio incrementale fatto da casi d’uso ad alto impatto, rafforzamento della qualità dei dati, definizione dei ruoli e (naturalmente) competenze in grado di governare l’AI nel lungo periodo.

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