Per prosperare in contesti malvagi bisogna allenarsi a difficoltà desiderabili
Non è facile accettare che la via migliore per apprendere sia lenta e che i cattivi risultati immediati servano per ottenerne di migliori in seguito
di Giulio Xhaet *
4' di lettura
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Negli ultimi mesi, gestendo progetti legati al cambiamento e all’innovazione, sto osservando quanto la vera palestra delle discontinuità passi attraverso le “difficoltà desiderabili”. Il concetto viene ben argomentato da David Epstein nel suo ultimo libro, Range, il cui titolo si riferisce all’ampiezza di gamma mentale a cui attingere per affrontare il mondo, in particolare nei contesti di apprendimento “malvagi”, in cui le regole sono poco chiare e gli schemi non si ripetono. La pandemia ha generato un contesto di apprendimento malvagio all’ennesima potenza, un classico cigno nero dotato di apertura alare planetaria e dall’impatto diabolico.
I contesti di apprendimento malvagi portano la maggior parte delle aziende a dissanguarsi e capitolare esanimi ai margini del mercato, ma permettono ad altre di emergere e prosperare. Perché si generano faglie di opportunità, nuove esigenze delle persone indotte giocoforza dai mutamenti in atto. Ma torniamo alla palestra di apprendimento fornita di questi attrezzi volutamente ostici, le difficoltà desiderabili. Potremmo definirle come leve cognitive che rendono l’apprendimento lento e frustrante nel breve periodo, ma più consistente nel lungo.
Un primo esempio è “l'effetto generazione”, che ho ribattezzato effetto smarrimento nella nebbia: significa faticare per elaborare una risposta, seppure sbagliata. In quanto sbagliare con molta fatica non è un male, anzi. Invece di aiutare i discenti con consigli, tips&tricks e scorciatoie, li si lascia smarriti.
Gli psicologi Nate Cornell e Janet McCulf hanno dimostrato la forza dell’effetto generazione con un esperimento che coinvolse due gruppi di studenti. Al primo gruppo diedero parole e definizioni che avrebbero dovuto poi ricordare. Ad esempio: “discutere qualcosa per raggiungere un accordo” (definizione) associata a “negoziare” (parola). Al secondo gruppo diedero solo le definizioni, senza le parole, che avrebbero dovuto scovare da soli. Cosicché sbagliarono parecchio nel definire le parole giuste e faticarono molto di più del primo gruppo. In un test successivo, diedero a tutti gli studenti solo delle definizioni. Ed ecco che il secondo gruppo raggiunse risultati decisamente migliori.
Erano stati allenati nella nebbia, costretti a porsi più domande e a generare risposte spesso sbagliate. E sbagliando si impara, come recita il titolo di questa rubrica. Un corollario interessante è che più si è sicuri della propria risposta sbagliata, più si sarà ricettivi quando si scoprirà quella giusta: un’epifania per il cervello, battezzata “effetto di ipercorrezione”, ulteriore attrezzo cognitivo per la nostra ostica palestra mentale.








