Perché la Gen Z all’università fischia l’intelligenza artificiale?
Nei campus americani i manager della Silicon Valley vengono accolti dalle contestazioni degli studenti. Non è neoluddismo, ma la paura concreta di una generazione che vede l’IA cancellare i primi gradini del mercato del lavoro. E che ora chiede risposte sul proprio futuro.
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Il luddismo nell’era dell’Ai non ha il suono di martelli che sfasciano macchine industirali, ma quello più spettacolare di fischi nelle aule università. Quello che è successo nelle università americane questa primavera assomiglia a una scena che la Silicon Valley non aveva previsto. Per anni il copione è stato semplice. Sul palco salgono manager, imprenditori, innovatori. Raccontano il futuro. Gli studenti applaudono. Fine della storia. Quest’anno no. Quando gli speaker hanno pronunciato due lettere — IA — sono partiti i fischi. Qualcuno l’ha definito la prima forma di sciopero emotivo contro l’intelligenza artificiale.
I video diventati virali nelle ultime settimane raccontano tutti la stessa storia.
Alla University of Central Florida, Gloria Caulfield definisce l’IA “la prossima rivoluzione industriale”. Fischi. Quando prova a rilanciare spiegando che “le capacità dell’IA sono nel palmo delle nostre mani”, gli studenti rispondono con urla e contestazioni.
All’University of Arizona tocca a Eric Schmidt, ex CEO di Google. Anche lui arriva con il classico messaggio ottimista della Silicon Valley. Anche lui viene accolto da una platea ostile. Tanto da dover interrompere il copione e riconoscere pubblicamente una verità scomoda: la paura che il lavoro stia evaporando.
Alla Middle Tennessee State University il produttore musicale Scott Borchetta sceglie invece la linea dura: il mondo cambia, adattatevi. “Deal with it”. Il risultato? Una contestazione ancora più rumorosa.





