Intervista

«Per la pace ci vuole coraggio e Netanyahu non lo ha avuto»

Zeruya Shalev, scrittrice israeliana, si augura che le proteste possano creare le condizioni per cambiare il Governo e sperare in un futuro migliore

di Roberto Bongiorni

Zeruya Shalev. (AFP)

3' di lettura

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«I traumi per quanto dolorosi, si possono superare. Ma per parlare di pace ci vuole coraggio. Netanyahu ha dimostrato di non averne». Zeruya Shalev conosce bene il dolore, quello fisico e quello dell’anima. I suoi romanzi penetrano nel profondo dei personaggi, esplorano le parti più recondite del loro essere. Donano una voce alle loro sofferenze. Lei che nel 2004 venne coinvolta in un attentato kamikaze a Gerusalemme, riportando gravi ferite, non vede altra soluzione che il dialogo tra i due popoli, una strada che deve essere percorsa insieme. Sulla questione degli ostaggi non ha dubbi: solo un accordo di pace li riporterà a casa.

Il 7 ottobre è stato per gli israeliani un trauma collettivo che ha riportato alla luce, in modo violento, lo spettro di un tragico passato. Crede che vi siano le condizioni per uscire da questa condizione che paralizza la società? E come?

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Io credo che gli israeliani siano un popolo molto forte e coraggioso. L’attivismo che ha permesso di creare uno Stato soltanto tre anni dopo l’Olocausto è ancora vivo. Le proteste ci danno il potere e la speranza di cambiare questo Governo e creare le condizioni per un futuro migliore. Ritengo tuttavia che il problema non sia soltanto il trauma generato dal 7 ottobre. È tutto ciò che è accaduto dopo. Benjamin Netanyahu ha creato tanti traumi. Il modo in cui ha trascurato gli ostaggi, il modo in cui ha messo la sua sopravvivenza politica davanti agli interessi del Paese, il modo in cui ha portato avanti le operazioni militari.

Anche due milioni di palestinesi a Gaza hanno vissuto e stanno tutt’ora vivendo un grande trauma. Come se ne esce?

È davvero molto triste. Mi sono sentita così addolorata per la tragedia in corso nella Striscia di Gaza, per tutti i civili uccisi e feriti. La responsabiltà della guerra è di Hamas. I palestinesi di Gaza sono stati le vittime del suo fondamentalismo come lo siamo stati noi. Hamas li ha usati come scudi umani, ha scavato i tunnel sotto le loro case. Forse la soluzione per superare il trauma, è di restare uniti, di provare a vivere insieme. So che ora è molto presto. Ci vorrà del tempo. Ma bisognerà sforzarsi, concentrandoci sui moderati.

Ogni palestinese che vuole vivere in pace vicino a Israele deve avere il diritto di farlo. Abbiamo molti interessi in comune. Il miglior modo di superare un trauma è realizzare qualcosa di positivo, che inneschi un cambiamento.

In mano ad Hamas ci sono oltre 70 ostaggi ancora vivi. L’operazione militare in Libano non sta sottraendo l’attenzione?

Senza dubbio l’operazione militare in Libano sta mettendo in ombra la questione degli ostaggi, che dovrebbe restare sempre centrale. Provo a mettermi nei panni dei familiari degli ostaggi, da un anno nelle mani di Hamas. Mi identifico e avverto una sensazione di dolore, di tradimento. Per fare la pace ci vuole coraggio. Netanyahu ha dimostrato di non averne. Ha trascurato gli ostaggi. È venuto meno il patto sociale che dalla fondazione dello Stato di Israele lega i cittadini al Governo. Provate a immaginare: con che spirito vanno a combattere i nostri soldati in Libano, con quale apprensione vivono i loro parenti, se qualcuno di loro dovesse essere sequestrato?

Vi sono alternative ad un accordo di cessate il fuoco per riportare a casa gli ostaggi?

No. Solo un accordo di cessate il fuoco può riportare tutti a casa. Anche se dovessimo liberare tanti pericolosi detenuti palestinesi. Altra condizione imprescindibile è il ritiro delle truppe dalla Striscia di Gaza. Ma i ministri estremisti del Governo, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir ricattano il premier e lo minacciano. Boicottano ogni tentativo. Stiamo affrontando un nemico, è vero. Ma sono sicura che ci siano state diverse opportunità per siglare l’accordo. Netanyahu non era pronto a pagarne il prezzo. Voleva restare al suo posto.

Hamas ha colpito al cuore la comunità dei kibbutzin. Ora sono in molti a non credere più nel processo di pace.

Posso capirlo. Ritengo sbagliato giudicare queste persone. Loro erano i kibbutzin di sinistra, coloro che sognavano il processo di pace, coloro che cercavano il dialogo con i palestinesi, che lo mettevano in atto. Un massacro di questo tipo, i rapimenti, è un gigantesco trauma che rompe la fiducia. Rimette in discussione questo processo.

Io credo sia importante un processo di de-radicalizzazione a Gaza. Sarò ingenua, ma continuo a credere nel cambiamento dell’essere umano.

Lavorando con l’Autorità nazionale palestinese, con il suo presidente, Abu Mazen, dovremo fare il possibile per creare una coalizione di moderati. In tutto il Medio Oriente mentre è in corso una guerra su diversi fronti, resta viva la possibiltà di una coalizione di Stati Arabi moderati. Questa potrebbe influenzare l’intera regione del Medio Oriente.

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