Calcio

Spagna e Pogacar, i dominatori della domenica sportiva tra calcio e Tour

E’ finito anche questo Europeo con il capitano Alvaro Morata che alza la Coppa decretando il trionfo della Spagna. Intanto al Tour Pogacar è sempre più solo al comando

di Dario Ceccarelli

6' di lettura

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Addio Berlino. E’ finito anche questo Europeo con il capitano Alvaro Morata che alza la Coppa decretando il trionfo della Spagna che, per la quarta volta (1964, 2008, 2012 2024), conquista il titolo continentale.
Lo ha ampiamente meritato. E non solo perchè la Roja è arrivata in finale vincendo sette volte su sette, ma anche in virtù del suo gioco, della sua personalità e della sua continua capacità di rilanciare: divertendo e facendo divertire. Con dei giovani straordinari come Lamine Yamal e Niko Williams (autore del primo gol spagnolo) che sono diventati protagonisti saltando barriere e pregiudizi. Yamal, 17 anni, esterno del Barcellona, racconta d’aver visto l’ultima finale (quella vinta dall’Italia a Wembley) in un centro commerciale di una sperduta periferia spagnola. Niko Williams, 22enne attaccante del Bilbao, è un “figlio del deserto” arrivato dal Ghana dopo una lunga peregrinazione della madre.

La maledizione continua

Chi rimane con un pugno di mosche è invece l’Inghilterra, di nuovo battuta in finale come già tre anni fa con l’Italia di Roberto Mancini. Noi italiani ci lamentiamo, e abbiamo delle buone ragioni, ma i bianchi è dal mondiale del 1966 che non vincono nulla. Una maledizione che continua. E questo 2-1, arrivato dopo un primo tempo incredibilmente noioso, dice comunque e la verità. Gli inglesi, anche contro la Spagna, pur non sfigurando, hanno dimostrato di reggersi più sulla forza dell’orgoglio e sui lampi dei singoli che su un solido impianto corale. E anche quando hanno realizzato al 73’ il pareggio con Palmer, non sono riusciti ad approfittare del momentaneo sbandamento degli spagnoli che poi all’86’, con Oyarzabal, hanno trovato lo spunto per conquistare il loro quarto europeo.

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Se la Spagna, ben guidata da Luis De la Fuente, ricorda una straordinaria orchestra dove tutti suonano a memoria, l’Inghilterra sembra invece un gruppo di virtuosi strumentisti non sempre ben accordati tra loro. Molti in patria danno la colpa a Gareth Southgate, non certo nuovo a contestazioni e critiche. Però, a ben guardare, anche contro la Spagna il tecnico inglese non ha fatto particolari errori tattici. Dimostrando anzi un certo coraggio quando, dopo circa un’ora di invisibilità, ha sostituito capitan Kane con Watkins, decisivo nella semifinale con l’Olanda.

Una finale bella e intensa

Lo stesso Palmer, l’autore del momentaneo pareggio, era appena stato mandato in campo da Southgate, sempre abile nei cambi e nel rovesciare partite ormai perse. Diciamo invece che alcune stelle non hanno brillato, a partire da Bellingham (autore però dell’assist a Palmer) e anche da Foden, dal quale ci si aspettava qualcosa in più.In un Europeo non sempre bellissimo, questa finale, lasciando perdere i primi 45 minuti, è stata invece straordinaria per intensità e bellezza. Non è mancato nulla. Pathos, continui rovesciamenti di fronte, la sensazione continua che potesse succedere qualcosa.

La Spagna, paradossalmente, ha preso l’abbrivio nella ripresa quando non aveva più Rodri, il faro, restato nello spogliatoio per un problema muscolare. Invece dopo solo due minuti, ben servito da Yamal, Niko Williams portava in vantaggio la Roja con un imparabile diagonale sinistro. Ecco qui l’Inghilterra è sembrata naufragare, con Jamal che da ottima posizione non riusciva ad assestare ll colpo del ko. E invece, forse grazie anche ai cambi, è arrivato il pareggio di Palmer, altro 22enne talentuoso del Chelsea. Qui forse si è vista la vera anima della Spagna, ben plasmata dal suo tecnico De la Fuente, allenatore federale sempre più vincente. Nonostante la pressione inglese, gli spagnoli hanno ripreso a giocare come prima, con quelle trame strette e veloci che mettono in affanno qualsiasi difesa. E infatti all’84’, dopo un’azione rapidissima, Yorzabal, servito da Cocurella, con un guizzo riportava in vantaggio la Roja.

Finale da brividi

Poi siccome nella vita oltre che ad essere bravi bisogna anche essere fortunati, a un minuto dalla fine, in una mischia forsennata, Dani Olmo, a portiere ormai battuto, riusciva a respingere sulla linea un inzuccata di Saka. Questo era l’ultimo brivido. Un trionfo per la Spagna, l’ennesima delusione per l’Inghilterra, perdente per la seconda volta consecutiva nella finale europea. Un record anche questo. Southgate, forte dell’appoggio della famiglia reale, dovrebbe rimanere fino al Mondiale del 2026. Insomma dovrebbe sfangarla. Chi è invece messo male è il centravanti Harry Kane.

