Per usare i fondi europei servono obiettivi chiari e condivisi, non una macedonia di progetti
La Commissione ha dato indicazioni di metodo chiare per i prossimi mesi e anni. Sono limiti di indirizzo che non impediscono a un governo “progressista” di portare l'obiettivo della giustizia sociale sullo stesso piano di quello della giustizia ambientale. Per l'attuazione il Forum Disuguaglianze Diversità invia sette raccomandazioni al Governo e agli enti locali
di Fabrizio Barca e Sabina De Luca*
7' di lettura
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Fra il 16 e il 17 Settembre i vertici politici e tecnici della Commissione Europea hanno parlato con forza e in relativa sintonia sulle priorità della nostra Unione e sull'uso della Recovery and Resilience Facility (RRF), la punta di diamante della strategia “Nuova Generazione UE” E' bene che l'Italia tutta presti forte attenzione – non ci è parso sinora - cogliendo novità, opportunità e punti deboli. Ci serve per disegnare con intelligenza il Piano italiano, perché esso risponda alle aspirazioni e alle necessità di ridisegno dei piani di vita di milioni di noi Italiani.
Il Discorso sullo Stato dell'Unione della Presidente Ursula von der Leyen rompe la tradizione della non-politica degli ultimi anni. Coglie i dolori, i fremiti e il desiderio di certezze di 450 milioni di Europei e con un linguaggio robusto prende impegni chiari: su hub europeo della salute, trasformazione verde e digitale, idrogeno, salario minimo, razzismo. Non mette al centro disuguaglianze e giustizia sociale, ma ne tiene conto nella strategia sul fronte digitale. Coglie, infine, solo parzialmente le esperienze e le nuove strade che vengono da migliaia di pratiche sociali e comunitarie nei territori di tutta Europa.
Questi tratti sono riflessi nei documenti prodotti dalla Commissione per indirizzare l'uso della RRF (Bozza di Regolamento, Guida per i Piani di ripresa e resilienza, Strategia annuale per lo sviluppo sostenibile 2021). La debolezza di attenzione alla missione sociale e alla dimensione territoriale viene qui significativamente temperata sul piano giuridico dall'individuazione della coesione economica, sociale e territoriale come obiettivo generale. E soprattutto questi documenti fissano un metodo di utilizzo della RRF che apre speranze e opportunità. Per tre ragioni: rendono chiaro che non dai progetti bisogna partire, ma da strategie che, unendo investimenti e riforme, identifichino obiettivi motivati, espressi in termini di risultati attesi, cadenzati e monitorati nel tempo; mettono un forte accento sulle condizioni istituzionali e di contesto necessarie per fare accadere davvero le cose: confermano che la Commissione sarà assai più presente che in passato nell'accompagnare e valutare tutto ciò. Vediamo in dettaglio, partendo dalle priorità strategiche.
Sulla transizione energetica si esprime tutta la forza e la concretezza di un mandato politico coeso, un'opportunità che ci invita e obbliga a obiettivi ambiziosi. Non così sul fronte sociale. Pesa il (dichiarato) continuismo con l'impianto tradizionale del “Semestre Europeo”. Nello specificare i 4 “key principles” – sostenibilità ambientale, produttività e trasformazione digitale, equità e stabilità macro – la declinazione di equità in “fairness” si concretizza nel riferimento alle opportunità di accesso al lavoro e allo spostamento delle tasse dal lavoro ad altri cespiti, ma resta debole nelle opportunità di accesso a servizi di qualità. La “coesione economica, sociale e territoriale”, nel muovere verso gli obiettivi concreti, scivola progressivamente a comprimario di secondo piano. E soprattutto il principio sociale evapora quando si tratta di indicare i 7 “obiettivi primari” a cui mirare – in ambito ambiente, digitale e istruzione – visto che persino nel descrivere l'istruzione il solo divario preso in considerazione è quello digitale.
Nel dettagliare, poi, gli obiettivi sul fronte digitale il testo tecnico fa un passo indietro rispetto allo stesso discorso della Presidente. Assieme al Cloud Europeo e alla copertura digitale delle aree rurali, Ursula von der Layen ha posto l'obiettivo di assicurare un uso controllato e regolato degli algoritmi: non solo, dunque, sovranità nazionale sul digitale … ma “sovranità popolare”. E invece, anche negli “obiettivi primari” tutto pare risolversi con la “digitalizzazione” - “digital” prende il posto di “smart” come parola ammiccante, che può coprire ogni cosa - senza guardare ai suoi effetti sulla qualità di vita delle persone. Un obiettivo che invece deve essere centrale nel Piano italiano.


