Economia Digitale

Perché la Gen Z all’università fischia l’intelligenza artificiale?

Nei campus americani i manager della Silicon Valley vengono accolti dalle contestazioni degli studenti. Non è neoluddismo, ma la paura concreta di una generazione che vede l’IA cancellare i primi gradini del mercato del lavoro. E che ora chiede risposte sul proprio futuro.

di Luca Tremolada

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Il luddismo nell’era dell’Ai non ha il suono di martelli che sfasciano macchine industirali, ma quello più spettacolare di fischi nelle aule università. Quello che è successo nelle università americane questa primavera assomiglia a una scena che la Silicon Valley non aveva previsto. Per anni il copione è stato semplice. Sul palco salgono manager, imprenditori, innovatori. Raccontano il futuro. Gli studenti applaudono. Fine della storia. Quest’anno no. Quando gli speaker hanno pronunciato due lettere — IA — sono partiti i fischi. Qualcuno l’ha definito la prima forma di sciopero emotivo contro l’intelligenza artificiale.

I video diventati virali nelle ultime settimane raccontano tutti la stessa storia.

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Alla University of Central Florida, Gloria Caulfield definisce l’IA “la prossima rivoluzione industriale”. Fischi. Quando prova a rilanciare spiegando che “le capacità dell’IA sono nel palmo delle nostre mani”, gli studenti rispondono con urla e contestazioni.

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All’University of Arizona tocca a Eric Schmidt, ex CEO di Google. Anche lui arriva con il classico messaggio ottimista della Silicon Valley. Anche lui viene accolto da una platea ostile. Tanto da dover interrompere il copione e riconoscere pubblicamente una verità scomoda: la paura che il lavoro stia evaporando.

Alla Middle Tennessee State University il produttore musicale Scott Borchetta sceglie invece la linea dura: il mondo cambia, adattatevi. “Deal with it”. Il risultato? Una contestazione ancora più rumorosa.

Poi c’è il caso quasi simbolico del Glendale Community College. Qui l’IA non viene celebrata. Viene usata. Un software legge i nomi dei laureati, ne sbaglia diversi e ne salta alcuni. Quando l’università si scusa spiegando che si tratta di un nuovo sistema basato sull’intelligenza artificiale, il palazzetto esplode in un boato.

È una scena che vale più di molte ricerche accademiche.

La novità non è che i giovani abbiano paura dell’innovazione. La Generazione Z è cresciuta dentro la tecnologia. Usa ChatGPT, Midjourney, TikTok e Claude con una naturalezza che i manager cinquantenni possono solo imitare. Il punto è un altro. Per la prima volta una generazione entra nel mercato del lavoro mentre la tecnologia promette apertamente di sostituire alcune delle attività per cui ha studiato. Negli anni Novanta Internet prometteva nuovi mestieri. Negli anni Duemila gli smartphone creavano nuove industrie. L’Ai generativa arriva con un messaggio diverso: possiamo fare lo stesso lavoro con meno persone. È una differenza enorme. E le nuove generazioni lo hanno capito.

Il paradosso dell’entry level

La frattura emerge soprattutto nei lavori d’ingresso. Storicamente il mercato del lavoro funzionava come una palestra. Entravi come junior. Facevi attività ripetitive. Imparavi osservando i senior. Crescevi. L’intelligenza artificiale sta automatizzando proprio quella fascia di lavoro. È come se una scala avesse perso i primi gradini. I dirigenti guardano l’ultimo piano dell’edificio e vedono maggiore efficienza. I neolaureati guardano l’ingresso e non vedono più la porta.

E quindi? Il problema non è l’AI. È la narrazione

La reazione degli studenti americani racconta soprattutto un errore di comunicazione. Se qualcuno ti spiega che il software appena arrivato potrebbe rendere obsolete alcune delle competenze che hai appena acquisito non la prendi benissimo. È il classico caso di “failure to read the room”, come hanno osservato diversi commentatori americani. Non perché l’analisi sia necessariamente sbagliata. Ma perché il contesto è completamente sbagliato.

Il rumore che arriva dal futuro

Ecco perché i fischi nei campus americani non sono una rivolta luddista. Non sono il rifiuto della tecnologia. Sono qualcosa di più interessante. Sono il primo segnale visibile del passaggio dall’entusiasmo all’ambivalenza. La Generazione Z non sta dicendo: fermate l’IA. Sta dicendo: spiegateci quale posto avremo nel mondo che state costruendo. Finché quella risposta non arriverà, ogni presentazione sull’intelligenza artificiale rischierà di trasformarsi in un referendum sul futuro del lavoro. E i fischi sentiti nelle università americane potrebbero essere soltanto l’inizio della conversazione.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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