A 31 anni, nonostante i suoi 400 gol, non è ancora riuscito a vincere un trofeo. Questa è la sesta volta che perde una finale. Insomma, forse la prossima volta è meglio lasciarlo a casa. Come diceva quel tale, essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male.

Tour de France, nuovo colpo di Pogacar

Tadej Pogacar ci fa girare la testa. Ogni giorno, un nuovo numero. Ogni giorno una nuova impresa. Troppo superiore, quasi imbarazzante. Sembra inattaccabile, baciato dagli dei come un eroe omerico. Non ci eravamo ancora ripresi dal suo exploit nella tappa di sabato del Tourmalet, dove in 4 km e mezzo aveva inflitto una quarantina di secondi a Vingegaard, che il giorno dopo, a Plateau de Beille, lo sloveno ne inventa un’altra delle sue rifilando una nuova botta al suo eterno rivale che ha avuto l’ardire di attaccarlo nell’ultima durissima salita che precede il traguardo della 15esima tappa pirenaica. Non l’avesse mai fatto. Nei primi cinque chilometri Vingegaard spinge a tutto gas.

E’ pallido, emaciato, magro come un’anguilla, però va su con una determinazione ammirevole per saggiare fino a che punto Pogacar è attaccabile. Avrà pure un momento di stanchezza questo fenomeno? Una crisi di fame? Una crisi di sete? Un muscolo dolorante? Una fragilità nascosta?Niente, Pogacar è Pogacar. Come se nulla fosse sta avvinto a a Jonas come un’edera. Per cinque chilometri lo segue con quella solita faccia da impunito. Tu mi provochi? Tu mi vuoi far paura? Bene, ti faccio vedere io chi comanda. A poco più di cinque chilometri, quando la terribile pendenza si addolcisce, Tadej dà il suo solito colpo di frusta. E’ un attimo, ma tanto basta a spezzare la catenella che tiene legati i due rivali.

E a quel punto non c’è più niente da fare: lo sloveno prende il volo e il coraggioso Jonas, pur sostenuto dalla sua cocciuta determinazione, se lo vede sfuggire tornante dopo tornante. Imprendibile, leggero, ferocemente deciso a dare un’altra spallata all’unico che può impedirgli di conquistare il suo terzo Tour de France e di eguagliare la famosa doppietta (maglia rosa e maglia gialla) di Marco Pantani del 1998.Questa volta, in questa ultima domenica pirenaica, il distacco è ancora più pesante. Con gli abbuoni, Vingegaard si becca un minuto e 8”. Che assommato al resto porta a oltre tre minuti il ritardo in classifica del danese dalla maglia gialla. Un divario significativo, ma non clamoroso. O meglio: non così clamoroso se non ci fosse di mezzo questo Pogacar, così in palla e così concentrato sul suo obiettivo. Tre minuti, con davanti ancora una settimana e le Alpi da superare, sarebbero tanti e pochi allo stesso tempo.

Quante volte al Tour si è visto un ribaltone negli ultimi giorni? Fignon, battuto nell’ultima crono da Lemond nel 1989 perse addirittura per 8 secondi.Ma quello era un altro mondo. Non quello attuale di Pogacar dove sembra che tutte le nostre certezze vengano sbriciolate da questo simpatico alieno che aggiunge record a record: 14 tappe vinte al Tour, 34 maglie gialle, 80 successi in carriera. Con la la probabile prospettiva di conquistare domenica prossima a Nizza il suo terzo Tour de France. “Questa volta non ho sofferto neppure il caldo” precisa Tadej con la solita nonchalance.

“Ho lasciato lavorare Jonas fino a quando ho visto che anche lui era arrivato al limite. Ho provato allora ad accelerare e direi che è andata bene…”Bene? Molto, molto bene. Pogagar, nell’ultima salita di Plateau de Beille, ha impiegato 39 minuti e 42”, circa quattro minuti in meno di Marco Pantani che proprio qui nel 1998 aveva cominciato la rimonta su Ullrich. Un altro segnale, insomma, che lo sloveno è lanciatissimo nel suo obiettivo. Però sotto sotto ha un dubbio: che Vingegaard non sia ancora del tutto battuto. Ferito, certo, ma non domo. E conoscendo il danese, la sua proverbiale capacità di reagire alle difficoltà, lo stesso Pogacar sa che non può ancora dormire con la maglia gialla sotto il cuscino. Questo lunedi c’è il giorno di riposo. Domani riprende la giostra. Pogacar è fortissimo, ormai padrone del Tour… Però...

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