Per la vendemmia piemontese una crescita del 5%
Secondo i dati formulati da Assoenologi la produzione di vino e mosto di quest’anno passerà dalle 2, 7 milioni di ettolitri del 2024 a 2,8 milioni
di Claudio Andrea klun
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Le stime vendemmiali per il 2025, formulate da Assoenologi, Unione italiana vini (Uiv) e Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), prevedono in Piemonte un incremento del +5% della produzione di vino e mosto, che passerà dalle 2.698 migliaia di ettolitri del 2024 a 2.832 quest’anno.
I riscontri che arrivano dagli operatori del settore vitivinicolo danno vita a un quadro composito, dal quale emergono le molteplici difficoltà con le quali i produttori di vino sono stati alle prese in questa annata produttiva e che, in alcuni casi, hanno portato a un calo della produzione.
«Nell’Alto Piemonte dal punto di vista quantitativo siamo andati abbastanza male – spiega Eugenio Arlunno, titolare dell’azienda agricola Mirù di Ghemme e vice presidente di Vignaioli piemontesi –. Gli attacchi dei cinghiali e dei caprioli ha distrutto almeno il 30% del prodotto, con un danno molto rilevante sulle uve per il vino bianco che sono le prima ad andare a maturazione e per le quali la percentuale sale al 70%. La vendemmia dalle nostre parti inizia prima con l’uva rara e poi con la vespolina e per ultimi i nebbioli, per la quale la situazione è un po’ migliore».
Andrea Fontana – enologo e presidente del Consorzio tutela Nebbioli Alto Piemonte, una realtà che raccoglie circa 140 aziende delle province di Biella, Novara, Vercelli e del Verbano Cusio Ossola in rappresentanza di otto Doc (Boca, Bramaterra, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Fara, Lessona, Sizzano e Valli Ossolane) e due Docg (Gattinara e Ghemme) – non esita a parlare di una «annata abbastanza difficile dal punto climatico. Da gennaio fino a maggio abbiamo avuto tanta pioggia e di conseguenza i terreni erano molto umidi, poi giugno è stato molto caldo, quasi da mese di luglio, e le piante sono esplose ma con pericolo di notevoli malattie. L’unico mese “decente”, con un clima abbastanza secco, è stato luglio, che ha un po’ rallentato perché eravamo avanti. Ad agosto ha fatto di nuovo molto caldo ma poi da metà mese ha iniziato a piovere un po’ troppo, con problemi di tenuta delle foglie. A tutto ciò si aggiungono la popillia japonica, molto presente in quantità mai viste, e gli animali selvatici che in primavera si cibavano dei germogli e ora dell’uva.
Tutto è diventato molto più problematico e quindi in vigna abbiamo meno margine di errore. A Ghemme la vendemmia è praticamente finita: non è un’annata abbondante ma nella media, con perdite anche del 20-30% per queste situazioni problematiche. Per chi ha lavorato bene c’è anche la qualità. Dobbiamo poi affrontare una flessione di domanda del vino a livello generale che, unita a costi del lavoro sempre più elevati, determinano margini sempre più ridotti. Il vino sta diventando un prodotto di lusso, non fa più parte del quotidiano e a ciò si aggiungono anche le campagne salutistiche e la perdita di punti per la patente per chi beve anche solo un bicchiere in più che vanno a influire sulla riduzione dei loro consumi».


