Le previsioni per il futuro

Perché la gestione dei dati è un fattore chiave per le imprese

Le trasformazioni organizzative e la necessità di assicurare livelli di sicurezza innovativi per le informazioni le vere sfide

di Luca Benecchi

(Adobe Stock)

4' di lettura

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Il futuro era ieri. Gli Stati Uniti corrono, la Cina è su un altro pianeta. E mentre l’Europa discute di regole, il tempo per prendere la rincorsa sull’Intelligenza artificiale è oramai scaduto.

A conclusione dell’evento AI Transition 2024, la due giorni di confronto di Milano organizzata dal Sole24Ore, per Giuliano Noci del Politecnico di Milano è arrivato il momento anche per l’Italia di intraprendere con forza la via dell’innovazione: «Ci sono troppi elementi che distolgono l’Europa dal raggiungere questo obiettivo, la rigidità ideologica e la eccessiva burocrazia nella testa. Ma non solo, dobbiamo essere sinceri, la nostra manifattura non ha ancora messo all’ordine del giorno il tema della trattazione dei dati. In questo senso serve una grossa discontinuità. E infine dobbiamo sgomberare il campo dal fatto che questa tecnologia si sostituisce ai posti di lavoro fisici. Non è così - ha concluso Noci - soprattutto in un paese come il nostro in crisi dal punto di vista demografico e che potrebbe vedere nei prossimi anni una discesa del pil a causa della mancanza di lavoratori». Una chiamata alle armi per la pubblica amministrazione e per le aziende private che sembrano culturalmente frenate dall’intraprendere la strada dell’utilizzo dei dati in modo più consistente.

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Per fare questo è chiaro che, oltre ad una scelta culturale, servono delle infrastrutture che possano essere al servizio anche di aziende che da sole non sarebbero in grado dare risposte importanti. La più significativa esperienza in Italia è sicuramente il supercalcolatore Leonardo del Cineca di Bologna. Il direttore generale Alessandra Poggiani spiega come, nonostante sia nato nel 1969, «il centro sia ormai un fattore abilitante per l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni industriali a livello mondiale. Il problema però è che Cineca non è al momento dedicato alle aziende private. Svolge un servizio pubblico ed è pagato dai contribuenti, dunque pur avendo in essere dei progetti con imprese, per suo statuto non serve come prima missione al trasferimento tecnologico, ma alla ricerca. Anche per questo l’Unione europea sta pensando ad emanare nuove regole e creare nuove infrastrutture che possano avere come prima interfaccia i privati». Nonostante il sistema Leonardo abbia importanti progetti di ampliamento dagli attuali dieci megawatt ai 15 in un prossimo futuro, Poggiani si interroga anche sui temi della responsabilità sociale quali appunto «il ritorno degli investimenti, la contaminazione possibile con le imprese e, infine, quello delle competenze. In quanto non è vero quello che si sente dire in giro che in questo momento servono solamente ingegneri o tecnici di materie scientifiche. Abbiamo necessità di un incrocio di competenze culturali, umanistiche e linguistiche perché i modelli di calcolo hanno anche bisogno di chi studia e interpreta i comportamenti umani».

A sottolineare che quello del calo dell’occupazione a seguito dell’uso dell’intelligenza artificiale sia un falso problema è intervenuto anche Marco Bentivogli nel colloquio con la giornalista Rai Barbara Carfagna. «Innanzitutto è bene ricordare che dobbiamo immaginare questa nuova tecnologia alla stregua di quella che è stata una volta l’energia elettrica. Di per sé fa parte del modo naturale di far andare avanti un’impresa, ma in modo neutrale. Non è che l’elettricità fa aumentare o diminuire in modo autonomo la produttività». Piuttosto esiste un tema di trasformazione di molti lavori. «Saranno inevitabili processi di integrazione, sostituzione e in certi casi di sparizione di molte professioni. Siamo però lontani dal paradosso cinese che per determinate posizioni si premiano candidati che già posseggono il loro gemello in intelligenza artificiale e che dunque si presentano come due lavoratori paralleli al costo di uno».

Bentivogli ha sottolineato che secondo alcune ricerche, la possibilità che questa tecnologia vada ad impattare sulle professioni alto cognitive è più alta che su quelle più manuali e sensoriali di cui continuerà ad esserci un importante mercato. Infine «da ex sindacalista posso dire che fin dagli anni Settanta i bravi rappresentanti dei lavoratori sapevano tutto delle tecnologie di allora, della catena di montaggio e del ciclo produttivo. Dunque questo non cambierà, ai sindacalisti in futuro verrà chiesto di conoscere a fondo i processi anche della gestione dei dati».

Ma se c’è una cosa che pone non pochi problemi in prospettiva, è quello della sicurezza. Come si proteggono i dati? Chi li deve proteggere? Roberto Baldoni, che stato direttore dell’agenzia italiana di cybersicurezza, parla di un sovranismo digitale. «Non c’è dubbio che questa enorme mole di dati comporta anche dei rischi e dopo l’introduzione di ChatGPT questi rischi sono aumentati, sono diventati di profilo più alto, dunque è diventato necessario anche per gli stati analizzarli e gestirli». Baldoni fa riferimento a quelle che vengono chiamate allucinazioni, contenuti tossici, o addirittura ai black box ovvero parti tecnologiche dell’intelligenza artificiale ancora sconosciute. E poi ci sono attacchi informatici, minacce e i rischi sulle catene di approvvigionamento delle materie prime. «Nella difesa del cyberspazio gli stati devono avere un ruolo primario ma per far questo - conclude Baldoni - restano fondamentali le competenze per gestire le strategie in modo autonomo dal altri».

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