Perché il decreto sulle barriere «salva motociclisti» rischia il flop
di Maurizio Caprino
3' di lettura
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Lo hanno chiamato «salva motociclisti» ed era atteso da almeno dieci anni, quando il ministero delle Infrastrutture costituì il primo gruppo di lavoro sul tema delle protezioni da mettere vicino all’asfalto per evitare che la testa di chi cade da una moto possa incastrarsi sotto il guard-rail o sbattere su superfici di forma pericolosa. Ora il decreto ministeriale c’è: è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di venerdì 17 maggio. Ma i motociclisti dovranno attendere ancora tanto tempo per poter dire che possono viaggiare sicuri.
Il problema non sta certo nel fatto che il Dm, che è datato 1° aprile e firmato dal ministro Danilo Toninelli, entrerà in vigore solo 180 giorni dopo la pubblicazione. Né nel fatto che la sue parte con le disposizioni più stringenti entrerà in vigore a maggio 2020. E nemmeno nelle caratteristiche tecniche che il Dm fissa per le protezioni, chiamate Dsm (dispositivi stradali di sicurezza per i motociclisti): la norma fa riferimento a quelle fissate a livello internazionale via via nell’arco di questo decennio.
La cosa che preoccupa di più è capire come si farà a trovare i soldi per attuare le nuove disposizioni. Inoltre, in molti casi si rischia di ripetere l’esperienza del 1992, quando si stabilì che i nuovi guard-rail dovevano essere omologati ma non si mise un termine entro cui gli enti proprietari di strade avrebbero dovuto adeguarsi.
Sono due problemi strettamente legati: se a quasi trent’anni di distanza dal
Dm 223/1992 si discute ancora, dopo un incidente con urto contro una barriera di sicurezza, se essa avrebbe dovuto essere cambiata, è proprio per problemi di soldi:


